La Palazzina di Caccia di Stupinigi dalle origini al periodo napoleonico

La città di Torino, prima capitale del Regno d’Italia, è circondata da un insieme di sfarzose residenze, una vera e propria “corona di delizie”, voluta a partire dal Cinquecento da una delle più illustri ed antiche dinastie d’Europa: i Savoia.
Una di queste meraviglie è la Palazzina di Caccia di Stupinigi, un magnifico edificio che la Dinastia Sabauda ha fatto costruire a metà Settecento dal grande architetto e scenografo Filippo Juvarra, uno dei maestri del barocco italiano, le cui opere rendono famosa l’Italia in tutto il mondo.
La palazzina, ubicata a Stupinigi, una frazione del comune di Nichelino, nella periferia sud-occidentale di Torino, nel 1997, insieme alle altre Regge Sabaude del Piemonte, è stata iscritta dall’Unesco nella lista dei Patrimoni dell’Umanità.
Sulla sua sommità troneggia la statua di un cervo, copia di quella realizzata nel 1766 dallo scultore Francesco Ladatte, oggi ammirabile nell’ingresso. L’animale simboleggia Diana, dea della caccia e rimanda alla destinazione venatoria di questa magnifica residenza.
L’edificio è circondato dal Parco Naturale di Stupinigi, un’area protetta che occupa una superficie di 1611,26 ettari, un tempo dedicata agli svaghi venatori di Casa Savoia ed oggi vero e proprio polmone verde per la città di Torino.

 

LE ORIGINI

La palazzina sorge in un luogo dove già nel medioevo era presente un piccolo castello, ancora oggi visibile a levante dell’edificio. Esso aveva il compito di difendere il paese di Moncalieri ed era di proprietà dei Savoia-Acaia, un ramo cadetto della Dinastia Sabauda, nato con Tommaso III di Savoia (1250-1282), primogenito di Tommaso II (1199-1259) e Beatrice Fieschi (1225-1283). Suo figlio Filippo (1278-1334) è stato il primo a portare il titolo di principe d’Acaia.
Alla morte nel 1418 di Ludovico, il loro ultimo esponente, Amedeo VIII di Savoia, il primo della famiglia a portare il titolo ducale, ereditò il Castello di Stupinigi ed i terreni circostanti e nel 1439 concesse l’intero possedimento al marchese Gianfrancesco I Pallavicino.

Nel 1564 il duca Emanuele Filiberto di Savoia, colui che l’anno precedente spostò la capitale da Chambéry a Torino, volendo costituire in quell’area una vasta tenuta di caccia, ne reclamò la piena proprietà. Il podere comprendeva 1600 ettari di terreni e boschi, due castelli ed era vicino alla capitale, rappresentando quindi un luogo ideale per momenti di svago all’aria aperta.

Il sovrano amava molto le battute di caccia, organizzate proprio a Stupinigi e nei boschi di Altessano, dove il suo bisnipote Carlo Emanuele II fece costruire la Reggia di Venaria Reale.

Alla morte del duca, avvenuta nel 1580, la tenuta, per sua disposizione, venne ereditata dall’Ordine Mauriziano, il cui gran maestro, come accade ancora oggi, è il capo di Casa Savoia.

A partire dalla fine del Cinquecento vennero apportate una serie di migliorie e bonifiche dei suoli, precedentemente in gran parte paludosi, che permisero un più ampio sfruttamento agricolo dell’area, la quale fu ulteriormente ampliata dai discendenti di Emanuele Filiberto, fino a raggiungere l’attuale estensione.

La tenuta era utilizzata solo per le battute di caccia, in quanto le residenze di piacere erano il Castello di Mirafiori (demolito alla fine del XIX secolo), quello del Valentino, oggi sede universitaria, quello di Moncalieri e quello di Rivoli.

