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La cripta di San Felice a Nola

La cripta di San Felice a Nola è testimone di uno dei più forti legami tra una comunità ed il suo santo protettore in Campania. Sebbene la principale devozione dei nolani sia rivolta a San Paolino, l’attaccamento verso San Felice si mostra con lunghe processioni ed affettuose preghiere ed, a quanto pare, è ricambiato con sorprendenti miracoli. Il più celebre accadde il 26 aprile 1872: durante un’eruzione del Vesuvio, la statua di marmo del santo, oggi nella villa comunale, si contorse levando una mano verso la colata lavica ed arginando la nube di ceneri e lapilli che si muoveva in direzione della città.

Questo miracolo però non è l’unico né il più grande.

Il 15 novembre d’ogni anno, infatti, dopo la processione con un busto settecentesco del santo, un prodigio si registra nella cripta: un liquido rugiadoso, detto “manna”, fuoriesce da una fessura del muro oltre il quale è seppellito San Felice. La manna è raccolta in un calice per il suo potere taumaturgico e concesso ai fedeli gravemente ammalati. Il miracolo si ripete anche l’8 dicembre: i fedeli affollano la cripta per vedere la manna sgorgare dal sepolcro di San Felice ed il miracolo è accolto come segno di benevolenza divina.

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La cripta è il luogo di sepoltura del protovescovo Felice che subì il martirio nel 95 d.C. ed oggi appare nelle forme della ricostruzione successiva all’incendio del 1861. L’antica struttura è però ben descritta da Ambrogio Leone nel 1514 come “una cappella sotterranea dedicata a San Felice, la quale è coperta da una volta, che poggia sopra file di colonne… Nel lato occidentale di questa cappella vi è un altare e sopra l’altare è collocata una lastra marmorea diritta, bucata e attraversata da un piccolo calice d’argento, dal quale cade scorrendo a gocce un certo liquido quando massimamente incalza il gelo invernale. Questo liquido è chiamato manna e si pensa che sia un umore stillato dal santo, il cui corpo giace nel pozzo. Questo infatti si apre a tergo della lastra marmorea e scende in profondità”. La produzione di tale liquido è un fenomeno abbastanza diffuso tra le tipologie di miracoli. Sebbene chiamato “manna”, esso non ha nulla a che fare con la manna biblica. Si tratta di acqua pura il cui aspetto sorprendente è la produzione che si ripete ad intervalli originandosi da sepolcri o da ossa di santi.

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Nel 1577 Papa Gregorio XIII elevò ad altare privilegiato quello della cripta: i defunti per i quali si celebra la messa godono, pertanto, dell’indulgenza plenaria. Indagini archeologiche hanno dimostrato che il luogo di culto sorge in un’area già insediata in epoca romana da una domus, utilizzata dai primi cristiani per pregare nel I secolo d.C., alla quale apparteneva la parete con la lastra marmorea del miracolo. I ruderi, inglobati nella basilica paleocristiana di IV-V secolo, vennero incorporati dalla Cattedrale nel Cinquecento. Più tardivo, probabilmente del XV secolo, è l’affresco raffigurante San Felice in trono ed in atto benedicente. Agli inizi del XX secolo venne realizzato il reliquiario d’argento e ottone che custodisce il calice con cui si raccoglie la manna. Sul lato destro dell’abside, infine, è posto un bassorilievo proveniente dalla cappella della famiglia Cesarini, raffigurante la Madonna con il Bambino tra i Santi Giacomo Apostolo e San Michele Arcangelo, mentre sulla parete orientale, è collocato un bassorilievo marmoreo del XIII secolo raffigurante Cristo tra gli Apostoli.

 

Autore articolo e foto: Angelo D’Ambra

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