Il Regio Manicomio di Torino

Il Regio Manicomio di Torino nacque nel 1827, quando l’architetto Giuseppe Maria Talucchi fu incaricato di progettare una sede per accogliere i ricoverati presso il vecchio Ospedale de’ Pazzarelli, che risaliva al XVIII secolo. Ma già dopo pochi anni, la struttura si dimostrò insufficiente. Oltre al sovraffollamento dei locali, vi era (causa le precarie condizioni igieniche) il pericolo dell’insorgere di epidemie di colera. Era necessario trovare una nuova struttura, in grado di accogliere i pazienti e, dopo aver vagliato diverse ipotesi (il Castello di Rivoli, Villa Cristina, l’Istituto del Buon Pastore, la villa del Conte Didier de la Motte a Rivalta), venne deciso nel 1852 di utilizzare la Certosa Reale di Collegno.

All’epoca, la Certosa non era affatto abbandonata, ma era abitata dai Certosini, ordine monastico contemplativo fondato da San Bruno nel 1084 nell’Isère, con la creazione del primo monastero, la Grande Chartreuse. Il monastero della Certosa di Collegno era sorto nel 1634 per volontà di Cristina di Francia, la prima Madama Reale, madre di Carlo Emanuele II. Dopo l’architetto Maurizio Valperga, avevano lavorato all’edificio Michelangelo Garove e anche Filippo Juvarra (autore del portale). Ma dai tempi di Madama Reale, molte cose erano cambiate. Già con Napoleone erano stati soppressi molti ordini religiosi, mentre i loro beni erano stati confiscati e incamerati dallo Stato, e destinati ad usi pubblici. Con la Restaurazione, gli ordini religiosi avevano tirato un sospiro di sollievo, ma l’avvento di Vittorio Emanuele II e dei governi liberali aoprì un vero braccio di ferro tra il Piemonte e la Chiesa.

 

Nel 1848 si iniziò con la soppressione della Compagnia del Gesù, poi, dopo le leggi Siccardi del 1850, nel maggio 1855 fu votata la legge Rattazzi sui conventi che sopprimeva gli ordini religiosi contemplativi (cioè quelli non impegnati nella cura dei malati o nell’insegnamento, ma votati alla solitudine, al lavoro e alla preghiera), e trasferiva tutti i loro beni alla Cassa Ecclesiastica, per il mantenimento dei parroci. Nel 1852, anche se non era stata ancora approvata la legge Rattazzi, tirava già nel Governo un’aria piuttosto anticlericale, così, quando venne deciso che ottanta ricoverati presso il Regio Manicomio di Torino, sarebbero stati allocati, a titolo provvisorio, presso la Certosa Reale di Collegno, i Certosini acconsentirono loro malgrado, illudendosi che questa “funzione sociale” li avrebbe garantiti dalla soppressione dell’ordine. Fu tutto inutile: nel 1855 (nonostante che Pio IX avesse reagito alla cosa scomunicando tutti quelli che l’avevano approvata) la legge Rattazzi entrò in vigore, i Certosini furono cacciati e la Certosa Reale di Collegno diventò in toto il Regio Manicomio.

 

Qui Cesare Lombroso condusse i suoi celebri studi frenologici, che diedero origine a trattati come “Genio e Follia” del 1872 o “L’Uomo Alienato” del 1913: «Genio e follia furono due elementi che il Lombroso associava. In una pubblicazione di Lombroso al riguardo, “Sulle malattie proprie degli uomini dati ai lavori intellettuali”, è concepito il legame tra genio e follia, che aveva collegato a questi due fattori anche peculiarità fisiche riscontrate dal Lombroso nei pazzi. Nei vari manicomi in cui condusse le sue analisi, il Lombroso, oltre a trovare le tare ed i difetti, le anomalie individuali, aveva trovato anche lampi di genialità e passione, coltivando ipotesi che per certi versi lo allontanavano un po’ dalla teoria epilettica. Era stato molto colpito dalle idee dei pazzi, dai loro lavori ingegnosi e dai loro calcoli prodigiosi, continuando sulla strada secondo cui tra i pazzi abbonderebbero i fondatori di religioni e partiti come, ad esempio, Lutero, Savonarola e Giovanna d’Arco. Le distrazioni dei genii erano ritenute dal Lombroso come momenti di assenza epilettica, così come le loro visioni notturne (in Dostoevskij, Maupassant, Musset), le malinconie (Voltaire, Molière, Chopin, Giusti), i tentativi di suicidio (Rousseau, Cavour, Chateaubriand), le megalomanie (Maometto, Colombo, Savonarola, Bruno), la timidezza (Leopardi), l’amore infantilistico (Dante, Alfieri, Byron). Fisicamente il Lombroso asseriva la predominanza tra i geni di caratteristiche quali il pallore, la magrezza o l’obesità, l’essere rachitici, sterili o celibi, di cervelli per la maggior parte di volume superiore alla media e con deformità (come le suture anormali nel cranio di Volta); esistevano poi anche casi in cui i genii erano totalmente ed irreversibilmente pazzi, non soltanto in alcuni momenti o in manifestazioni latenti, si vedano gli esempi di Tasso, Gogol, Ampère, Kant e Beethoven. […] Negli individui definiti dal Lombroso “mattoidi” si diversifica l’impulsività epilettica, rispetto agli accessi impulsivi e preminentemente contraddittori caratteristici dei criminaloidi. Questi soggetti vengono accostati al cosiddetto “genio”, caratterizzato dall’istantaneità creativa dell’ispirazione, dall’irresistibilità all’estro, dalle assenze e dall’amnesia, ricordando come caratteristica principale dell’intelletto geniale quella che il Lombroso definiva “creazione incosciente” (non a caso accostata al fenomeno singolare dell’epilessia). La classe dei mattoidi era quella situata esattamente sul confine tra saviezza e follia, caratterizzata da una paranoia a sé stante, indipendente da quelle che le sono vicine. Infatti, a differenza dei pazzi comuni, i mattoidi conducono una vita normale, sebbene castigata in certo qual modo. La loro sobrietà, in quanto innaturale e forzata, può talvolta raggiungere l’eccesso, avvicinandoli a certi geni del bene o grandi pensatori, con i quali, precisa il Lombroso, essi non hanno nulla in comune, facendogli così guadagnare il favore delle folle. Sono tipi umani concentrati sull’ordine, pedanti, abili e di buon senso nella quotidianità, al punto che sono capaci di occultare la loro follia. Spesso il loro ruolo sociale è quello di patrioti o spiriti umanitari, capaci di influenzare le folle con la loro audacia e le loro fanatiche convinzioni. Tipiche dei mattoidi erano considerate le tendenze metafisiche, la passione delle minuzie, la smania paranoica del voler rinvenire una ragione logica in cose che fondavano su altri elementi la loro esistenza».

 

Nel 1885, Antonio Marro, allievo di Lombroso e suo assistente di Medicina Legale, fondatore della rivista “Annali di Freniatria”, venne nominato Medico Capo Divisione e Direttore del Laboratorio Clinico del Regio Manicomio, Tre anni dopo fondò la rivista “Annali di Freniatria e Scienze Affini, Pubblicati per cura del Regio Manicomio di Torino”.

 

 

 

Autore articolo: Paolo Benevelli

Fonte foto: dalla rete

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