LA GRANDE TRASFORMAZIONE DEL SETTECENTO

La reggia deve il suo splendore a Vittorio Amedeo II, il monarca che con il Trattato di Utrecht del 1713, che pose fine alla Guerra di Successione Spagnola, ottenne la Sicilia e con essa il titolo di re, oltre che il Monferrato, Alessandria, Valenza, l’alta Valsusa e parti del territorio milanese.

Dopo essere stato incoronato nel 1713 a Palermo, in seguito alle trattative di Londra e dell’Aia, cedette la Sicilia all’Austria in cambio della più vicina, ma anche più povera Sardegna.

E’ proprio a lui che Torino deve alcune dei suoi monumenti più belli: la Palazzina di Caccia di Stupinigi, la Basilica di Superga e la splendida Reggia di Venaria, voluta da suo padre Carlo Emanuele II, ma fatta magnificamente ristrutturare da Vittorio Amedeo II, il quale affidò i lavori a due grandi geni dell’architettura: Michelangelo Garove e Filippo Juvarra. Quest’ultimo fu incaricato da Anna Maria d’Orléans, moglie del sovrano, di ristrutturare Villa della Regina, un luogo di delizie e svago sulla collina di Torino, che nel mese di settembre diventava sede della corte.

Nell’aprile 1729 Vittorio Amedeo II incaricò Filippo Juvarra di trasformare il complesso di Stupinigi in una splendida reggia, che venne formalmente inaugurata il 3 novembre 1731, anche se i lavori proseguirono fino al 1737, quando si concluse la decorazione degli appartamenti del re e della regina.

La vera inaugurazione si tenne nel maggio 1739, in occasione della visita a Torino del granduca di Toscana Francesco II, fratello della regina Elisabetta Teresa, seconda moglie di re Carlo Emanuele III.

Stupinigi continuava comunque ad essere usata come palazzina di caccia ed il sovrano vi soggiornava al massimo una settimana all’anno, in quanto la coppia reale risiedeva da Natale a Pasqua al Palazzo Reale di Torino, dopodiché si trasferiva nel circuito delle residenze che circondava la capitale, in particolare a Venaria e Moncalieri, alternando soggiorni in Savoia e nel Nizzardo.

LE BATTUTE DI CACCIA

Nella tenuta si praticava la chasse à courre, che prevedeva il reperimento di cervi e cinghiali, l’inseguimento, la cattura e l’uccisione con l’aiuto di una folta muta di cani, accompagnati e diretti dai veneurs e dal regio equipaggio di caccia.

Le battute di caccia erano due a settimana e duravano quattro ore; non si cacciava mai di domenica. La stagione venatoria iniziava a settembre ed aveva come apice il 3 novembre, giorno di sant’Uberto, il patrono dei cacciatori. A fine luglio maniscalchi e sellai si mettevano al lavoro in modo che a settembre fosse tutto pronto; la base logistica era la Reggia di Venaria, ma in autunno si trasferivano tutti a Stupinigi.

L’ultima grande caccia si tenne lunedì 12 dicembre 1791.

Lo storico Tomaso Ricardi di Netro fornì un’esaustiva cronaca di queste battute: identificato al mattino il cervo da abbattere da parte del capo cacciatore, secondo complesse valutazioni su età e stazza, i cacciatori, che erano principi, nobili ed inservienti, iniziavano la ricerca dell’animale prescelto dopo una colazione all’aperto, scovandone le tracce con la muta dei cani. Sparpagliati su un ampio territorio, i cacciatori si chiamavano e si tenevano in contatto attraverso il suono dei corni da caccia. Localizzato il cervo, al grido di “hallaly” essi si radunavano dando avvio all’inseguimento da parte dei cani. Il cervo aveva ancora possibilità di sfuggire alla cattura, disorientando i cani e facendo perdere le sue tracce nell’acqua oppure nel fitto bosco. Qualora fosse stato raggiunto, i cani gli si avventavano contro, mentre i cacciatori facevano cerchio in torno. Il capo cacciatore smontava da cavallo e finiva l’animale con lo spiedo.

