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Il Palazzo Ducale di Venezia

Fino al 1797 il Palazzo Ducale di Venezia fu la residenza del Doge, simbolo per eccellenza del grande valore della cultura e della civiltà veneziana. La peculiarità dell’edificio risiede nell’eterogeneità delle sale: si passa dalle buie e tetre prigioni nei sotterranei alle incredibili stanze affrescate dal Tintoretto, dal Veronese e dai maestri rinascimentali.

Partiamo dalla Sala delle Quattro Porte che aveva la duplice funzione di anticamera d’onore e di passaggio verso le stanze più importanti del palazzo e prende il nome da quattro splendide porte incorniciate da preziosi marmi orientali, sormontati ciascuno da un gruppo scultoreo con temi e simboli allusivi ai valori cui devono ispirarsi quanti si assumono responsabilità di governo. Nel 1574 un incendio divampò danneggiò questa sala e le successive. L’aspetto attuale risale quindi all’imponente opera di ristrutturazione di Andrea Palladio e Antonio Rusconi. Tra idipinti delle pareti, spicca l’opera di Tiziano che mostra il Doge Antonio Grimani (1521-1523) inginocchiato davanti alla raffigurazione della Fede.

Un’altra sala adibita all’accoglienza fungeva da anticamera d’onore per le ambascerie e le delegazioni che attendevano di essere ricevute dal Collegio cui era delegata la politica estera della Serenissima. Anche questo ambiente fu restaurato dopo l’incendio del 1574 e il suo apparato decorativo è perciò simile a quello della Sala delle Quattro Porte, con stucchi e affreschi sul soffitto. Un prezioso fregio orna le sommità delle pareti e sontuosi sono il camino tra le finestre e la bella porta che immette nella Sala del Collegio, adorna di colonne corinzie su cui si erge un frontone sormontato da un gruppo marmoreo di Alessandro Vittoria, che raffigura Venezia in sembianze femminili poggiata al leone di San Marco ed assistita dalla Concordia e dalla Gloria. Accanto alle porte sono collocate quattro tele dipinte da Jacopo Tintoretto per l’Atrio Quadrato, portate qui nel 1716 in sostituzione dell’originaria decorazione con pannelli di cuoio.

Venezia. Piazza San Marco.

Da questo ambiente si accedeva alla Sala del Collegio (o Pien Collegio), che riuniva i Savi e la Signoria, organi distinti e autonomi. I primi si dividevano in Savi del Consiglio, che si occupavano di politica estera, Savi di Terraferma, competenti sulle questioni inerenti i territori fuori della laguna, e Savi agli Ordini, che sovrintendevano alle materie marittime. La Signoria era invece composta dai tre capi della Quarantia e dal Minor Consiglio, formato dal Doge e da sei consiglieri, uno per ogni sestiere. I compiti del Collegio erano soprattutto quelli di predisporre e coordinare i lavori del Senato, leggendo i dispacci degli ambasciatori e dei rettori, ricevendo le delegazioni straniere e promuovendo l’attività legislativa e politica. Accanto alle funzioni comuni, ognuno di questi organismi espletava pure le incombenze proprie del suo mandato, che li rendeva quasi una sorta di “mente” del Senato, specie nel campo della politica estera.

La decorazione di questa importante sala fu completata dopo l’incendio del 1574 su progetto di Andrea Palladio. Francesco Bello e Andrea da Faenza lavorarono alla realizzazione del rivestimento ligneo della pareti, del tribunale sul fondo e del soffitto intagliato. Le splendide tele del soffitto furono invece commissionate al Veronese che le eseguì tra il 1575 e il 1578. Il soffitto del Collegio è davvero uno dei capolavori dell’artista che celebra qui il Buon Governo della Repubblica, la Fede su cui esso riposa e le Virtù che lo guidano e lo rafforzano.

Le sale dedicate alle funzioni di giustizia iniziano con la Sala della Bussola, ed è appunto la statua della Giustizia che sovrasta la grande bussola lignea che dà il nome alla stanza, maschera l’angolo e conduce nelle sale dei Tre Capi, del Consiglio dei Dieci e degli Inquisitori. Tale ambiente era dunque utilizzato come anticamera per chi veniva convocato da queste potenti magistrature: la magnificenza della decorazione era mirata ad enfatizzare la solennità del rituale giuridico-politico dello Stato marciano, che qui trovava uno dei suoi cardini più efficaci e più celebrati.

