Il condottiero Giovanni Vitelleschi

Giovanni Vitelleschi nacque a Corneto e studiò l’arte militare al seguito del condottiero Angelo di Lavello, detto Tartaglia. Tra il 1431 ed il 1440, sotto il pontificato di Eugenio IV, come generale dell’esercito pontificio, conobbe grandi responsabilità e incarichi. Si può a ben ragione affermare che le sorti dello Stato pontificio furono nelle sue mani. Fu protonotario apostolico e poi Vescovo di Recanati, fu Governatore della Marca e Arcivescovo di Firenze, fu Cardinale di San Lorenzo in Lucina ed infine Vicario pontificio nel Regno di Napoli. Fu soprattutto uno spietato nemico dei Colonna, divenuti sotto Martino V, la più potente famiglia aristocratica romana.

Combatté contro di essi in nome di Eugenio IV ripristinando l’autorità del pontefice dopo che l’avevano costretto a lasciare Roma in gran segreto, nascosto su una barchetta e travestito da monaco. Il Vitelleschi si recò allora a Firenze per raccogliere denari e uomini e così si precipitò su Roma, il 28 agosto del 1434, e ne recuperò il possesso in nome del Pontefice.

I Colonna però erano solo i più potenti di una vasta schiera di nobili romani che essi pagavano o aizzavano contro il pontefice. Così, per conto del papa, catturò pure Piergentile Varano, signore di Camerino, finito decapitato, e Giacomo di Vico, signore ribelle della rocca di Vetralla, portato in catene nella Rocca di Soriano e condannato a morte. Egual sorte toccò ad Armaleo Ascolano di Borgo di San Sepolcro e così andò pure ristabilita l’autorità pontificia a Civitavecchia, Sezze e Piperno, territorio occupato Antonio da Pontedera, signore di Alatri. La morte del Pontedera fu orribile: fu legato ad una pianta d’ulivo e lasciato penzolare in balia dei lupi che lo sbranarono. Il suo braccio destro, Poncelletto di Pietro Veneranieri, trovò rifugio presso Lorenzo Colonna, a Palestrina. Vitelleschi assalì la fortezza il 2 giugno 1436 e riuscì ad averne ragione il 18 agosto. Poncelletto fu arrestato e portato a Roma dove fu giustiziato l’8 novembre a Campo di Fiore, mentre Lorenzo Colonna si riconciliò col pontefice. Il Colonna però restò inviso al condottiero che scacciò il popolo di Palestrina e fece raderla al suolo, trasportandone i marmi, le reliquie e le campane nella sua Corneto. Lorenzo si rinchiuse a Zagarolo ma il Vitelleschi non gli dette tregua, assediò il castello e lo dette alle fiamme, l’11 maggio 1439.

Al culmine di queste imprese il popolo romano gli tributò grandi onori, come riportato nella Cronaca Romana di Paolo di Lelio Petronio: “…tutti i Capi rioni con li loro pennoni accompagnati da molta gente gli andarono incontro fino all’arco di S. Vito, ma con tutti gli altri Cittadini i quali, sogliono giocare alle feste della Nostra Donna di agosto con le fiaccole in mano e con li bifari e colle processioni dei preti. E tornando il detto Patriarca da S. Giovanni dove aveva vedute le teste dei beati Apostoli e Santi Pietro e Paolo, giunto che fu al detto arco gli fu posto sopra capo un bel drappo d’oro, e così sotto quel   drappo venne infino a S. Lorenzo in Damaso: e fu addestrato da Cittadini di ciascun rione facendo a mute sì del drappo, sì dell’addestrare con molte olive et infinita gente coperte in più parte le strade dove passava di molti drappi d’ oro, et altri belli panni, gridando ad alta voce per tutta la strada ogni uomo: viva lo Patriarca. E poichè fu al detto Santo Lorenzo quel drappo che gli fu portato sopra la testa per allegrezza fu messo a bottino a chi ne poteva pigliare. Et entrò dentro e basciò l’altare, e poi tornò e montò a cavallo et andò ad ismontare dove altre volte era stato nella regione della recola. Io non iscrivo i Cittadini che lo addestrarono, nè quelli che gli stavano alle staffe, ne anche quelli che portavano lo pallio perchè fora lungo. E questo   basti sì et in quanto all’onore pubblico fatto. Ma dirovvi che infra li Cittadini furono raccolti 1200 ducati, i quali furono donati in una coppa d’oro di valore di cento ducati del circa”. Il Senato Romano fece erigere al Vitelleschi una statua equestre in Campidoglio con l’epigrafe: “A Giovanni Vitelleschi Patriarca Alessandrino Terzo Padre della Patria dopo Romolo”. Inoltre fu decretata la cittadinanza romana per tutti i cornetani, per merito del loro concittadino.

Eugenio IV non tardò a richiamarlo alle armi, stavolta per una missione nel Regno di Napoli a favore di Giovanna II e Luigi d’Angiò. Al comando di quattromila cavalieri e duemila fanti, batté a Benevento, l’8 luglio del 1437, Gian Antonio Orsini, Principe di Taranto, partigiano di Alfonso d’Aragona, che aveva invaso il regno, e addirittura il 18 agosto, ad Aversa, prevalse sull’esercito aragonese, poi prese Alife, Mignano e Salerno, facendo prigioniero lo stesso Orsini, prima di lasciare il comando a Lorenzo Attendolo.

Come premio di tante vittorie ottenne il cardinalato e poco dopo il vicariato generale di Roma. Con questa carica, nel mese di luglio del 1439, raccolto un esercito di millequattrocento cavalieri e circa il doppio dei fanti, nelle vicinanze di Spoleto, marciò su Foligno. Tenne quella città sotto assedio sino al 9 settembre quando il ribelle Corrado Trincio gli fu consegnato dalla popolazione. Fu l’ultima sua impresa.

Oramai era divenuto così influente e temuto che lo stesso papa volle disfarsene. Feroce e severo, certe sue scelte, come la distruzione di Palestrina, erano anche indifendibili anche per Eugenio IV. I fiorentini, nemici di Milano quanto carichi d’astio contro il potente Vitelleschi, l’accusarono di complottare contro il papa con Niccolò Piccinino che aveva occupato Bologna al servizio del Duca Francesco Sforza che invece era entrato a Rimini. Giovanni Vitelleschi, catturato con l’inganno da Antonio Rido, castellano di Castel Sant’Angelo, morì lì prigioniero.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: L. Dasti, Notizie storiche archeologiche di Tarquinia e Corneto

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