Il sacco di Molfetta

Molfetta visse una delle sue pagine più tristi quando, schieratasi con Carlo V, subì il saccheggio dei fedeli di Francesco I di Valois, re di Francia.

Nobili molfettani di sentimenti filoangioini si distinguevano per un cieco disprezzo del popolo.

Contro di essi Antonello Bove, erario di Antonia del Balzo, ritirata in Taranto, organizzò una rivolta che sfociò in violenze inaudite. Fu assistito da Giovanni di Mincio e dai suoi fratelli, nobili del partito avverso e da suoi cognati. Con loro organizzò adunanze popolari nella propria casa o in quella di Ludovico de Luca, altro loro partigiano, come pure la famiglia Colami. Insieme indussero il popolo ad assalire i nobili ed il primo fatto di violenza avvenne presso la dogana che fu presa d’assalto ma i nobili si difesero. Si tentò una seconda sortita presso la casa di Angelo Porticella e di Diomede Lepore addirittura con cannoni, ma la sorpresa fu sventata da alcuni molfettani neutrali tra i quali Francesco Gilao, Alessio Magno e Petrello Candia. Il giorno dopo furono arrestati tredici popolani e solo divisioni interne ai nobili filoangioini impedirono che essi fossero ammazzati. Fu grazie ai Lupis ed agli Agni che questi tredici furono inviati prigionieri in Barletta. Un capovolgimento di sorte fu dettato dalla voce che in Andria ci fosse Alarcon con le armate imperiali, così i nobili fuggirono a Barletta, presso Giovan Battista Caracciolo, principe di Melfi, generale angioino, ed il popolo rimase trionfante.

Avendo però notizia dei maltrattamenti cui erano soggette le loro donne rimaste a Molfetta, i nobili spinsero il Caracciolo ad attaccare la città. Il principe però preferì con prudenza, in cambio della libertà dei tredici popolani, chiedere dell’olio. I molfettani respinsero la richiesta, ne respinsero anche una seconda di solo danaro. Così fu deciso l’attacco.

Federico Carafa si avvicinò per terra con una poderosa armata, mentre il principe con trenta galee veneziane fece vela verso Molfetta. Quì un araldo intimò la resa agli abitanti, promettendo loro amicizia, ma il comandante della città, il giovane diciottenne Ferdinando di Capua, capitano dell’Imperatore, rifiutò.

Una scarica di cannoni partì dalle galee. Da Molfetta si rispose con le artiglierie del porto e di quelle presso la torre vicino il Duomo. L’inesperienza dei molfettani era però evidente così dissimulando una ritirata, il Principe Caracciolo fece in modo che i cittadini si spingessero ad inseguirli su delle leggere e piccole imbarcazioni. Il contrattacco fu terribile ed i molfettani furono messi in fuga. Raggiunsero il molo cittadino mettendosi al riparo con molti feriti, mentre i nemici sbarcavano. Attraverso la porta del molo apparve il Caracciolo coi nobili, contro di essi si scagliò il capitano imperiale e la battaglia, nel largo del vescovado e per le strade vicine, durò circa un’ora. Il giovane capitano fu ferito e si fermò, i molfettesi continuarono.

Fu nel vico di Sant’Antonio Abbate che Federico Carafa fu colpito da un grosso sasso lanciatogli in testa da una donna e morì. Infuriato per questa morte, il Principe Caracciolo aprì la porta della città ed ordinò alle truppe di terra di metterla al sacco.

La soldatesca si lanciò con crudele avidità nelle strade cittadine, devastando, uccidendo, abbandonandosi alla rapina ed all’incendio. I portoni delle case furono infranti alla ricerca di denaro, oro e argento. I vicoli si riempirono dell’orrore di cadaveri, stupri e sangue.  Senza freni, senza compassione, senza indugi, i soldati di Caracciolo depredarono ed ammazzarono e persino i nobili filoangioini non restarono immuni da tanta follia. Calata la notte, tantissime donne accompagnate dalla mesta fiamma delle lucerne, percorsero le strade di Molfetta cercando il cadavero del loro marito o del loro figlio.

Al mattino, Diomede Lepore, non pago di quello straziante scenario di sangue, fece saccheggiare le case dei capi rivoltosi. Così si ripeterono nuove violenze mentre per le strade iniziava la conta e la raccolta dei cadaveri. Quando Giovanni Mincio si ritrovò al cospetto di Lepore, fu gettato nel fuoco; Ludovico de Luca ed il Bove furono arrestati. Dopo tre giorni fu uccisa l’ultima donna, una giovane di nome Rosa Picca mentre tentava di sfuggire ad uno stupro.

Cessato il sacco, i nobili ristabilirono il loro dominio sui popolani. Attendevano denaro dalla Francia, ma, non pervenendone affatto, disposero che a pagare la truppa fossero i cittadini ormai ridotti alla miseria. Questo stato di tirannia durò cinque mesi. Il Caracciolo in questo periodo fece abbattere la Chiesa di San Francesco, la Chiesa di San Bernardino e la Chiesa di Santo Stefano perché le considerava dannose alla sicurezza della città, poi si dedicò a rinforzarne le difese.

Quando in città entrarono finalmente le truppe dell’Imperatore, il Principe di Melfi e Diomede Lepore scapparono a Venezia. Dopo circa diciotto anni d’esilio, i fuoriusciti chiesero perdono a Filippo II che li graziò e li reintegrò nei loro averi.

 

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

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