Tutte le stanze in cui si svolgevano funzioni connesse alla giustizia erano collegate tra loro in senso verticale, a partire dal piano terra, con le prigioni, chiamate Pozzi, per proseguire poi al piano delle logge con l’Avogaria, al primo piano con le Quarantia e la Sala del Magistrato alle Leggi, al secondo piano con le diverse sale con funzioni di tribunale, fino alle prigioni del sottotetto, i Piombi. I collegamenti erano garantiti anche da scalette, corridoi e vestiboli.

Il Consiglio dei Dieci fu istituito in seguito a una congiura ordita nel 1310 da Bajamonte Tiepolo e altri nobili per rovesciare le istituzioni statali. Nato per giudicare gli aderenti al complotto, avrebbe dovuto essere un organo provvisorio ma, come spesso accade nella storia delle istituzioni veneziane, finì col diventare permanente. Le sue competenze si estesero anzi a ogni settore della vita pubblica: ortodossia religiosa, politica estera, spionaggio, difesa dello Stato. Da qui il mito di un tribunale potente e spietato al servizio dell’oligarchia dominante, le cui sentenze venivano emesse in tempi rapidissimi e con rito segreto. L’assemblea era composta da dieci membri scelti dal Senato ed eletti dal Maggior Consiglio, a cui si aggiungevano il Doge e i suoi sei consiglieri. Di qui i diciassette riquadri a semicerchio, che ancora si notano nella sala.

Venezia. Canal Grande.

Si accede poi alla sala detta dei Pregadi, perché qui il Doge “pregava” i membri di partecipare alle riunioni, ospitava le adunanze del Senato. Tale organo risaliva al XIII secolo, si evolse nel tempo e, dal XVI secolo, ebbe il compito principale di sovrintendere alle materie economico-finanziarie, come la produzione, il commercio e la politica estera; divnne così una sorta di comitato ristretto del Maggior Consiglio a cui venivano chiamati prevalentemente gli esponenti delle famiglie più abbienti.

I lavori di rifacimento della sala dopo l’incendio del 1574 avvennero negli anni ottanta del Cinquecento. Terminato il soffitto, si diede inizio alla decorazione pittorica, che risultò terminata completamente nel 1595. Tintoretto e la sua bottega sono gli autori di alcune di queste opere in cui si nota la figura del Cristo.

Seguono poi le stanze dedicate all’amministrazione della giustizia. La Quarantia, creata dal Maggior Consiglio già alla fine del XII secolo, era il massimo organo di appello della Repubblica veneziana. Originariamente era un unico organismo formato da quaranta membri dotati di ampi poteri politici e legislativi. Nel corso del XV secolo le quarantie divennero tre: Quarantia Criminal (per le sentenze penali), Quarantia Civil Vecchia (cause civili in territorio veneziano) e Quarantia Civil Nuova (cause civili in terraferma). La sala venne restaurata nel XVII secolo, ma reca ancora, dell’antica decorazione, un frammento di affresco visibile vicino all’entrata a destra. Le tele che vi sono collocate attualmente risalgono al Seicento.

La Quarantia Criminal era un organismo di grande importanza dato che i suoi membri facevano parte del Senato, potevano essere anche investiti di poteri legislativi. La sala è decorata da stalli lignei del XVII. La stanza successiva ne costituiva l’archivio: si presume perciò che le sue pareti fossero rivestite di scaffalature e armadi.

