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I vasai berberi di Gerba

Molti italiani ogni anno visitano l’isola dei Gerba, in Tunisia, attirati dalle sue splendide spiagge e dai bassi prezzi dei suoi numerosi alberghi.

Ma pochi sanno che quest’isola, la cui lunga storia si perde nell’antichità (1), è una delle poche località della Tunisia in cui ancora si parla la lingua berbera (2), ovvero la lingua originaria del Nordafrica, anteriore all’arrivo dei fenici, romani e arabi.

I berberi di Gerba sono concentrati intorno al piccolo centro di Guellala (Iqellalen, in lingua berbera), sul lato dell’isola che si affaccia sulla laguna interna di Bou-Ghrara.

Qui, da epoche immemorabili, si producono vasi, usando l’argilla che abbonda nella zona.

I geografi antichi riconoscevano il villaggio con il nome di Haribus, termine fenicio latinizzato che vuol dire “vaso di terracotta”.

L’argilla (taγuri, in berbero) è ancora oggi, più della pesca, dell’agricoltura e del turismo, la principale risorsa di questa isola.

Un detto berbero cita così: “Taγuri, nexleq siyes, nxeddem diyes, nεac siyes” (3), ovvero “Siamo stati creati con l’argilla, lavoriamo l’argilla, viviamo grazie all’argilla”.

Appena si varca il territorio di Guellala, lo sguardo viene subito attratto dalle abitazioni caratteristiche dell’isola adibite a laboratori con, a vista, tanti vasi accatastati e un mucchio di argilla in attesa di essere lavorata. Un asinello all’ingresso incuriosisce i turisti.

Il laboratorio (elmeεmil, in berbero) è spazioso e formato da ampie arcate di pietra ricoperte da tronchi di palma.
Poche fessure qua e là lasciano entrare luce a sufficienza. Tra le pietre, qualche volta se ne nota una recuperata dalle rovine romane dell’antica Haribus.

L’argilla viene spezzata in frammenti minuscoli con un piccolo maglio (azduz). Poi, in una fossa piena d’acqua, si amalgama l’impasto calpestandolo con i piedi.

Una volta preparata, l’argilla viene portata nel laboratorio, senza l’uso di secchi o carriole: una certa “fisicità” nel contatto con l’argilla esprime l’amore dei berberi di Guellala per questo materiale da cui traggono il loro sostentamento.

Nel laboratorio non manca mai un fornello per il thè.

Inizia la preparazione dei vasi.

Dapprima si preparano lunghi “salamotti” di argilla (taftilt). L’artigiano, poi, si mette al tornio (tayinna) con intorno a sé tutto il necessario. Indossa la taḩezzemit a righe che è un po’ la sua divisa e dispone sul tornio un piatto di argilla che sosterrà il vaso finito.

Il tornio viene fatto girare con il piede.

Si prepara la base piatta del vaso, arrotolando una prima taftilt (4). Per aggiungere un’altra taftilt, l’artigiano prepara una scanalatura in cui inserirla.

Il tornio continua a girare. Le mani dell’artigiano modellano abilmente l’impasto. Il corpo del vaso è quasi finito. Si completa con il collo. Ultimi ritocchi: con un piccolo pettine, disegna un fregio.

Il vaso (uno zzir) è pronto e viene tolto dal tornio.

La maestria dell’artigiano è anche quella di raccontare tutte le fasi della preparazione in 3 lingue contemporaneamente, in italiano per me, francese e tedesco per altri due turisti, senza mai bloccare il tornio.

I vasi finiti vengono messi ad asciugare per qualche tempo prima di introdurli nel forno.

La cottura

Esistono vari tipi di forno (tafurent), a seconda del vasellame da cuocere.

I forni più piccoli hanno una sola imboccatura per il fuoco; quelli più grandi ne hanno tre, per far cuocere uniformemente i vari strati di vasi.

Per l’accensione si usano trucioli e foglie secche di olivo o, più spesso, di palma.

L’apprendista (ssṭā) controlla, dalle aperture, il procedere della cottura.

Il vaso tipico di Guellala è il cosiddetto “cammello magico”, la cui magia può essere illustrata solamente da un artigiano berbero dell’isola di Gerba.

Vasi berberi e Caltagirone

I vasi berberi di Gerba e la loro preparazione mi ricordano molto quelli di Caltagirone, in Sicilia, provincia di Catania.

Come testimoniano i reperti rinvenuti, la città ha una sua produzione autonoma fin dall’antichità. La Sicilia, oltre che dagli arabi, fu invasa anche da truppe berbere che, molto probabilmente, trasmisero le loro tradizioni artigianali alle popolazioni calatine.

Ciò risulta evidente dal nome stesso della città che deriva da “Qal’at al-Ghiran”, ovvero “Rocca dei vasi”, il cui termine arabo “ghiran” deriva da quello berbero “taγuri” (5).

L’influenza arabo-berbera introduce nella città calatina i colori smaltati e l’ingobbio e motivi decorativi semplici.

Le popolazioni arabo-berbere in Sicilia, oltre ad una continua prosperità economica, lasciarono dietro di sé la loro arte, la loro scienza e soprattutto la loro cultura.

Peculiarità della loro cultura è l’ospitalità nei confronti dei turisti, la stessa ospitalità che si ritrova in Sicilia.

Che siate o meno interessati ai vasi e alla loro elaborazione, nei laboratori di Gerba o nelle città siciliane troverete sempre un thè ad accogliervi e a cui non potrete dire di no.

 

 

Autorearticolo e foto: Viviana Isernia, saggista ed islamologa

Note

(1) Gerba è l’isola dei “Lotofagi” dove sarebbe sbarcato Ulisse.

(2) Le altre località berberofone sono nel sud della Tunisia, dal villaggio di Matmata in poi.

(3) Per la pronuncia, la e va pronunciata un po’ sfuggente; i suoni enfatici hanno il puntino sotto; la x è un suono gutturale come la ch tedesca; la lettera greca γ è simile al gh.

(4) In lingua berbera, i termini che iniziano e finiscono per t sono di genere femminile.

(5) Ricordo che la lingua berbera in Nord Africa è antecedente alla lingua araba.

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