Il mercantilismo, Smith ed i fisiocratici

Il mercantilismo era guidato dalla generica idea che l’intervento del governo nell’economia fosse necessario per promuovere la prosperità nazionale. Bisognava sviluppare le esportazioni e limitare le importazioni al fine di accrescere la riserva d’oro del Paese. L’aumento di tale riserva era considerato come un elemento fondamentale per misurare la forza economica nazionale. Anche per quel che concerne il commercio interno, i mercantilisti invocavano interventi statali per accrescere la produzione industriale e agricola: bisognava aiutare le attività mercantili private, proteggendole e favorendone la crescita.

La polemica anti-mercantilista si sviluppò soprattutto in Inghilterra con Adam Smith, ma anche in Francia coi fisiocrati. I termini fondamentali della critica di Smith furono legati alle imposte sullo scambio e sul consumo di beni, in quanto si asseriva che ostacolassero il commercio e la produzione. Se, infatti, i dazi erano difesi dai mercantilisti con l’argomento che proteggevano l’industria nazionale, i liberisti sostenevano invece che essi facevano salire i prezzi interni, diminuivano la concorrenza e accrescevano i costi.

Sul piano politico ciò si tradusse in un atto d’accusa all’effettiva ampiezza dei poteri che spettavano al Sovrano. Gli organi direttivi nazionali delle monarchie europee spesso accumulavano confusamente potere legislativo, amministrativo e giudiziario a tutela di persone particolari e dei loro averi. Ora si stabiliva che l’imposta, il grande strumento che pesava sulla proprietà e interferiva nella vita economica, doveva essere assolutamente votato dal Parlamento.

Era un’idea rivoluzionaria che limitava il potere della Corona, esaltava il Parlamento e rifletteva l’esigenza dei proprietari di difendere i propri beni dall’arbitrio del re. Così il Bill of Right del 13 febbraio del 1689 stabiliva che “una esazione di denaro per la corona o per suo conto sotto pretesto di prerogativa senza il consenso del Parlamento, per un tempo più lungo o una maniera diversa da quella che è o sarà consentita dal Parlamento, è illegale” ed aggiungeva che “la leva o il mantenimento di un’armata nel regno in tempo di pace, senza il consenso del Parlamento, è contraria alla legge”. Così Smith definì le classiche quattro massime sulla tassazione: i sudditi devono contribuire al mantenimento del Governo in proporzione al loro reddito; l’imposta deve essere certa e non arbitraria; l’imposta deve essere comoda, cioè riscossa nel momento e nel modo ritenuti più convenienti per il contribuente; l’imposta deve essere economica, cioè stabilita in maniera tale da far uscire dalle tasche dei contribuenti la minor somma possibile in eccedenza a quella che entra nelle casse dello Stato.

I fisiocratici aggiungevano a questi argomenti altri di natura filosofica. Per essi esistevano un diritto naturale ed un ordine naturale che andavano rispettati e solo così la società poteva prosperare. La scienza del governo – insegnava Pierre-Paul Lemercier de La Rivière de Saint-Médard alla zarina Caterina di Russia – consisteva “nello studio della legge che Dio ha così manifestamente posto nella società umana dal tempo della sua creazione. Cercare di trasgredirla sarebbe un grande errore era una disastrosa impresa”.

Frédéric Bastiat in seguito avrebbe detto: “Dio che ha prodigato a tutte le creature il calore, la luce, la gravitazione, l’aria, l’acqua, la terra, le meraviglie della vita vegetale e tanti altri innumerevoli benefici che non mi è qui concesso nemmeno accennare, Dio che ha posto nell’individualità l’interesse personale che come una calamita attira sempre tutto a sé, Dio, io dico, ha posto parimenti in seno dell’ordine sociale un’altra molla, alla quale ha affidato la cura di conservare ai suoi benefici la loro destinazione primitiva, la gratuità, la comunità; questa molla è la concorrenza”.

Ciò prese la forma di un “dispotismo illuminato”, cioè di un sistema in cui fossero le Leggi, poche, chiare e precise, a regolare l’economia e i rapporti fra gli individui. “Che cosa fareste se foste re?”, si chiedeva François Quesnay. “Niente”, rispondeva. “E chi governerebbe?”. “Le Leggi”.

Fu proprio Quesnay a coniare la famosa formula “laissez faire” per difendere a libertà degli agricoltori di sviluppare le proprie attività senza limitazioni e ingerenze da parte dello stato.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina: Ritratto di François Quesnay. Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: F. Forte, Manuale di Politica Economica; A. Roncaglia, Breve storia del pensiero economico; H. Landreth e D. C. Colander, Storia del pensiero economico; P. D. Groenewegen e G. Vaggi, Il pensiero economico. Dal mercantilismo al monetarismo

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