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Il colonialismo inglese in India

Il Delhi Durbar del 1911, evento di densa spettacolarità e significato che si tenne al Coronation Park di Delhi in India, fu, almeno nell’immaginario collettivo, il momento più alto del colonialismo inglese. Un tripudio di fasto e folklore accompagnò l’incoronazione imperiale dei reali del Regno Unito. Nei successivi tre decenni, però, tutto crollò.

La Compagnia Inglese delle Indie orientali era nata come le omonime olandese e francese, per sfruttare un commercio nato grazie alle scoperte di Vasco da Gama che aveva doppiato il Capo di Buona Speranza nel 1498 e aperto all’Europa l’approdo all’Oriente.

Nell’epoca del navigatore portoghese, l’India non era affatto un paese ripiegato su se stesso, aveva scambi intensi con l’esterno e in alcune regioni, come il Gujarat, uno stato costiero del Nord-ovest, la produzione artigianale di tessuti era assai fiorente, inoltre lunghe carovane di commercianti dell’Impero Moghul, la dinastia musulmana al potere, viaggiavano fino in Indonesia ed in Cina e ad Ovest, verso la Persia.

Insieme agli esploratori arrivarono i commercianti occidentali, i portoghesi installarono dei presìdi sulla costa occidentale e presto furono seguiti dagli olandesi, poi da inglesi e francesi. Tutti un po’ alla volta esclusero i mercanti indiani dal commercio marittimo con l’estero e svilupparono un partenariato soltanto con quelli più importanti, che fungevano da intermediari.

Per molti decenni, la Compagnia inglese delle Indie orientali realizzò grandi fortune commerciando prodotti indiani, soprattutto spezie, cotone e seta. Gli scambi, inizialmente visti dalla popolazione come favorevoli allo sviluppo economico dei vari villaggi, diedero ai mercanti una sorta di monopolio. La Compagnia costringeva i contadini ed i tessitori di tela a vendere la totalità della loro produzione ai prezzi da essa fissati e in questo modo i villaggi venivano schiacciati sotto il peso di tasse che andavano ad ampliare la fortuna degli azionisti della società, ma non aggiungevano nulla al benessere di chi produceva.

Pian piano, l’istituzione nata come impresa commerciale privata, divenne per volontà del parlamento londinese, un ente semi ufficiale del governo, e l’India prese sempre più le sembianze di una colonia. Il declino irreversibile dei Moghul, facilità l’impresa. Il passo ufficiale verso la nascita della colonia fu l’approvazione, nel 1784, dell’Indian Act, che concedeva ai governatori generali della Compagnia la facoltà di agire in nome del governo britannico. Da quel momento i successivi governatori generali, appoggiati da un esercito moderno, andarono alla conquista dell’immenso territorio, sottomettendo di fatto i vari principi regnanti e conquistando l’isola di Ceylon, l’attuale Sri-Lanka.

Se da un lato restaurare il sistema di canali, riparare le vie di comunicazione e promuovere, ad esempio in Bengala, la creazione di un sistema di pubblica istruzione fu da parte degli inglesi la dimostrazione di quanto il colonialismo potesse essere utile agli indiani, dall’altra si registrarono risultati disastrosi per la popolazione. Sorse così quel fenomeno che gli storici definiscono “sviluppo nel sottosviluppo”. Nello stesso Bengala, durante la carestia del 1770, la produzione artigianale non ebbe sconti sulle imposte fondiarie da versare, ciò ridusse in estrema povertà la gente mentre le entrate della Compagnia aumentarono.

Sotto l’Impero Moghul, quando i contadini dovevano fornire in imposta un terzo del loro raccolto, questa poteva essere modulata, o anche eliminata, quando imperversava la fame, dopo un cattivo raccolto, il colonizzatore inglese, invece, non si preoccupava di questi dettagli, le imposte erano comunque dovute, qualunque cosa succedesse. La cosa peggiorativa fu poi che l’imposta in natura venne sostituita con l’imposta in denaro e ciò, in un’economia contadina, che ignorava praticamente l’uso della moneta, condusse a sconvolgimenti sociali enormi.

Gli zamindar, i percettori di imposte della dinastia Moghul, furono considerati dal potere britannico come proprietari del suolo. A loro spettava pagare un compenso in denaro liquido e loro spremevano i contadini per recuperare il compenso reso. In questo modo nacque una nuova classe di proprietari terrieri che diventarono il flagello dei contadini indiani i quali cominciarono a dover ricorrere agli usurai per soddisfare le nuove richieste.