La Sala del Maggior Consiglio è la più grande e maestosa del Palazzo Ducale e, con i suoi 53 metri di lunghezza e 25 di larghezza, una delle più imponenti d’Europa. Al suo interno si tenevano le assemblee della più importante magistratura dello Stato veneziano. Il Maggior Consiglio era formato da tutti i patrizi veneziani, a prescindere dal prestigio, dai meriti o dalle ricchezze. Per questo, nonostante col trascorrere dei secoli il Senato tendesse a limitarne sempre più i poteri, esso fu sempre sentito come il baluardo dell’antica uguaglianza repubblicana, sia pure ristretta al solo ambito nobiliare. Il Maggior Consiglio aveva diritto di controllo su tutte le altre magistrature e cariche dello Stato che, quando sembravano assumere eccessivi poteri, venivano prontamente ridimensionate. I circa duemila nobili che lo costituivano non cessarono mai, infatti, di sentirsi gli autentici depositari del diritto statale, da cui tutte le altre magistrature derivavano.
Ogni domenica, al suono della campana di San Marco, i membri si riunivano sotto la presidenza del Doge che sedeva al centro della pedana, mentre i consiglieri occupavano seggi disposti secondo la lunghezza della sala in file doppie, dandosi la schiena. Sempre in questa sala si effettuavano le prime fasi dell’elezione del Doge che proseguivano in quella dello Scrutinio. Le procedure erano estremamente lunghe e complesse per evitare possibili brogli elettorali.

La sala venne ristrutturata nel corso del XV secolo, era decorata dall’affresco del Guariento di cui abbiamo visto i resti e da opere dei più famosi artisti dell’epoca tra cui Gentile da Fabriano, Pisanello, Alvise Vivarini, Carpaccio, Bellini, Pordenone e Tiziano. Nel dicembre del 1577, un incendio divampato nella vicina sala dello Scrutinio le distrusse, danneggiando gravemente anche la struttura della sala. Si passò velocemente a restaurarlo e venne poi avviata una decorazione che vide impegnati artisti come Veronese, Tintoretto e Palma il Giovane, secondo un programma che prevedeva alle pareti episodi della storia veneziana con particolare riferimento ai rapporti col Papato e l’Impero, sul soffitto le gesta di cittadini valorosi e le Virtù, mentre lo spazio centrale era riservato alla glorificazione della Repubblica. I 12 dipinti laterali, sei per lato, ricordano atti di valore o episodi bellici accaduti lungo l’arco della storia della Città. Immediatamente sotto il soffitto corre un fregio con i ritratti dei primi 76 Dogi della storia veneziana, commissionati a Jacopo Tintoretto, ma eseguiti in gran parte dal figlio Domenico. Sul cartiglio che ogni Doge tiene in mano sono riportate le opere più importanti del suo Dorado. Il Doge Marin Faliero che tentò un colpo di stato nel 1355, è rappresentato da un drappo nero: condannato in vita alla decapitazione e alla damnatio memoriae, ossia alla cancellazione totale del nome e dell’immagine, come traditore dell’istituzione repubblicana. Lungo un’intera parete, dietro al trono, si staglia la più grande tela del mondo, il Paradiso, realizzata da Jacopo Tintoretto e dalla sua bottega tra il 1588 e il 1592 al posto dell’affresco del Guariento.

Uscendo dall’imponente sala si accede a un corridoio che consente il passaggio attraverso il Ponte dei Sospiri, realizzato nel 1614 per unire il Palazzo Ducale all’edificio adiacente destinato alle Prigioni Nuove. Il celebre soprannome di “ponte dei sospiri” risale all’epoca romantica, e si riferisca al sospiro del prigioniero che, uscendo dal tribunale di Palazzo, oltrepassava il canale attraversando il ponte per raggiungere la cella nella quale doveva scontare la pena e poteva appena intravedere, attraverso le piccole finestre, la laguna. Chiuso e coperto, è costituito da due corridoi separati da una parete. Uno collega le Prigioni alle Sale del Magistrato alle Leggi e della Quarantia Criminal al piano nobile del Palazzo Ducale; l’altro mette in comunicazione le Prigioni con le Sale dell’Avogaria. Entrambi i corridoi, inoltre, sono collegati alla scala di servizio che dai Pozzi sale fino ai Piombi.

Vista da una feritoia del Ponte dei sospiri

A partire dalla seconda metà del ‘500, si decise di costruire un nuovo edificio completamente destinato a funzioni carcerarie, per migliorare le condizioni di vita dei detenuti con celle più grandi, illuminate e areate. Ogni cella era rivestita, secondo la tradizione, con tavole di legno di larice incrociate e inchiodate fittamente lungo le pareti, sul pavimento e sulla volta. Le Prigioni Nuove rappresentano per l’epoca in cui sono state erette uno dei primi esempi, se non il primo in Europa, di costruzione isolata a blocco, unifunzionale, destinata a prigione di Stato.

