La morte di Cosimo il vecchio vista dalle lettere di amici, parenti e nemici

Prive di quelle dichiarazioni istituzionali che caratterizzavano le lettere di condoglianza dei potenti d’Europa, quelle che inviarono alla famiglia Medici amici, parenti e nemici, in occasione della morte di Cosimo, mostrano una maggiore intimità con Piero, anche perché in molti casi rivolgendosi a lui è utilizzato il pronome “tu”.

Cominceremo con le parole del cavalier Giannozzo Pucci:

“nontanto io ma generalmente tutta la nostra citta mentamente si duole di tanta perdita sono cose naturali et niuno puo fuggire quello passo et ricordandomi delle savissime parole che domenica passata mi dicesti spero che come in tucte le altre cose sempre hay usato la prudentia et lontellecto cosi sono certo luserai in questo et io dicosi ti conforto et priego dobbiamo da altro canto ringratiare Dio non solamente che tanto tempo celabbi prestato alla nostra citta mache finito el suo corso ci abbia lassato tale scambio quale se tu sono certo non bisogna ti conforti a essere contento piglare la cura delle cose pubbliche delle quali mediante la gratia di Dio et lopera et sapientia tua di tucte sidebbe capitare come si disidera per questo popolo et debbi sperare che da ciascuno sarai aiutato. Io venni yersera con animo venirti a visitare truovo qui la casa molto peggiorata e pertal ragione mitengo chio non vengo ma ti certifico che con tucto el mio potere ti sono apresso stasera mi ritorno a sancta maria novella parendoti chio habbi a venire a fare piu una cosa che unaltra fermene avisare et farollo che Cristo filicissimo ti conservi”.

Anche Ugolino Martelli esprime la sua vicinanza alla famiglia Medici in questo triste momento:

“io non dubito punto ti renda certissimo che el passare di questa misera vita il nostro patre Cosimo misia grandemente doluto perche posso dire che mai conobbi dallultimo giorno che passo di questa Giovanni tuo avolo insino a questo di altro patre che lui et insieme teco miposso ragionevolmente dolore et maxime perche hora mi pareva et per me et per la mia famiglia haverne grandissimo bisogno. È piaciuto al nostro Signore Dio chiamarlo a se […] et cosi conforto te et pregoti conforti la nostra veneranda madre mona Contassina la quale stimo habbi pena et pasione grandissima et ragionevolmente che questo hanno sara ricordevole alla casa vostra et alla nostra sia lodato et ringratiato Dio dogni cosa et non me suto piccola passione il non potermi essere trovato cosi a fare mio debito aparte desso […] lessere io impedito ditanta rogna che non mi posso calzare ne cavalcare digia XV giorni passati che stimo sia suto cagione […] hora di quello che ti prego o gravo honorevole fratel mio che tu vogla et con meco et colla famiglia mia essere in quello proprio luogo che era el nostro patre Cosimo et me et tucti e miei troverai sempre in vita nostra essere a te e alle cose tue tanto amorevoli et fedeli quanto mai piu fussimo a voi passati et alla casa vostra et prego Dio ti dia vita et sanita quanto disideri e alla tua famigla nella quale ho speranza grandissima per la mia […]”.

Rilevante è la dichiarazione di Angelo di messer Palla Strozzi:

“ricordati che aogni tuo comando sono et che per fede non voglio niuno altro mavanzi per insino alla morte faro fine […]”.

Abbiamo poi le parole di Bernardo Rucellai, famoso umanista, e probabilmente già promesso sposo di Nannina giacché nel 1466 l’avrebbe sposata (dunque diverrà genero di Piero). Si definisce molto addolorato per la morte di Cosimo e chiede “vi piaccia di racomandarmi a mona Contessina et a madonna Lucresia et salutate la Nannina et glaltri per mia parte et confortatili a buona patientia perche non ce rimedio che Cristo vi conservi tucti”.

Riteniamo la testimonianza di Antonio Brunelleschi un esempio calzante per far comprendere come la figura di Cosimo era vista dalla gente del suo tempo. Egli si scusa per non essere riuscito a giungere in tempo per le esequie ma “la cagione ne stata perche dove ero in villa qui in vicinanza la peste fici alcuno danno onde io mi ritornai in Firenze et per questo avisitarvi chera mio debito misono riguardato venire dalla M.V. [si è messo in quarantena n.d.r.]. Per fama et gloria insempiterno et inperpetuo regni apresso a Dio che cio si puo verificare in vostro patre et quale in vita et in morto di lui adato tali exemplo che per tucti esecoli sara degna memoria dilui et copiosamente si potra narrare tucto quello che dogni famoso et eccellente homo si puo explicare”.

Per terminare questo breve articolo, portiamo all’attenzione del lettore due lettere indirizzate a Piero. Una di queste giunta da parte di Jacopo de Pazzi, l’altra da parte di Lorenzo e Giuliano de’ Medici. Vi starete chiedendo il perché dell’aver lasciato queste ultime due alla fine. Una da parte di uno dei più agguerriti detrattori di casa Medici, nonché una delle menti della congiura del 1478, nella quale perse la vita Giuliano, e che aveva lo scopo di cancellare il nome Medici da Firenze; l’altra da parte dei figli, capaci di mostrare l’essenza più pura dell’amore verso un genitore addolorato per una grave perdita.

