La presa di Maiorca del 1115
La repubblica di Pisa, stanca di subire le continue e fastidiose depredazioni dei mori dell’isola di Maiorca, radunò una flotta di trecento vele, a metà agosto 1113, e si diresse prima in Sardegna poi verso le Baleari…
Una tempesta dirottò l’armata sulla costa catalana, presso Blanes e il conte di Barcellona, Raimondo Berengario detto il Grande, invitò i pisani a spostarsi dal porto di Blanes a quello di San Felíu de Guixols per unirsi a loro, con un trattato ratificato il 9 settembre di quell’anno, contro i musulmani maiorchini.
All’iniziativa si associarono diversi signori occitani, del Rossiglione e della Provenza. Anche Papa Pasquale II diede il suo appoggio e giunsero contingenti dall’Italia settentrionale e centrale, dalla Sardegna e dalla Corsica.
Le truppe destinate all’impresa di radunarono tra Montpellier, Nimes e Arles, mentre la flotta svernò a Salou, a sud di Tarragona. Il 24 giugno, proprio da qui, salpò la spedizione.
Cinquecento navi cristiane si mossero verso Ibiza, isola governata dal wali Albulanazer, la assediarono, tentarono più assalti alle diverse linee murarie e, infine, il 10 agosto, la città fu presa.
Demolite le fortificazioni di Ibiza, l’armata veloggiò verso la vicina Maiorca e le truppe pisane, aragonesi, catalane e provenzali, sbarcarono il giorno della festa di San Bartolomeo, marciando immediatamente sulla città che doveva essere chiamata poi Palma.
Le sue fortificazioni erano strutturate in quattro cinte murarie, c’era Arabathalgidit ovvero la città nuova, c’erano poi la città vecchia, l’Almudayna e la Zuda con l’Alcazar, ben fortificata con torri inespugnabili dal lato del mare.
Avvistate le truppe cristiane, i mori uscirono in battaglia. Nei combattimenti cadde Dalmau de Castries, amico e capitano di Guglielmo di Montpellier, che vendicò la sua morte seminando grande scompiglio nei ranghi musulmani che alla fine si chiusero entro le loro mura.
I cristiani eressero due enormi castelli di legno, rivestiti di pelli di bue, coi quali si avvicinavano alle mura per tentare di abbatterle e aprirvi una breccia con degli arieti installati alla base delle torri. Così finalmente le mura cedettero aprendo un passo.
Fu dato l’ordine dell’assalto, gettati ponti dai castelli alle mura, ma gli assediati respinsero più volte i tentativi degli alleati. I mori eran forti pure di un buon numero di catapulte che, dall’interno della piazza, continuarono a sparare pietre.
Gli attacchi furono respinti per diversi giorni e nel campo cristiano, con l’inverno, arrivò la peste. Tutte le operazioni furono spese fino all principio del 1115, quando gli scontri ripresero. In combattimento il conte Berenguer fu ferito a un braccio e le perdite tra i cristiani iniziarono ad esser troppe, ma finalmente l’11 febbraio riuscirono ad irrompere entro il primo recinto.
Una volta attaccata la seconda cinta muraria e colmati i fossati i fossati con le rovine della città nuova, il 22 febbraio si riuscì a penetrare anche nella città vecchia per poi spingere castelli e macchine fino alle mura dell’Almudayna.
Qui i pisani riuscirono ad impossessarsi di una torre e allora ogni difesa fu impossibile ai mori che si ritrovarono coinvolti in una spaventosa carneficina. La difesa della Zuda fu più agguerrita. I cristiani vi entrarono nei primi giorni di marzo, ma faticosamente. Dovettero conquistare una ad una le numerose torri della fortezza, con grande dispendio di sangue.
Rimase poi l’Alcazar che fu preso d’assalto il 2 aprile del 1115 e chi vi si era rifugiato finì sgozzato, senza distinzione di età o di sesso. Gli insediamenti baleari furono tutti resi in schiavitù, lo stesso sovrano musulmano di Maiorca, Abu-I-Rabi Sulayman, fu condottoa Pisa come prigioniero, sua moglie e suo figlio si fecero cristiani. Nel 1116 tuttavia le Isole Baleari tornarono in mano ai musulmani almoravidi.
Autore articolo: Angelo D’Ambra
Foto di Davide Alessandra
Bibliografia: M. Tangheroni, La spedizione pisana del 1113-1115 e la conquista di Maiorca