Il 3 ottobre del 1911 la flotta italiana aprì il fuoco contro le fortezze di Tripoli. Aveva così avvio la conquista della “Quarta sponda” dopo una lunga preparazione diplomatica e propagandistica, nonché dopo una significativa penetrazione economica promossa, a partire dal 1907, dal Banco di Roma, finanziatore di attività industriali, linee di navigazione ed agenzie commerciali. L’11 dello stesso mese avvenne il vero e proprio sbarco del nostro corpo di spedizione. L’inazione turca pareva avallare l’idea diffusa in Italia, di una guerra-lampo, senza grandi perdite nè umane nè finanziarie. In realtà, all’effettiva impreparazione delle forze ottomane, si accompagnava il fatto che l’attacco era avvenuto nel periodo del ramadan e tutto era un po’ fermo in Tripolitania. Tutto, meno che i berberi di Suleiman El-Baruni e gli arabi di Mohamed Fekini. Furono loro, a Sciara Sciat, a mostrare l’esistenza di una resistenza viva e feroce.

Fekini, capo dei Rogebàn, si unì ai berberi di Suleiman El-Baruni, e da subito si mise in azione, reclutando guerrieri e spostandosi verso Tripoli. Un piccolo contingente di patrioti marciò da Qatis a Zanzur e Weshaffana, tentando di allacciare i rapporti con altri capi tribali e sollecitando le città a resistere, ad abbandonare ogni proposito di capitolazione agli italiani.

Fekini ed El-Baruni però furono sorpresi dagli appoggi insufficienti e dalla mancanza di volontà di lottare nella loro gente. Si unirono così ai soldati turchi ed al loro comandante, Nesciat Bey, concentrati a Svani Ben Adem. Anche qui il clima non era differente. I turchi erano demotivati e privi di armi e viveri. Istanbul stessa, pur annunciando la guerra santa, li aveva invitati a ritirarsi sulle montagne di Garian, rimandando lo scontro con le truppe inviate da Roma. Fu l’entusiasmo di Fekini a spronarli alla guerra.

Fekini ottenne ottimi risultati anche dal reclutamento di uomini tra le popolazioni del Gebel. Per un momento l’eccitazione degli animi sembrò cancellare diffidenze e incomprensioni tra berberi ed arabi. Nel giro di quindici giorni si radunò una enorme massa di guerrieri che, nella notte del 22 ottobre, fu spostata da Svani Ben Adem a Gargaresc, ad Ain-Zara e a Sugh El-Giumaa, poco distante da Tripoli, senza che aerei di ricognizione italiana potessero scorger nulla.

Le nostre forze, dando le spalle al mare, erano disposte in semicerchio dal forte Sultaniè al forte Hamidé passando nell’ultimo tratto – quello dal forte Mesri al villaggio di Sciara Sciat – attraverso un’oasi, cioè un autentico labirinto di sentieri incavati e muretti d’argilla, disseminato di ostacoli naturali, come palme e ulivi, di case e pozzi. Il primo tratto fu investito da un assalto alle 7 del mattino del 23 ottobre. Si trattò d’una operazione diversiva che si ripeté quando i turco-arabi assaltarono il centro delle linee. Entrambe le azioni servirono ad immobilizzarci nelle trincee perchè il vero attacco avvenne sulla sinistra, tra forte Mesri e Sciara Sciat, posizioni tenute soprattutto dai bersaglieri dell’11° reggimento.

Tutto ciò colse l’esercito italiano impreparato. Accanto alle truppe ottomane, ai berberi ed alle milizie di Mohamed Fekini, insorse l’intera popolazione dell’oasi incattivita dalle violenze e dalle offese perpetrate dai nostri alle donne arabe. Il primo attacco fu respinto, ma i bersaglieri della 4° e 5° compagnia si trovarono colpiti anche alle spalle, accerchiati, presi tra due fuochi. Persero allora la disciplina e finirono sterminati dal nemico. Qualche reparto invocò la resa, ma i libici non erano intenzionati a far prigionieri. Felice Piccioli, uno dei pochi superstiti, scrisse: “I nostri morti di Sciara Sciat giacciono sepolti ovunque: molti sono inchiodati alle piante dei datteri come Gesù Cristo. A molti hanno cucito gli occhi con lo spago; molti sono stati messi sotto terra fino al collo, si vede solo la testa; moltissimi hanno avuto le parti genitali tagliate”.

La rappresaglia italiana iniziò nel pomeriggio. In cinque giorni furono uccisi non meno di 4000 libici e non mancarono le denunce di violenze da parte dei corrispondenti stranieri. Un gran numero di prigionieri – 3425 uomini – furono deportati alle Isole Tremiti, a Ustica, Ponza, Caserta, Gaeta e Favignana. La ritorsione fu tremenda.

Un nuovo attacco libico si registrò ancora il 26 ottobre e il nemico riuscì ad aprirsi un varco nei pressi della caserma di cavalleria e ad impadronirsi della casa di Gemal Bey, travolgendo reparti dell’84° fanteria. Soltanto il fuoco congiunto dei cannoni di grosso calibro delle navi alla fonda e delle artiglierie terrestri placò il nemico. La situazione si fece critica e, dopo due giorni, il generale Caneva ordinò l’arretramento di tutto il fronte orientale con l’abbandono dei forti Mesri e Hamidié e dell’altura di Henni.

L’ostilità araba non era stata prevista a Roma, tantomeno lo era stata l’alleanza, subito costituitasi, con gli ottomani. Giolitti si ritrovò spaesato, i suoi emissari gli avevano descritto una realtà sociale ben diversa da quella scoperta. Dai dispacci di Carlo Galli, reggente il consolato generale di Tripoli, erano stati tutti convinti che gli arabi odiassero i turchi. Lo stesso console aveva messo a tacere chi contestava i suoi rapporti pregando il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano “di non dare alcun credito ad altre possibili notizie allarmanti inviate da corrispondenti fantasiosi…”. Per un mese Caneva restò fermo mentre il colera iniziava a mietere vittime. A Roma bisognò rivedere parecchie cose.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: A. Del Boca, A un passo dalla forca