La Battaglia di Nagashino

Nel corso della storia militare, l’introduzione di tecnologie nuove ha avuto come conseguenze non solo un cambio di tattica, ma anche un cambiamento della natura della guerra stessa. La Battaglia di Nagashino può rendere bene l’idea.

Essa ebbe luogo il 29 giugno del 1575 e fu il risultato finale dell’assedio del castello di Nagashino, una fortezza situata nella provincia di Mikawa.

Il castello era difeso da 500 soldati di Tokugawa, alleati di Oda Nobunaga, uno dei più temuti daimyō, i signori feudali del Giappone. La forza d’assalto era composta invece da circa 15.000 uomini sotto la guida di Takeda Katsuyori, il figlio di Takeda Shingen, defunto signore della provincia di Kai e capo del clan Takedae, noto per aver introdotto la carica di cavalleria sui campi di battaglia.

Katsuyori, seguendo la politica espansionistica del padre contro i nemici del clan Takeda, progettò di prendere il castello di Nagashino e invadere il territorio di Tokugawa, guadagnando così più province. Il castello sarebbe dovuto cadere a causa di un tradimento, ma quando il traditore fu scoperto, si passò all’assedio.

Un messaggero degli assediati riuscì a raggiungere Nobunaga e chiedere aiuto. Nobunaga si mise rapidamente in marcia e raggiunse il castello con un esercito di 38.000 uomini. Katsuyori avrebbe certo potuto ritirarsi e pensare a consolidare le sue nuove conquiste, ma decise di portare avanti l’assedio perchè sicuro del suo esercito di veterani.

L’armata di Nobunaga, giunta a rompere l’assedio, ebbe il tempo di predisporre difese campali lungo il corso di un ruscello, il Rengogawa, e su un crinale. Aspettandosi una carica di cavalieri, Nobunaga predispose una staccionata di legno in cima alla collina attraversata da sentieri che avrebbero consentito ai suoi di passare, mentre i cavalieri nemici sarebbero stati ostacolati nella carica ed esposti al fuoco dell’artiglieria. Katsuyori pensava che le polveri fossero state completamente bagnate dalla pioggia di quei giorni e non dette peso all’eventualità di finire così esposto agli archibugieri nemici.

Alle 5 del mattino del 29 giugno, Takeda Katsuyori, provocato da ripetute piccoli attacchi nemici, lanciò la sua cavalleria contro le linee di Nobunaga. I cavalli però rallentarono per attraversare il torrente e furono già semplice bersaglio per l’artiglieria. Fingendo di scappare nelle retrovie, lungo i percorsi tra le staccionate, gli uomini di Nobunaga, poi, convinsero Katsuyori, ad inoltrarsi in quel groviglio di palizzate per inseguirli. Gli archibugieri aprirono allora un prolungato fuoco sui cavalieri costringendo Katsuyori a ritirarsi. Sorpresero il nemico adottando, forse per la prima volta in Giappone, il sistema delle scariche a rotazione, il fuoco continuo. Ciononostante, testardamente fu lanciata una seconda carica di cavalleria ed anch’essa fu sopraffatta dai proiettili. A mezzogiorno Katsuyori si rese conto che la battaglia era persa ed ordinò la ritirata.

Prima di questa battaglia, gli archibugi erano visti con diffidenza. Essi necessitavano di tempo per essere ricaricati e risultavano ancora poco sicuri e, soprattutto, inutili nei giorni di pioggia. Stavolta, preservando asciutta la polvere da sparo e disponendo gli archibugieri in file alternate allo sparo, la cavalleria dei Takeda, la più temuta del Giappone, era stata falcidiata. Le tremende scariche di proiettili di Nabunaga avevano lasciato, sparsi nella pianura di Shitarabara, 10000 morti, il meglio della cavalleria dell’esercito di Katsuyori.

Nagashino rappresentò la fine del clan Takeda e con essi anche la fine della guerra cavalleresca e della lunga e travagliata epoca dell’anarchia feudale in Giappone. Nel 1582 Katsuyori, con il suo esercito ridotto a solo 300 uomini, combattè la sua ultima battaglia nel passo di Toriibata, dove, all’essere catturato dal nemico della sua famiglia, preferì il suicidio.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: F. Baiardi, Le armi da fuoco e l’arte della guerra in Giappone

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