Conoscendo i retroscena e le frizioni tra le famiglie Pazzi e Medici, le parole di Jacopo appaiono, come il lettore potrà costatare, cariche d’ipocrisia. Partiamo già da un dato indicativo, la data in cui Jacopo, seppur da Lione, invia le condoglianze a Piero. La lettera riporta in calce la data dell’1 ottobre 1464, vale a dire a due mesi esatti dalla morte di Cosimo. Per fare un esempio, il re di Francia e il duca di Borgogna fecero giungere le loro lettere con largo anticipo rispetto a Jacopo. Dobbiamo dunque ritenere che questi non si sia precipitato per manifestare il suo dolore alla famiglia Medici. Premesso ciò, ecco il contenuto:

“Magnifico padre dopo le debiti racomandationi etc… io non so dache parte mincominciare acondolermi con voi disi dolorosi casi che sono occorsi da circa 2 mese fa in qua et prima del nostro caro et magnifico Cosimo la quale e stata si gran perdita che non che alla casa nostra tocchi a piagnersi et adolersi ma universalmente a tucta la cita considerando havere perduto tal patre et benefactore quale stato lui che a Dio sia piaciuto per sua piata haverli dato el medesimo luogo dila che ha havuto di qua. […] sono intanta amaritudine che acozzati insieme tucti edispiaceri chio ebbi mai non farebbono il simile et ancor sarebbe maggior se non fusse la grande speranza che me rimasta in voi questo magnifico Piero e tucto elmio conforto et tucto elmio desiderio et refligerio perche havendo voi fino aqui facto quel conto di noi che figli mirendo certo veduto el bisogno nostro et quanto la casa nostra ne rimane disfacta et si puo dire privata dogni bene ciradoppiarete adosso leposte di benivolentia che farete come fa la virtu che piu volentieri soccorre a quelli menbri che nanno maggior bisogno et in effecto teneramente vi racomando et me et tucta la casa nostra et per hora non mi state dirvi altro racomandandomi sempre a voi che Cristo in felice stato vi conservi. Intus per lo vostro Jacopo de Pazzi visi racomanda”.

Il giorno seguente alla morte di Cosimo, dalla villa di Cafaggiolo, giunge la lettera da parte di Lorenzo e Giuliano, di quindici anni il primo e di undici il secondo. La lettera si presenta scritta in latino ed esprime tutta la vicinanza nei confronti del padre Piero, eccone il contenuto:

Novimus pater immortalem deum a nobis Cosmum avum repetisse Audivimus pietatis tue genitus scimus illud nostris malis accessisse quod nemo inventus sit qui non nise occupatus leniendo dolori tuo vacare potuerit Accedimus igitur nos tui filii ut si non carentium dolore saltem carere volentium licteris quid te patrem deceat admonearis nemmi eim dolor hic tuus cure magis esse debet quam nobis qui inter novem menses patruum ob fratris avum ob patrui dolorem amisimus inimio certe nobis constat quam doloris superstitio preteritis presentibus quam obsiciat nec nisi tempestivius quam nostra patiatur etas didicimus que nullius sunt emolumenti queque animo corpori que obsunt esse repellenda quis enim corpos mentis … ordinem fati in mutabilitatem lanimulis … quis non expers … rationis vulneri vulnere medeatur at nature inperio genimus  veremur pater ne hec potius sit sensuum natura et eius partis que nobis cumbelluis comunis est quam viri et eius hominis ui rationale … appelletur numquam enim ratio quod deus et natura operantur moleste ferendum persuasisset si ea quicquid valuisse in nobis sequi autem sensum dedere se pertubationibus belvas fieri quam digna viro sint tuo iudicio relinquimus qui nobis et vite et huius cognitionis auctore extitisti quamombrem oater tui animi revoca magnitudinem filii hoc tui te deprecantur sac abste distamus adverso ut letos fortune cause excipere quod situorum caritate tangerire miserere presentium postquam prefatis … sat vixit Cosmus avus atque ita satis ut sigesta … si tempus suis … senior decesserit non ita vixit ut invidia non sit eius obitum lugere nec adeo nos destitutos reliquit ut impii non simus si illi amplius in hac vita labores desideraverimus talibus eum res nostras fundamentis stabilivit ut nec mortuus nec nobis sit aliquam moriturus … igitur illum … meritis virtutum suarum et nos ad illius imitationem ac maxime fortitudine erigamus. Vostri filioli Laurentius et Iulianus de Medicis”.

Senza dubbio la morte di Cosimo fu un colpo duro per il casato mediceo. Sotto la guida di Piero la famiglia Medici e il banco stavano per avviarsi verso il fallimento, tale scenario fu evitato dall’ingresso in scena del figlio Lorenzo, colui il quale per le sue capacità politiche, finanziarie e, come il nonno Cosimo, grande estimatore delle arti, si sarebbe meritato l’epiteto di magnifico. Con Lorenzo comincia un periodo fortunato per la famiglia Medici, che riuscirà così a rivivere i fasti dell’età di Cosimo; sarà inoltre tracciato un percorso chiaro per far sì che i Medici conquistassero il papato. Il progetto di Lorenzo si concreterà quando suo figlio Giovanni, prima, e suo nipote Giulio, poi, diverranno, a breve distanza l’uno dall’altro, pontefici della chiesa di Roma; il primo con il nome di Leone X mentre il secondo con quello di Clemente VII.

Il prossimo articolo sarà l’ultimo sulla morte di Cosimo il vecchio e si focalizzerà su alcuni oggetti particolari posseduti da Piero alla morte del padre.

 

 

 

 

Autore articolo: Davide Alessandra, laureato in giurisprudenza e studente di archivistica, paleografia e diplomatica presso la scuola dell’Archivio di Stato di Palermo, è autore de “L’eredità di Giovan Luca Barberi (1523-1579)” in Archivio Storico per la Sicilia Orientale, edito da FrancoAngeli.

In copertina: foto tratta dall’Archivio di stato di Firenze, mediceo avanti il principato, filza 163. Carte digitalizzate sul sito dell’archivio.

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