Nel 1818 i britannici dominavano quasi tutta l’India, ad eccezione del Regno Sikh, nel nord-ovest, mentre amministravano in maniera diretta le regioni più ricche, come il Bengala e Delhi. In un sottile modo di porsi come modello di miglioramento delle condizioni di vita, si ebbe la proibizione del lavoro minorile e l’abolizione della pratica funeraria del Sati, per la quale la vedova veniva sacrificata sulla pira assieme al marito, ma intanto ad esempio la lingua persiana, il legante delle popolazioni indiane da millenni, fu sostituita con l’inglese, imposizione mascherata dalla tolleranza dei dialetti locali.

E mentre da un lato venivano rovinate sia la fiorente manifattura indiana di tessuti in cotone che l’agricoltura dei villaggi autosufficienti basati su proprietà comuni, gli episodi di resistenza, come quelli combattuti dai sikh, furono pochi e facilmente domati dalla supremazia militare inglese. Ciò portò all’annessione del Punjab e dei regni di Satara, Jaipur, Sambaipur e Nagpur.

Con lo sviluppo dell’industria britannica, le cose cambiarono e l’artigianato indiano diventò un rivale da eliminare. L’industria tessile che si sviluppava in Gran Bretagna non poteva tollerare la concorrenza dei tessuti indiani, per questo il governo vietò praticamente l’esportazione dei tessuti indiani, facendo invertire il flusso delle esportazioni in importazioni. Diretta conseguenza fu che la popolazione di Dacca in Bengala, una delle grandi regioni produttrici di tessuti, passò da 150.000 occupati ad appena 20.000 e il tenore di vita generale della nazione si abbassò inesorabilmente. Milioni di artigiani rovinati andarono ad ampliare le file dei diseredati senza terra dei villaggi.

L’India era diventava una colonia destinata a produrre materie prime per l’Inghilterra e a comperare i suoi prodotti manifatturieri. La politica espansionistica intrapresa sul finire degli anni Quaranta dell’Ottocento acuì questo già labile contesto conflittuale. Il “principio della reversibilità” fu alla base dell’annessione di quei principati indiani che rimanevano senza erede diretto alla morte del reggente. La loro redistribuzione tra la nobiltà locale costituì un gioco di concessioni e di imposizioni che rafforzò l’affermazione del predominio britannico.

Nel maggio 1857 le truppe indiane che prestavano servizio nell’esercito britannico, formato da 238.000 uomini (dei quali solo 38.000 europei), si ribellarono seguendo la voce che le cartucce dei fucili venissero unte con grasso di maiale e di vacca, animali tabù per musulmani e induisti. L’insurrezione fu soffocata nel giugno di quell’anno e Londra approfittò del fatto per ratificare il Government of India Act e trasformare l’India in una colonia sotto il diretto dominio della Corona britannica e il mandato di un viceré, con Calcutta capitale.

La Compagnia delle Indie orientali, che l’aveva amministrata fino ad allora, fu liquidata. Si inaugurarono delle politiche riformistiche in materia fiscale, giudiziaria, educativa e sociale, si costruirono importanti infrastrutture, anzitutto ferroviarie e telefoniche, vennero anche fondate le Università di Calcutta, Bombay e Madras, ma la povertà crebbe. Con la benedizione delle autorità coloniali, i principi continuarono ad esercitare i loro privilegi, ma molti di loro esaurirono in pochi decenni le favolose ricchezze non più supportate dallo sfruttamento dei sudditi.

La regina Vittoria fu proclamata imperatrice nel 1876, quando il governo britannico avallò la proposta di Benjamin Disraeli. I venti del cambiamento e dell’insofferenza nazionalistica avevano però iniziato a soffiare.

