La fanciullezza di Emanuele Filiberto di Savoia

Dei nove figli nati dal matrimonio tra Carlo II, Duca di Savoia, e Beatrice d’Aviz, sorella dell’Imperatrice Isabella, tutti morirono nei primi anni di vita ad eccezione del secondogenito Ludovico e del terzogenito Emanuele Filiberto, nato a Chambery l’8 luglio del 1528.

Il primo fu destinato a raccogliere l’eredità politica paterna, il secondo, fu indirizzato alla carriera ecclesiastica. L’intera famiglia fu a Bologna il 24 febbraio del 1530 per assistere all’incoronazione imperiale di Carlo V fatta da Clemente VII che cancellava gli orrori del Sacco di Roma. Ritornarono in Piemonte con la promessa del papa di concedere la porpora cardinalizia ad Emanuele Filiberto.

L’idea di sedere un giorno nei solenni concistori della Curia romana non allettava quello che tutti a corte avevano preso a chiamare “il cardinalino”. Il ragazzo agognava un futuro sui campi di battaglia ed un mattino una delle sue nutrici quasi svenne scorgendo, sotto al suo capezzale, la lama d’una spada con cui egli aveva giocato di notte. A liberarlo dalla carriera ecclesiastica giunse, nel Natale del 1535, la morte di su fratello, da circa tre anni in Spagna al seguito di Carlo V. L’infausto evento rattristò la corte sabauda che solo in Emanuele Filiberto aveva ora le sue speranze di non vedersi divorata dalla cupidigia di Francia e rami collaterali dei Savoia.

Emanuele Filiberto, deposta ogni preoccupazione su un futuro non desiderato, cominciò a dedicarsi agli esercizi fisici e militari. Proprio in quegli anni però Francesco I, re di Francia, invase i domini sabaudi, occupò Pinerolo, Fossano, Chieri, Torino. Carlo II, senza risorse finanziarie, senza esercito, senza comandanti, subì la rabbia del francese che in lui vedeva un alleato del nemico Carlo V. Al duca non restò che radunare il suo piccolo esercito e ridursi a Vercelli, mentre sua moglie Beatrice e i due figli, Emanuele Filiberto e Caterina, furono inviati in Lombardia. A Milano un nuovo lutto colse la famiglia, morì infatti Caterina. Ancora vestiti di nero, i Savoia si spostarono a Nizza.

Carlo V, tornato dall’impresa di Tunisi, si scagliò con le sue truppe, guidate dal De Leyva, sulla Provenza. Senza trovar fortuna dovette ritirarsi a Genova e qui il suo generale soccombette. Il comando delle truppe imperiali fu affidato ad Alfonso d’Avalos che recuperò Asti, Casale, Chieri, Cherasco, Alba ed altre città, ma senza riuscire a riprendere Torino. Il Duca di Savoia riceveva i dispacci di guerra leggendoli passivamente e straziandosi per la spoliazione dei suoi territori. Negli ultimi giorni del 1538 lo colpì anche la morte della Duchessa assieme al neonato Giovanni Maria.

Emanuele Filiberto seguì i precetti di Giovan Battista Provana e Ludovico Castiglione, studiò il greco ed il latino, opere storiche e filosofiche, la matematica, l’ingegneria delle macchine, specie di quelle da guerra. Le ostilità tra Francia e Spagna cessarono quell’anno quando, proprio a Nizza, Papa Paolo III, Carlo V e Francesco I si ritrovarono, dopo lunghe e laboriose trattative, a concordare una tregua. Il pontefice ricevette dall’Imperatore la mano di Margherita d’Austria per suo nipote Ottavio, che più tardi ottenne il Ducato di Parma e Piacenza, ma nulla di buono arrivò per i Savoia che si videro spodestati in gran parte dei loro domini.

Più tardi, Carlo II, recatosi a Ratisbona dove l’Imperatore aveva riunito i principi del Sacro Romano Impero per provare a ricomporre i dissidi religiosi, ottenne la promessa di un matrimonio illustre per suo figlio. Maddalena d’Asburgo, figlia di Ferdinando, avrebbe un giorno sposato Emanuele Filiberto.

Al principe ancora fanciullo giungevano voci e racconti di guerra. Lui si limitava, muto, ad ascoltare mentre continuava il suo addestramento nelle discipline di combattimento. Iniziò a maneggiare con maestria la picca, l’archibugio, la spada, a giostrare con i cavalieri sabaudi.

Nel 1541 fu col padre a Genova per fare atto di omaggio a Carlo V che stava per partire per la sfortunata impresa di Algeri. Davanti a tutti, quel giorno, si precipitò ai piedi dell’Imperatore e implorò d’accompagnarlo nella spedizione. Lo zio accettò la sua proposta ma per il futuro, poi volgendosi a Carlo II lodò le virtù di quel ragazzino tra lo stupore della corte. Emanuele Filiberto di Savoia vide le galee abbandonare il porto, sognando il suo futuro da combattente.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: G. Reisoli, Testa di Ferro, il vincitore di San Quintino; C. Moriondo, Testa di Ferro. Vita di Emanuele Filiberto di Savoia

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