La cattura di Enzo, figlio di Federico II

La Battaglia di Fossalta, svoltasi il 26 maggio del 1249, fu lo scontro tra Enzo, figlio di Federico II, fatto re di Sardegna, e Bologna. Tutto è così ricostruito da Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi in Storia delle Repubbliche italiane.

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All’aprirsi della campagna l’esercito bolognese composto di mille cavalli, di ottocento uomini d’arme e di tre delle tribù cittadine, cioè porta Stieri, porta san Procolo e porta Ravegnana, sorti in bella ordinanza preceduta dal carroccio, e capitanata dal pretore Filippo Ugoni e dal cardinale Ottaviano degli Ubaldini. Posti sufficienti presidi nel più importanti castelli di Nonantola, Crevalcore e Castelfranco, si avanzò fino al Panaro contro i Modanesi. Questi, avuto sentore delle mosse dei loro nemici, ne avevano dato avviso al re Enzio, che, poste insieme speditamente le truppe napoletane e tedesche lasciategli dal padre, le milizie reggiane e cremonesi, e li esuli di Parma, Piacenza e delle altre città guelfe, formò un esercito di quindici mila uomini. Erasi lusingato di trovarsi a fronte dei Bolognesi prima che passassero il Panaro che scorre tre miglia al di là di Modena; ma giunto a Fossalta, torrente distante due sole miglia da Modena, seppe che i nemici avevano occupato il ponte di sant’Ambrogio, e passato il fiume. I due eserciti sebbene si trovassero a fronte l’uno dell’altro in aperta campagna, senza verun fiume di mezzo, non osarono, per alcuni giorni, di venire alle mani, essendo pressochè eguali di forze. Di ciò ebbe avviso il senato di Bologna; ei fe’ quindi marciare due mila uomini della quarta tribù, detta di san Pietro, ordinando al pretore di venire a giornata immediatamente. Perciò il 26 di maggio, in sul far del giorno, essendo la festa di sant’Agostino, i Bolognesi attaccarono i nemici. Con un movimento che fecero a sinistra, mostrarono di volerli prendere alle spalle dalla banda degli Apennini. Enzio corse loro incontro valorosamente. Egli aveva divisa la sua gente in due squadre di battaglia, ed una di riserva, collocando in cadauna delle due prime, metà de’ suoi soldati tedeschi, nei quali assai onde sostenessero gl’Italiani; e formando la riserva della sola milizia modanese. Dall’altro canto il pretor bolognese aveva partito il suo esercito in quattro squadre; nella prima trovavansi i pedoni ausiliari del marchese d’Este e parte dell’ estense cavalleria; nella seconda il rimanente di essa, e due mila Bolognesi della tribù di san Pietro, ch’erano di fresco arrivati al campo; componevano la terza le milizie delle tre altre tribù ed ottocento cavalli bolognesi; e nella quarta trovavansi le milizie elette sotto gl’immediati orini dello stesso pretore, consistenti in novecento cavalli, mille cittadini e novecento arcieri a piedi. Questo partimento che dà a divedere l’intenzione di far uso delle proprie forze, di condurle successivamente alla battaglia, di sostenere con genti fresche quelle che si vedessero piegare in faccia al nemico, è una non dubbia prova de’ progressi che andava facendo l’arte della guerra. La battaglia si mantenne vigorosa fino a sera, con pari ardore dall’una e dall’altra parte e con eguale successo. Enzio cadde a terra perchè gli fu morto il cavallo; ma i suoi Tedeschi lo difesero e fu rimesso in sella. Non pertanto in sul far della notte i Ghibellini avevano cominciato a piegare in modo, che si ruppe l’ordine della battaglia; onde, inseguiti dai nemici, molti perirono sotto i loro colpi, altri smarritisi fra le tenebre in una campagna tagliata da profondi canali, trovaronsi separati dai loro amici e fatti prigionieri. Furono di questo numero lo stesso re Enzio, Buoso di Dovara che già cominciava a farsi potente in Cremona, e molti gentiluomini e cittadini modanesi. Il pretor bolognese, non volendo correre il rischio che per un qualche impensato accidente gli fosse ritolto un prigioniere di tanta importanza qual era Enzio, si pose quasi subito in cammino per condurlo a Bologna.

Giunto presso al castello d’Anzola, incontrò le milizie bolognesi, che prevenute dell’accaduto, venivangli incontro li onorarne il trionfo colle trombe. Da questa borgata ino alla città tutta la strada era affollata di gente curiosa di vedere tra i prigionieri il principe Enzio, e per essere figliuolo di così potente imperatore, e perchè re egli stesso. Oltre di ciò, la sua fresca età di venticinque anni, i biondi dorati capelli che gli scendevano fin sopra i fianchi, la gigantesca statura per cui sovrastava a tutti gli altri cattivi, la nobiltà e la maschia bellezza del viso su cui vedevansi vivamente espressi il suo coraggio e la sua sventura, facevanlo oggetto dell’universale ammirazione. Grande fu veramente la sua sventura, perciocchè il senato di Bologna fece una legge, poi sanzionata dal popolo, colla quale si vietava per sempre di concedere ad Enzio la libertà, per grandi che fossero le offerte o le minacce del magnanimo suo padre. In pari tempo tuttavia la repubblica si obbligò a provvedere nobilmente ai bisogni dell’illustre prigioniere per tutto il tempo del viver suo, e gli assegnò a stanza uno de’ più magnifici appartamenti del palazzo del podestà, Per lo spazio di ventidue anni, che tanti ne sopravvisse alla sua disgrazia, i nobili bolognesi lo visitavano ogni giorno, onde procacciargli alcun solazzo, e temperare in qualche modo i suoi mali; ma con irremovibile fermezza non piegarono mai alle offerte od alle minacce di Federico che voleva riscattarlo a qualunque costo.

 

 

Fonte foto: dalla rete

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