Sono ancora numerose le sale dedicate agli organi di giustizia. La Magistratura dei Censori nacque nel 1517, su iniziativa di Marco Foscari di Giovanni, cugino del Doge Andrea Gritti (1523-1538) e nipote del grande Francesco Foscari.
La sua denominazione e le incombenze sono riconducibili alla temperie politico-culturale umanistica: i Censori non erano infatti un organo giudicante, ma consulente soprattutto sul piano morale, come si evince dal numero dei suoi membri, che erano due, ossia teoricamente incapaci di esprimere una maggioranza. Loro compito era quello di reprimere il broglio, la corruzione elettorale, difendendo così l’integrità delle istituzioni pubbliche. Alle pareti una serie di dipinti di Domenico Tintoretto ritraggono alcuni magistrati e, al di sotto, gli stemmi di coloro che ricoprirono tale carica.
L’Avogaria de Comun era un’antichissima magistratura, come indica lo stesso nome: risale infatti all’epoca comunale (XII secolo). Compito dei tre avogadori era di tutelare il principio di legalità, ossia la correttezza nell’applicazione delle leggi. Gli avogadori non
raggiunsero mai il prestigio ed il potere dei Dieci, tuttavia rimasero pur sempre una delle magistrature più autorevoli sino alla caduta della Repubblica. Vegliavano inoltre sulla purezza del corpo aristocratico, ossia sulla legittimità dei matrimoni e delle nascite dei patrizi iscritti al Libro d’oro. In questa sala alcuni avogadori sono ritratti in atto di devozione di fronte alla Vergine, al Cristo risorto o ai santi. La classe nobiliare veneziana trasse origine dalla “serrata” del Maggior Consiglio del 1297 ma solo più tardi, agli inizi del ‘500, venne decisa una serie di restrizioni a tutela dell’aristocrazia: vietati i matrimoni tra patrizi e appartenenti a diverse classi sociali, incrementati i controlli volti ad accertare i titoli di nobiltà. La competenza in questa materia fu delegata, come abbiamo detto, all’Avogaria di Comun, cui venne affidata la compilazione del Libro d’oro. Se qualcuno non fosse stato regolarmente notificato si rischiava di trovarsi escluso dalla nobiltà, e quindi dall’ingresso nel Maggior Consiglio e dall’attività politica; divenne poi obbligo per ogni patrizio produrre all’Avogaria pure il certificato di matrimonio, qualunque fosse la condizione sociale della moglie. Esisteva inoltre un libro d’argento in cui erano descritte le famiglie dell’ordine cittadino originario, ossia quelle che, accanto ai requisiti di “civiltà” e “onorevolezza” potevano vantare un’antica origine veneziana: esse fornivano allo Stato i quadri delle burocrazia, a cominciare dalla Cancelleria ducale. I due libri, d’oro e d’argento, erano custoditi in uno scrigno collocato in questa sala, dentro un armadio che conteneva anche tutti i documenti inerenti alla legittimità dei titoli. Quello che si vede oggi occupa i tre lati di una nicchia, è settecentesco, laccato di bianco con decorazioni in oro. Tutto ciò era all’interno della cosiddetta Sala dello Scrigno. All’interno della Sala della Milizia del Mar operava un organo formato da una ventina di membri del Senato e del Maggior Consiglio, questo organo, istituito a metà del XVI secolo, aveva il compito di reclutare gli equipaggi per le galere da guerra, compito non facile, dato il gran numero di persone necessarie all’ampia flotta veneziana. Al contrario di quanto potrebbe credere, venivano assoldati in primo luogo vogatori liberi tratti dal mondo produttivo veneziano, ossia dalle corporazioni di arti e mestieri che erano ritenute le più dirette interessate alla salvaguardia della patria. Affine a questa magistratura era quella denominata dei Provveditori all’armar, le cui competenze concernevano soprattutto l’allestimento ed il disarmo delle navi, cioè gli scafi e le provviste di bordo. Gli arredi a dossali sono cinquecenteschi mentre le torciere a muro risalgono al XVIII secolo. La sala successiva era sede della Cancelleria ducale inferiore.

 

 

 

Autore articolo e foto: Davide Alessandra

 

 

 

Davide Alessandra, laureando in giurisprudenza e studente di archivistica, paleografia e diplomatica presso la scuola dell’Archivio di Stato di Palermo.

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