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I Delhi Durbar, le fastose incoronazioni imperiali indiane

L’India, a partire dal diciottesimo secolo, aveva ceduto alla Compagnia delle Indie Orientali il commercio locale e l’amministrazione dei tanti piccoli regni. L’immenso potere trovava legittimazione simbolica nei Delhi Durbar, i momenti cerimoniali di massimo sfarzo dell’Impero Britannico, assemblee volte ad incoronare il sovrano (o la sovrana) inglese come imperatore dell’India.

Conosciuta anche col nome di Imperial Durbar, questa cerimonia si tenne tre volte nella storia dell’Impero Britannico: nel 1877, nel 1903 e nel 1911. Il termine durbar è hindi-hurdu e si riferiva originariamente al luogo in cui i re indiani e gli altri governanti tenevano i loro incontri formali ed informali. La cerimonia imperiale, invece, valorizzava le usanze locali nell’ambito di una imponente manifestazione di quello splendore leggendario dell’India coloniale che le gesta di James Brooke, il rahja bianco dell’isola di Labuan di salgariana memoria, avevano contribuito a diffondere in patria, e stabiliva il dominio della corona inglese sul Paese. Coi Durbar, l’India, veniva consegnata agli inglesi dai maharaja e dai nawab, in apparenza compiacenti nella loro sottomissione alla corona. Parimenti, era proprio quest’India, che per un secolo aveva alimentato l’immaginario popolare europeo col suo esotismo e coi suoi tesori, la stessa da cui in parte fuggirono i monarchi della miriade di corti indiane, attratti dai costumi inglesi e annoiati dal vivere nell’opulenza, prigionieri dei loro costumi sontuosi e dei riti antichi che li rendevano sacri ad un popolo poverissimo e asservito.

Delle tre cerimonie, quella del 1911 fu l’unica direttamente presenziata dal sovrano regnante, all’epoca re Giorgio V.

Il “Proclamation Durbar”, tenutosi nel 1877 si tenne il 1º gennaio dell’anno, fu un grande evento ufficiale per il suo tempo, coinvolse circa 68.000 persone presenti insieme a 15.000 truppe britanniche e indiane. La Regina Vittoria, che aveva imparato l’hindu ma non mise mai piede nell’immenso paese, ne divenne imperatrice proprio in quella circostanza, nel Delhi Durbar, quando di fatto venne sancito il passaggio, avvenuto già da circa vent’anni, del controllo politico e commerciale del subcontinente indiano da parte del Regno Unito.

L’evento fu una vera dimostrazione della potenza militare della colonia. Oltre al viceré della Corona dell’India, Robert Bulwer-Lytton, e ai governatori britannici, si contarono 63 maharaja indiani, nawab e altri dignitari.

Molti di questi sovrani indiani, come il nizam di Hyderabad e il maharaja di Mysore, erano i capi nominali degli “stati principeschi” indipendenti, sebbene la Corona esercitasse una notevole influenza nel loro governo. I saluti dei cannoni accolsero i dignitari secondo i loro ranghi, ma ciascuno di essi cercò di eclissare l’altro con magnifici abiti e gioielli. Il nizam indossò un sobrio abito nero ma un turbante giallo con un grande diamante che ne ricordava il rango. Il suo elefante, poi, era munito di un sedile a baldacchino, ricamato con filo d’oro. Ogni sovrano riceveva uno stendardo dorato commemorativo e una medaglia anch’essa d’oro come dono personale in ricordo della proclamazione della Regina Vittoria a Imperatrice dell’India, stendardi e medaglie che simboleggiavano anche il loro status di sottomissione all’Impero britannico.

Per l’occasione venne costruito il Victoria Memorial a Kolkata, ove si trova anche un’iscrizione tratta dal messaggio che la regina d’Inghilterra presentò al popolo indiano: “Confidiamo che la presente occasione possa unire ancora di più i nostri legami e l’affezione che abbiamo con nostri sottoposti; dai più alti ai più bassi, affinché tutti sentano che sotto il nostro governo i grandi principi di libertà, equità, e giustizia sono assicurati; e possa promuovere la vostra felicità, per aumentare la vostra prosperità, e avanzare la vostra economia, questi sono gli obbiettivi attuali del nostro Impero”.

Il Durbar, successivo, quello del 1903, celebrò l’incoronazione di Edoardo VII e della regina Alexandra come Imperatore e Imperatrice d’India. Doveva mostrare al massimo la ricchezza e la potenza degli inglesi e vi riuscì. Ne fu realizzatore Lord Curzon, barone di Kedleston, che era stato nominato da qualche anno viceré dell’India.

Curzon con una indiscutibile propensione per lo sfarzo, organizzò il durbar più ricco di sempre e riuscì anche, in tempi record, a completare l’elettrificazione delle città che avrebbero dovuto ospitare le celebrazioni, a costruirvi un ufficio postale, a creare i collegamenti telefonici e telegrafici, a edificare un ospedale e un tribunale, ad aprire una serie di negozi e perfino a far confezionare le uniformi della polizia appositamente disegnate. Curò pure la realizzazione di guide souvenir del luogo, di spettacoli di fuochi d’artificio e balli e l’emissione di una medaglia da distribuire come di consueto in occasione dell’evento.

