Il diritto d’asilo in epoca Tardo Antica e nel Medioevo

L’istituto del diritto d’asilo pose lo Stato in una posizione inferiore rispetto alla Chiesa, in quanto bastava oltrepassare dei confini simbolici, per così dire, che dividevano le competenze e l’autorità delle istituzioni civili da quelle ecclesiastiche per entrare nella sfera di competenza del magistrato laico o del vescovo.

I suddetti confini simbolici erano presenti pressoché in tutti i quartieri, bastava toccare un luogo sacro (chiese, cimiteri, conventi) per usufruire del diritto d’asilo. Gli spazi in cui valeva l’asilo si estendevano anche all’esterno degli edifici immuni, di regola fino a circa 30 passi in giro, quando essi erano fuori dagli abitati.

L’origine del diritto d’asilo viene fatta risalire dagli storici alla pratica dell’intercessio esercitata dai chierici innanzi al giudice a favore di coloro che si rivolgevano al clero e ai vescovi chiedendone l’intervento per ottenere la clemenza dell’autorità o la pietà degli avversari. Colui che aveva chiesto asilo in una chiesa non poteva esser fatto uscire con la violenza. Se l’intercessio non avesse sortito effetto, allora, al rifugiato, per evitare la pena, non restava che la fuga.

Il rifugiato scappava e si trasferiva fuori dai confini, salvo poi ritornare, magari sotto falsa identità. Col tempo, divenne consuetudine, anche perché molto conveniente, che i delinquenti e i malavitosi, per sfuggire alle maglie della giustizia, si rifugiassero nei luoghi immuni. I monaci dei conventi erano i preferiti di quelle bande di briganti, che potevano facilmente ottenere il vitto, che gli ecclesiastici secolari non potevano fornire.

Avendo il diritto d’asilo origine divina, nessuno si azzardava a protestare, anzi capitava che i monaci intervenissero in difesa dei confugiati con le armi contro chi li voleva estrarre, facendo nascere scontri cruenti. Era perciò diventata una pratica d’uso, largamente documentata, delle magistrature mandare i birri nel luogo immune, in abiti civili, per estrarre di forza il confugiato, e per farlo scomparire, o addirittura per farlo ammazzare in loco, senza processo formale, ma avendo già realizzato un’istruttoria segreta sostanziale.

D’altro canto, un regolare e formale giudizio contro il confugiato era difficile, senza avere la disponibilità dell’imputato, che, pur non era latitante, era presente magari in qualche chiesa, ma di fatto non consultabile. Senza poi contare che tutto ciò che poteva costituire atto di accusa, era precluso alle indagini: perciò la refurtiva, o anche il corpo della vittima, spesso finivano in Chiesa.

In compenso, la magistratura, appena era stato eseguito dai suoi fidi l’ordine di segreta esecuzione, dava inizio ad un processo contro gli ignoti assassini: in questo modo si sottraeva alle scomuniche ecclesiastiche. Molto spesso, per non contaminare i riti nelle chiese centrali, i rifugiati e presunti delinquenti erano trasferiti, previo accordo tra autorità civili e religiose, nelle chiese periferiche, dove il traffico dei fedeli, e quindi il danno, era minore. Addirittura, molto spesso i confugiati erano trasferiti nelle carceri statali o nei castelli, dove dovevano essere custoditi come se fossero in Chiesa, senza che fosse minimamente compromesso, pregiudicato o indebolito il loro status giuridico.

Comprendiamo bene quali effetti potesse avere nella ordinaria amministrazione della giustizia la pratica dell’asilo, che di fatto sottraeva in radice la possibilità per le autorità civili di fare giustizia, di perseguire i delinquenti, di realizzare attraverso il processo l’autorità dello Stato. Il fatto che la macchina giudiziaria, per realizzare i suoi fini, dovesse tradurli in violenza privata finendo per tradire se stessa, hanno un significato storico evidente.

 

 

Autore articolo: Davide Alessandra

Fonte foto: dalla rete

Fonti Bibliografiche: – Dispense corso universitario Francesco Mastroberti

 

Davide Alessandra, laureando in giurisprudenza e studente di archivistica, paleografia e diplomatica presso la scuola dell’Archivio di Stato di Palermo.

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