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La Banda del Matese

Nell’aprile del 1877, a Letino, un gruppo di circa trenta anarchici capeggiato da Errico Malatesta e Carlo Cafiero spiegò le bandiere rosse e nere e si avviò per le strade scandendo motti ed incitando la gente del posto ad accorrere: era la Banda del Matese. Gli anarchici raggiunsero il municipio dove era riunito il consiglio e, con minacce, riuscirono a dar fuoco all’archivio comunale ed operazione simile ripeterono a Gallo Matese. La provincia beneventana era calma e la bassa incidenza di criminalità aveva indotto il governo a spogliarla di soldati. I rivoltosi l’avevano scelta per questo.

Tutto era stato programmato con dovizia di particolari nell’intenzione di radicarsi sul territorio per poi agire: il 3 aprile del 1877, due signori che utilizzarono il loro dialetto romagnolo per fingersi inglesi, s’erano recati a San Lupo, nel circondario di Cerreto Sannita, soggiornando presso Taverna Jacobelli con altri quattro uomini ed una donna, sopraggiunti a Solopaca con treno da Napoli e poi spostatisi a San Lupo in carrozza.

Destarono da subito sospetti in quella piccola comunità non avezza ad insolite presenze e le autorità avvertirono il questore di Napoli e le guardie del beneventano. Sentendosi scoperti, i misteriosi stranieri fuggirono di notte unendosi ad un più numeroso gruppo radunato sui monti. Da qui, dopo un primo scontro a fuoco, piuttosto casuale, che vide cadere feriti due carabinieri (uno di essi morì successivamente), gli anarchici si dileguarono. Le indagini a tappetto portarono all’arresto di quattro sediziosi a Pontelandolfo ed altri quattro a Solopaca mentre nelle stanze di San Lupo venivano rinvenuti 27 fucili, cartucciere e medicinali abbandonati in fretta.

Questo fallimento non demoralizzò la banda che tentò egualmente di innescare una insurrezione l’8 aprile. I congiurati operarono a Letino provando a scuotere i contadini con proclami anarchici ma riscuotendo solo indifferenza e spavento. Si decise così di dissimulare un orientamento cattolico con urla inneggianti a Pio IX e l’atteggiamento del popolo fu diverso. Don Raffaele Fortini, parroco del paese, li presentò come “veri apostoli mandati dal Signore per predicare le sue leggi” e qualche contadino prese a seguirli mentre bruciavano l’archivio comunale, distruggevano il contatore del macinato e proclamavano di non dover più pagar tasse. Distribuirono pure le armi della Guardia Nazionale al popolo prima di muoversi verso il vicino comune di Gallo.

L’indifferenza con la quale furono accolti i loro gesti rivoluzionari determinò il rapido fallimento dell’impresa e la fuga degli anarchici tra sentieri impervi, con neve, nebbia e pioggia. L’arresto della banda, braccata da dodicimila soldati al comando del generale De Sanget, avvenne senza alcuna resistenza.

Gli arrestati vennero spediti nelle carceri di Santa Maria Capua Vetere, di Benevento, di Caserta e di Napoli e, di lì a poco, concentrati tutti in quello di Santa Maria, in attesa del processo. Agli eventi seguì una durissima repressione contro il movimento anarchico, ma la cosa sorprendente fu che la carcerazione, in attesa del processo, si protrasse per quindici mesi durante i quali la Banda del Matese, supportata dagli anarchici in libertà, riuscì a costruirsi attorno una rete di simpatie e protezioni così che il processo, svoltosi dal 14 al 25 agosto dell’anno seguente a Benevento, si concluse con la loro totale assoluzione.

Si pensi che inizialmente l’intenzione era quella di far giudicare gli insorti da un tribunale di guerra, che certamente li avrebbe condannati a morte per insurrezione. L’intercessione della figlia di Carlo Pisacane, Silvia, che era stata adottata dal Ministro degli Interni Nicotera, permise che fosserro giudicati da un tribunale civile per la morte di un carabiniere.

Testimonianza della lentezza del processo e del clima nel quale maturò la loro assoluzione è una missiva del Procuratore generale di Napoli del 19 agosto del 1878 nella quale si legge: “Ministero Interni mi ha esposto che dibattimento internazionalisti procede troppo lentamente; che udienze non superano mai tre ore; che troppo frequenti sono interruzioni del dibattimento; che presidente non sa frenare audacia, improntitudine ed insulti lanciati dagli accusati; che tra presidente e pubblico ministero non vi è accordo…”. La sentenza dichiarò innocenti i ventisei anarchici imputati della morte del carabiniere, attribuita invece a causa sopravvenuta ed una folla di duemila persone acclamò gli insorti.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina, Carlo Cafiero. Fonte foto: dalla rete

Fonti: Bruno Tomasiello, La banda del Matese 1876-1878. I documenti, le testimonianze, la stampa dell’epoca, Galzerano editore 2009

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