Edoardo VII, con grande disappunto di Curzon, non poté presenziare alle cerimonie ma vi inviò invece suo fratello, il principe Arturo, duca di Connaught e Strathearn, il quale, raccontano le cronache, che arrivò in India con uno stuolo di dignitari su un treno speciale a Bombay mentre Curzon e il suo governo lo attendevano a Calcutta (non c’erano ancora i telefonini), quando i due gruppi finalmente si riunirono erano presenti tutti i principi nativi indiani oltre al comandante in capo Horatio Herbert Kitchener e una grande folla di popolo festante.

Il primo giorno dei festeggiamenti, i Curzon fecero il loro ingresso nell’area delle festività assieme a tutti i maharaja, cavalcando degli elefanti riccamente addobbati. Gli animali avevano le zanne avvolte in file di rubini e antiche portantine d’ argento lavorato con oro e gioielli sul dorso. Per celebrare l’evento, oltre alla stampa, fu impiegato anche uno dei primi cinematografi che intervenne a registrare un famoso filmato dell’evento. Tutto culminò nel grande ballo dell’incoronazione a cui furono invitati unicamente i più alti rappresentanti della società indiana sotto la supervisione di Lord e Lady Curzon.

L’ultimo Delhi Durbar si tenne nel dicembre del 1911. La presenza del re fu un punto di svolta nella celebrazione dell’evento che coinvolse tutta l’aristocrazia indiana e inglese presente in India in quell’anno.  Il sovrano apparve con le vesti regali e per la prima volta in pubblico con la Corona imperiale d’India, la quale era nota per essere uno degli oggetti più preziosi al mondo con i suoi circa 6000 diamanti, oltre a rubini, smeraldi e altre pietre preziose. Re e regina d’Inghilterra apparvero al balcone del Forte rosso di fronte ad una folla di circa mezzo milione di persone, l’evento è visibile ancora oggi grazie ad un film-documentario, “With Our King and Queen Through India”, conosciuto anche col nome di The Durbar in Delhi, che venne realizzato con un primitivo sistema a colori denominato kinemacolor e proiettato il 2 febbraio 1912.

Per l’occasione la regina ricevette una tiara ed un prezioso collare di smeraldi donati dalle donne della nobiltà indiana (che, nel 1912, i gioiellieri Garrard & Co. modificarono rendendolo smontabile e utilizzabile in pezzi separati, oltre ad aggiungervi un secondo pendente di diamanti, il Cullinan VII, visibile ancor oggi dallo scrigno di Elisabetta II).

Natalia Aspesi, parlando di una mostra sui fasti indiani dei maharaja e riprendendo il discorso dei principi indiani affascinati dai costumi occidentali e apparentemente ormai integrati nella società europea e internazionale, affermò che “nei  primi decenni del secolo scorso sembravano interessati solo ai bauli di Vuitton o ai mobili déco di Ruhlmann, in realtà adulando gli inglesi appoggiavano la rivoluzione pacifica di Gandhi e si prodigavano per l’ indipendenza che di fatto fu conquistata nel 1947. I viceré inglesi disprezzavano quei maharaja, hindu, e quei nababbi, musulmani, che si consolavano della sudditanza con lo sfarzo delle loro vite. Parevano, come diceva Lord Curzon, delle marionette, e tale pare in fotografia Sayajirao Garkwad III di Baroda, con una vestina di seta ricoperta di gioielli e il turbante pure ingioiellato con a lato un fiocco di fili di perle. Eppure fu lui che nel 1911, davanti a Giorgio V e alla regina Mary, rifiutò di inchinarsi e di retrocedere senza voltarsi. Assieme alla moglie Chimnabai rese la scuola obbligatoria, costruì ospedali, biblioteche, ferrovie, impianti di irrigazione, e per pagare tutto questo fece fonderei cannoni d’ argento e vendette pezzi del famoso tappeto di perle. Grande fautore dell’indipendenza dell’India, lo fu anche dei diritti delle donne, proibendo la poligamia e le spose bambine, mandando le ragazze a studiare a Cambridge e inserendole nel parlamento. Il voto fu concesso alle donne indiane nel 1935, undici anni prima che alle italiane”.

Quello del 1911 fu l’ultimo Delhi Durbar. Quando Giorgio VI ascese al trono, in un discorso alla radio nell’ottobre 1937, disse: “Attendo con interesse e piacere il momento in cui sarà possibile visitare il mio Impero Indiano”. Tuttavia la Seconda guerra mondiale glielo impedì e con l’indipendenza dell’India la cerimonia scomparve definitivamente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Rita Cavalca

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia:Indian Culture Delhi Durbar (https://indianculture.gov.in/stories/delhi-durbars); Anchi Hoh, The Delhi Durbar and the Proclamation of Queen Victoria; N. Aspesi, Lo splendore dei maharaja. C’era una volta l’India delle favole, Repubblica 2009

 

Rita Cavalca, laureata in Materie Letterarie, psicopedagogista e counselor rogersiana, è appassionata della storia delle monarchie letta attraverso le vicende dei suoi protagonisti

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