Allan Octavian Hume, un funzionario in pensione del servizio civile indiano britannico (ICS), aveva fondato il Congresso Nazionale Indiano (CNI), un partito politico che iniziò a lottare per i diritti civili, sempre più apertamente contro il dominio inglese. Londra aveva intuito l’andazzo, ma lo sottovalutò. Con l’annessione della Birmania creò uno stato-cuscinetto a protezione delle frontiere orientali, e così creò il Nepal e il Bhutan, si pigliò pure il Belucistan. L’insorgere di grandi carestie e pestilenze non servì a richiamare l’attenzione delle autorità sulla grande massa di disperati che popolava i villaggi e le città indiane, anzi, un rapporto ufficiale dell’amministrazione britannica raccomandava nel 1881, di non intervenire poiché “se si salvano le classi affamate, si rischia di aumentare considerevolmente la loro fecondità e di lasciarli morire in numero ancora superiore alla prossima carestia”.

Dopo pochi anni dai grandi festeggiamenti del Delhi Durbar nel 1911, quei due milioni di soldati indiani che avevano combattuto durante la Prima guerra mondiale e si aspettavano in cambio una qualche forma di autogoverno, alimentarono il malcontento. Nel 1916 la Lega Musulmana e il Congresso Nazionale Indiano si unirono nella richiesta di autonomia, una esplicita quanto dura risposta arrivò nel 1918 quando il governo inglese promulgò il Rowlatt Act, una legge che stabiliva misure eccezionali per chiunque fosse accusato di terrorismo, ovvero di azione politica anti-britannica, l’India però era ora in marcia verso la sua indipendenza.

L’eco della rivoluzione russa fu così vivo che si diffuse rapidamente anche a Bombay e, alla fine del 1918, in un grande sciopero nelle fabbriche tessili, quasi 120 mila operai incrociarono le braccia in segno di protesta. Le leggi repressive promosse dal potere coloniale non poterono impedire al movimento di estendersi e di investire le campagne e le grandi piantagioni, raggiungendo una dimensione mai vista in India.

Il Congresso Nazionale Indiano tentò di ottenere qualche concessione, voleva però una mobilitazione  popolare disarmata e sarebbe stato proprio questo che Gandhi gli avrebbe offerto, mettendosi a capo del movimento di protesta e cominciando  ad attuare le sue campagne di disobbedienza civile. IL CNI si trasformò in un partito di massa capace di superare differenze e antagonismi tra abitanti di città e di campagna, tra musulmani e induisti.

Nel 1921, la nuova Costituzione indiana lasciava all’amministrazione indiana le materie dell’insegnamento, delle opere pubbliche, dell’agricoltura e dell’industria, ma gli inglesi continuavano a detenere il controllo diretto sulla difesa, la politica estera, il sistema giudiziario e quello finanziario e veniva ribadito il concetto che il governo di Delhi doveva render conto solo al parlamento britannico.

Il Mahatma Gandhi attuò forme di lotta basate sulla non collaborazione con i colonizzatori, riuscì a coinvolgere grandi masse, rese questa lotta una sorta di religione, gli indiani videro in lui un profeta da seguire, abbandonarono a migliaia i posti che ricoprivano nell’apparato amministrativo, si rifiutarono di frequentare scuole, paralizzando il paese. L’intento era di ripristinare un’idea di India svincolata dagli usi anglosassoni, niente prodotti provenienti dall’Inghilterra, ritorno all’antica pratica della filatura del cotone con l’arcolaio, da molti vista come involuzione, ma certamente richiamo alle origini.

Nel 1930 la campagna di non violenza e di disubbidienza civile di massa si estrinsecò nel rifiuto di pagare l’imposta sul sale, un gesto denso di significato perché gli inglesi avevano il monopolio del prodotto in India, perciò nessun indiano poteva procurarsi del sale se non comperando quello venduto da anglosassoni. Una marcia simbolica, percorsa a piedi in un lungo cammino fino al mare, dove il Mahatma raccolse alcuni cristalli di sale, costrinse gli inglesi a promettere all’India la concessione dell’indipendenza, raggiunta però solo diciassette anni dopo, il 15 agosto del 1947.

 

 

 

Autore articolo: Rita Cavalca, laureata in Materie Letterarie, psicopedagogista e counselor rogersiana, è appassionata della storia delle monarchie letta attraverso le vicende dei suoi protagonisti

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: F. Lamendola, India 1857: come gli Inglesi si raccontano, a modo loro, la propria storia coloniale; G. De Sio, Il Colonialismo in India e in Cina; Aa.Vv., INDIA : dallo sfruttamento coloniale allo sviluppo ineguale; E. Galavotti, Storia dell’India Moderna sino alla morte di Gandhi (1784-1947)

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