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Gli amuleti fallici di Pompei

E’ enorme il numero di amuleti fallici di varia foggia e materiale ritrovati negli scavi di Pompei. Li ricolleghiamo a Priapo, alla fecondità, alla fortuna.

Priapo era un dio frigio legato alla fertilità ed al mondo agrario, poi, dalla città asiatica di Lampsaco sull’Ellesponto, a partire dal sesto secolo a.C., il suo culto si diffuse in tutto il mondo ellenistico amalgamandosi con la religione dionisiaca. Raggiunse l’Italia intorno al III secolo a.C. radicandosi nel mondo contadino come deità della fertilità dei campi, protettore di giardini, vigneti e frutteti. Fu rappresentato con un enorme fallo e divenne pure patrono della buona sorte, immaginetta che tutelava dal malocchio.

Statue lignee del dio, dipinte di rosso, venivano poste nei campi e fuori le case, al fine di propiziare il successo del raccolto, l’abbondanza del bestiame e, soprattutto, la felice continuità della famiglia, ma quei busti mostruosi servivano anche a tenere lontani animali indesiderati, in primis passeri e sparvieri. Nella storia delle tradizioni e dei costumi dell’antica Roma, quindi, la simbologia fallica non era considerata un mero collegamento all’erotismo, ma un semplice rimedio per contrastarne i malefici.

Esporre peni come fossero amuleti era un uso parecchio diffuso tra gli antichi. Erano un modo per attrarre la fortuna e la salute e per allontanare malattie e malasorte, malocchio ed invidia, ma soprattutto servivano per aumentare l’energia sessuale e la capacità riproduttiva.
Questi amuleti fallici, noti come “fascinum”, venivano indossati già in adolescenza, legati a dei piccoli campanelli. La combinazione del talismano con i campanelli di bronzo, così comune tra i bambini di Pompei, univa due tra i più noti rimedi apotropaici.

Resta soprattutto il fallo però il simbolo più usato e lo si incontra in tutte le città antiche, scolpito sulle mura, sui marciapiedi e sui basoli delle strade, o dipinto nelle botteghe e nelle case. In effetti, nell’antica Roma il fallo veniva rappresentato ovunque, dalle case private agli edifici pubblici, passando attraverso oggetti della vita quotidiana come lampade ad olio e statuette. Non aveva direttamente una connotazione erotica, ma al contrario era un simbolo di felicità e ricchezza.

La Campania, in particolare, come testimoniato dalle esposizioni del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fu teatro di un’intensa devozione per Dioniso e per quello che nel mito si considera il suo prediletto figlio. Numerosi tra i rinvenimenti effettuati nel sito di Pompei sono i tintinnabulum a forma di fallo volante e le lucerne falliformi, ed ancora oggi, cosa meglio del corniciello portafortuna per allontanare il malocchio può confermare la sopravvivenza del culto priapico?

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

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