La parabola dei ciechi

Dei ciechi che guidano altri ciechi… che strano.

Tra le tele in esposizione alla reggia di Capodimonte c’è “La parabola dei ciechi” di Pieter Bruegel il Vecchio. L’opera traspone i passi evangelici Matteo 15,4 e Luca 6,39. “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non Cadranno tutti e due in una buca?”, sembra che pure Bruegel si chieda ed in effetti i suoi ciechi avanzano barcollando e cadendo l’uno sull’altro mentre altri sopraggiungono ignari ma ancora fiduciosi su chi è già caduto.

La tela fu acquistata dal conte Cosimo Masi in Fiandra. Dovettero affascinarlo lo stile o la morale: il conte, di antica nobiltà parmense, era finito al soldo del cardinale Alessandro Farnese, nipote di papa Paolo III che nel 1545 aveva istituito il Ducato di Parma e Piacenza per imporvi il figlio illegittimo Pier Luigi.

Cosimo lasciò il dipinto al figlio Giambattista che nel 1611 fu accusato di congiurare contro Ranuccio Farnese, nuovo reggente del ducato. Anche se pare che lo stesso Ranuccio abbia cospirato per liberarsi dell’invadente aristocrazia locale, i congiurati vennero uccisi ed i loro beni confiscati. La tela entrò quindi a far parte della famosa collezione dei Farnese di Parma dove rimase fino al 1734 quando Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, lasciò il ducato per i Regni di Napoli e Sicilia.

E’ questo uno degli ultimi quadri che Bruegel dipinse. Carico di colori, di cromatismi, di attenzione per i particolari, l’opera è avvolta in uno schema grottesco e fiabesco che riesce a dare il senso del movimento, del capitombolo, della caduta imminente e rumorosa.

I critici si sono spinti alle più complesse interpretazioni della composizione. Sullo sfondo la Chiesa di Sint-Anna, nell’odierna città belga di Dilbeek, i ciechi sono forse falsi sacerdoti o pessimi fedeli che hanno ignorato gli ammonimenti di Cristo di non portare oro, borse, o doghe. Il primo della fila, tra l’altro, porta una ghironda, strumento musicale ai tempi di Bruegel il Vecchio suonato dai mendicanti: ciò forse sta a simboleggiare un falso menestrello, uno che non canta le lodi per Dio.

Incamerata dopo l’unità tra i beni dello stato, nella Seconda Guerra Mondiale la tela fu tra le opere ricoverate presso l’Abbazia di Montecassino,ma i tedeschi riuscirono lo stesso ad impossessarsi di essa, trasferendola a Spoleto. La tela espatriò e fu recuperata nel 1945 in una galleria sotterranea ad Altaussee, in Austria, dov’erano finite le collezioni di Hermann Goring.

Finalmente tornò alla reggia di Capodimonte.

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Foto tratta dalla rete

 

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