La caduta di Singapore

La caduta di Singapore è considerata una delle rotte più clamorose dell’esercito britannico, nonchè la testimonianza del grado di efficienza raggiunto dai giapponesi nel Pacifico, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Dopo l’attacco del 7 dicembre 1941 a Pearl Harbor tutti pensavano che Singapore sarebbe stato l’obiettivo successivo dei giapponesi. Nonostante ciò, il comando britannico era sicuro che la città avrebbe facilmente respinto ogni probabile aggressione. Essa era in effetti valutata alla stregua di una fortezza imprendibile, priva di vulnerabilità. Era la principale base militare britannica nel sud-est asiatico, la “Gibilterra d’Oriente” e non sarebbe caduta. Tutti ne erano certi e non poteva che essere così perchè Singapore era cruciale negli equilibri di potere in Oriente, dominava lo stretto di Malacca in una posizione strategica che bloccava il passaggio marittimo tra l’Estremo Oriente e l’Oceano Indiano e gli 85.000 uomini del generale Arthur Percival la rendevano impenetrabile. Il problema è che quest’opinione si basava sull’idea che contro la città fosse possibile solo un attacco via mare, invece i 30.000 uomini di Tomoyuki Yamashita la attaccarono da terra.

Il piano di base per prendere Singapore fu elaborato nel luglio del 1940. A novembre, l’Atlantis, un incrociatore ausiliario della Kriegsmarine, catturò il piroscafo britannico Automedon nell’Oceano Indiano, recuperando documenti destinati all’aviazione inglese contenenti molte informazioni sulla base di Singapore. Quei documenti rivelavano che la fortezza britannica aveva dei punti deboli e confermarono i giapponesi nei loro propositi: le artiglierie delle batterie costiere erano inutilizzabili verso il lato di terra e la costa settentrionale era priva di fortificazioni, fossati anticarro o ostacoli campali, così le uniche difese terrestri erano tutte nella Malacca, occupata la quale Singapore sarebbe stata totalmente sguarnita sul lato di terra.

La presa di Singapore sarebbe rientrata in una campagna più ampia dettata dalla necessità di reperire materie prime. Infatti, poiché le riserve petrolifere del Giappone erano andate rapidamente esaurite nelle operazioni militari in Cina, i giapponesi pianificarono attacchi in Malesia ed un’invasione della zona del Borneo, ricca di petrolio. In effetti la 25° armata nipponica invase l’Indocina, la Thailandia poi la Malesia aprendo gli scontri col III corpo della British Indian Army. I giapponesi erano superiori in supporto aereo, armi, coordinamento e tattica, e ciò si vide sui campi di battaglia. Gli inglesi furono sicuramente colti di sorpresa dalla velocità dell’avanzata nipponica nella Malesia, su terreni giudicati impraticabili. Le loro truppe furono completamente sopraffatte dal nemico. Kuala Lumpur cadde l’11 gennaio del 1942 ed ora si era davvero certi dell’imminente attacco a Singapore. I residenti fuggirono dalla città mentre la 5° divisione giapponese si precipitava su Johore. La 45° brigata indiana e l’8° divisione australiana furono sconfitte sul fiume Muar ed allora il generale Percival dovette ritirarsi a Singapore. La difficoltosa ritirata venne effettuata attraverso la Johore Causeway che collegava l’isola alla Malacca e venne completata con successo la mattina del 31 gennaio. La diga poi venne fatta saltare. In 54 giorni i giapponesi avevano occupato l’intera penisola malese ed ora erano in vista del loro obiettivo principale.

Arthur Percival organizzò una difesa lungo i 100 chilometri della costa di Singapore e posizionò le sue truppe più fresche, la 18° divisione britannica, appena sbarcata, ad est della strada per Johor. Le truppe giapponesi avanzarono su un improvvisato ponte di travi. L’artiglieria britannica provò ad impedire lo sbarco, ma non ci riuscì. Le truppe inglesi e australiane dovettero ritirarsi. I giapponesi avevano avuto ragione, il sistema di difesa britannico si era dimostrato pieno di falle, tutti i cannoni britannici puntavano verso il mare. L’8 febbraio intrapresero l’attacco decisivo.

Ritardato di una settimana dalla distruzione del ponte, l’esercito imperiale sbarcò quel giorno sulla spiaggia di Sarimbun, sulla punta nord-occidentale dell’isola di Singapore, nel settore controllato dalla 22° brigata australiana, incontrando solo una breve e debole resistenza. I combattimenti durarono tutto il giorno, ma alla fine la superiorità giapponese nell’artiglieria, nei velivoli e nell’intelligence militare iniziò ad avere effetto. Irruppero nelle linee alleate, valicarono fiumi e insnature e, all’una di notte, rinforzi giapponesi sbarcarono pure nel nord-ovest dell’isola. Invano intervenne l’aviazione britannica del campo di Kallang, 84 aerei giapponesi abbatterono sei veivoli e bombardarono il campo prendendo il controllo completo dei cieli. Le truppe giapponesi occuparono le spiagge nella periferia sud di Singapore e circondarono la città, la cui difesa era assolutamente impreparata ad affrontare un’invasione dall’interno.

L’11 febbraio, le forniture giapponesi tornarono a scarseggiare ed allora Yamashita chiese a Percival di arrendersi. L’inglese respinse la richiesta ma le sue truppe continuarono a perdere terreno. I bombardamenti ed il fuoco delle artiglierie si intensificarono. Solo due brigate dell’8° divisione australiana difesero il settore con grandi sacrifici, pur cedendo alle tre divisioni inviate dal generale Yamashita.

I combattimenti feroci, la disorganizzazione, la fatica e la mancanza di munizioni iniziarono a pesare sulle truppe del generale Percival. Dopo una settimana di combattimenti e bombardamenti, informato dell’imminente carenza di munizioni e acqua sul lato delle sue truppe, Percival si arrese. La sera del 15 febbraio fu costretto a capitolare.

Un soldato fu inviato ai giapponesi con una bandiera bianca, Yamashita lo respinse e volle che proprio Percival gli consegnasse la bandiera della resa. Contravvenendo alle istruzioni di Winston Churchill, che aveva ordinato di resistere fino alla fine, Percival convenne che la resa e l’imbarco per tutti i britannici.

La campagna di Malesia era finita. In 73 giorni, , addirittura con un mese in meno del previsto, i i giapponesi avevano conquistato tutta la Malesia. Il simbolo dell’onnipotenza britannica in Estremo Oriente era crollato. La caduta della città fu vissuta come un’umiliazione da Londra. Churchill, sgomento, vide il Giappone, di colpo, divenire signore dell’Oceano Indiano.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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