Al termine della caccia veniva staccato il piede destro del cervo e donato al comandante dell’equipaggio, il quale a sua volta lo offriva al re durante la cerimonia degli Honneurs du pied. Successivamente le viscere dell’animale ucciso venivano date in pasto ai cani.

Alle battute partecipavano i sovrani ed i principi accompagnati dai loro scudieri e molti membri della corte, tra i quali gli addetti ai cani, i magistrati incaricati di dirimere le vertenze venatorie ed ottanta dragoni addetti al controllo del territorio e della rotta di caccia. I cavalli impiegati erano quasi cento; alcuni erano montati, altri trainavano le carrozze delle dame spettatrici.
I cani utilizzati appartenevano a diverse razze di segugi e venivano acquistati in Inghilterra e Francia. Per distinguerli dagli altri, venivano tatuati con una croce tonsurata sul fianco.

Ogni partecipante alle battute riceveva dalla real casa un surtout di panno rosso foderato di panno bleu roi, una veste blu, un paio di brache blu, un cinturone ed una tromba da caccia da portarsi a tracolla. Il resto del vestiario, costituito da cappello a tricorno, camicia, scarpe e calze lunghe, veniva comperato dai cacciatori utilizzando un sussidio reale detto petitoie.

La Palazzina fu ampliata per volere di Carlo Emanuele III e del figlio Vittorio Amedeo III e nel 1740 vennero aggiunte altre due ali, ospitanti le scuderie e le rimesse agricole che fiancheggiano il lungo viale alberato d’ingresso alla tenuta. Lo stesso anno l’architetto Michael Benard progettò il giardino geometrico della reggia, caratterizzato da un continuo succedersi di aiuole, parterre e viali. Questo bellissimo parco era delimitato da un muro di cinta, che lo separava dalla tenuta di caccia di 1 700 ettari che comprendeva terreni e boschi oggi facenti parte dei comuni di Nichelino, Orbassano e Candiolo.

Dagli anni Sessanta del XVIII secolo iniziò ad essere usata per eventi ufficiali, come la festa del 1773 per il matrimonio tra Maria Teresa di Savoia, figlia di Vittorio Amedeo III con il futuro Carlo X di Francia. Presenziarono all’evento l’imperatore Giuseppe II del Sacro Romano Impero, il futuro zar Paolo I di Russia e re Ferdinando I delle Due Sicilie. Il lungo viale ombreggiato da olmi che conduce alla reggia, tra i più belli d’Italia, fu illuminato da fiaccole. Questo matrimonio fu per procura, in quanto la cerimonia ufficiale si tenne a Versailles il 16 novembre dello stesso anno.

IL PERIODO NAPOLEONICO

Nella notte del 9 dicembre 1798, sotto una fitta nevicata re Carlo Emanuele IV, figlio di Vittorio Amedeo III, insieme alla consorte Maria Clotilde di Francia, sorella del re decapitato Luigi XVI, fu costretto a lasciare il Palazzo Reale di Torino ed a rifugiarsi in Sardegna. Il 21 settembre 1802 il Piemonte venne annesso alla Francia.

Napoleone, insieme alla consorte Giuseppina di Beauharnais soggiornò alla Palazzina di Stupinigi dal 5 al 16 maggio 1805, prima di recarsi a Miliano, dove cinse la corona ferrea. Qui ricevette il sindaco, la magistratura ed il clero, con a capo l’arcivescovo Carlo Luigi Buronzo del Signore, il quale, colpevole di intrattenere una corrispondenza segreta con Carlo Emanuele IV, fu sostituito con Giacinto Vincenzo della Torre, vescovo di Acqui Terme.

 

 

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

Bibliografia: D. Ramella, Ritratti Sabaudi – Vizi e virtù di Casa Savoia”

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