La rivolta di Genova contro gli Austriaci

Lo storico Carlo Botta così descrive la rivolta di Genova contro gli Austriaci, un momento della guerra per la successione d’Austria (Storia d’Italia, libro XVIII).

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Strascinavano gli Austriaci ai cinque di dicembre del presente anno 1746, poco dopo il tramonto del sole, un mortaro a bombe pel quatier di Portoria, abitato da numerosissimo popolo, quando, sfondatasi la strada sotto il di lui peso, restò incagliato il trasporto. Tutti abborrivano da sì empio ufficio: se il volevano sollevare, sì il sollevassero essi, dissero. I soldati, che non conoscevano qual grossa piena inondasse quegl’indomiti cuori, si diedero ad usare il bastone contro alcuni per obbligargli. Qui si ruppe l’argine. Strida d’orrore, grida di vendetta, fremiti di furore si udirono di ogni intorno;
le sdegnose mani preste ad avventarsi. Da un fanciullo cominciò la tempesta. Chinossi, die di piglio ad un sasso; e voltosi ai compagni, “Oh”, disse, “la rompo” parola che in quella tronca ed energica lingua genovese significa a un dipresso. “Oh, che stiam facendo, che non rompiamo la testa a costoro!”.
Disse e trasse il sasso fatale al soldato percussore. Ed ecco sorgere una sassaiuola cosi furiosa da tutte le bande contro quegli stolidi soldati mandati a pericolosa bisogna dallo stolido Botta, che stimarono che fosse bene di dare indietro più che di passo. Ma poi, vergognosi della fuga, o rinfrancati gli spiriti da chi gli comandava, tornarono con le sciabole sfoderate, persuadendosi che; a quell’atto il popolo avrebbe tremato molto alla prima, e sgombrato il terreno. Ma ecco un altro suon di sassate peggiore del primo. Basta, accortisi che quello non era luogo da potervi stare, se n’andarono, dolorose botte portandosene, chi sciancato, chi pesto e chi coi bernoccoli in fronte.
Il malauguroso e ben auguroso mortaro se ne stette rintanato in Portoria; i ragazzi vi salivano su per festa e per vittoria. Il popolo godeva. Si mescolarono capi, pure del popolo, che vedevano che se non si faceva di più, s’era fatto peggio di nulla, perchè nel Botta ora s’accoppiava al desiderio della rapina quello della vendetta.

Già annottava. Alle ore una della notte il popolo si mosse, ma non in grosso numero, da Portoria, gridando ad alta voce; “Animo, animo, a palazzo, a palazzo a prender l’armi, a prender l’armi, viva Maria, armi, armi!”. Calarono pel borgo del Laneri, per la strada de’ Servi, per la piazza del Molo, e ad ogni passo
un gran furia di gente simile a loro si aggiungeva, garzoni di taverna, pattumai, ciabattini, pescivendoli, fognai, facchini da carbone e da vino: erano già ingrossati in una folla considerabile. Tra il buio della notte, le grida che assordavano l’aria, i lumi che passo passo per le vie e su per le finestre si andavano accendendo, era uno spettacolo ad un tempo spaventoso e promettente: fra i quieti chi per le case temeva l’ultimo eccidio; chi sperava la liberazione.

Giunti a calca avanti al palazzo pubblico, chiedevano con urli e schiamazzi le armi. Erano in quel punto congregati i collegi, sulle afflitte cure deliberando. Udito il romore e le strida del popolo, mandarono i più prudenti Padri in una stanza contigua all’interno cortile, acciocché, fatti quivi venire i capi del tumulto, intendessero a calmare quel furore che poteva, siccome credevano, mettere la città al bersaglio di un sacco, e precipitarla in un abisso di mali irreparabili. I signori del governo intanto, non volendo essere sforzati a qualche precipitosa risoluzione, fecero serrare le porte del palazzo, raddoppiarono le guardie, contennero fuora del rastrello la folla. I Padri pacificatori, abboccatisi coi popolani, contuttoché mettessero dinanzi gli occhi loro le calamità, gli stenti ed i pericoli conseguenti necessariamente alla loro impresa, non poterono ottenere il loro desiderio, perchè stettero sempre ostinati nel volere le armi e nel tener g-uerra con gli Austriaci. Fermaronsi a romoreggiare sino alle cinque della notte, se n’accrebbe il numero, sparsesi il grido negli altri quartieri, specialmente in quel di Pré, onde questi con uguale e forse con maggior furore a palazzo corse. Domandavano sempre ferro per le mani, il palazzo sempre il ricusava, e già, malgrado del solito rispetto
pei magistrati supremi della Repubblica, principiavano a’mormorare centra coloro che avevano lo Stato. Tra la notte, che tempestosa era e piena di pioggie e di tenebre, la stanchezza dei cittadini e l’incertezza del comandare dei capi non ancora bene conosciuti, finalmente ciascuno alla propria casa si ritrasse, né dopo le ore cinque si udì altro strepito, quietatesi in gran parte le cose. Ma il giorno seguente doveva vedere maggiore e più importante travaglio.

I signori del governo, più timorosi del male che confidenti del bene che da quel moto poteva nascere, presero consiglio di mandare Nicolò Giovio, patrizio, al Botta, il quale allora aveva la sua stanza in Sa Pier d’Arena. Gli imposero d’informarlo dello scompiglio, di avvertirlo dell’imprudente condotta dei conduttori del mortaro, di pregarlo che si ritirasse dal pensiero di più farlo trasportare, se pur voleva che il popolo si rimettesse in calma, e qualche strano accidente non nascesse. Vollero che gli mettesse in considerazione, che è impossibile a por termine alla vendetta che si fa degli assai, quando sono concitati dallo sdegno.

L’austriaco signore rispose che non temeva del popolaccio, che nella seguente mattina avrebbe mandato per prendere il mortaro altra soldatesca, ma condotta da un ufficiale prudente per evitare nuovi scandali. Giovio ripregò, nuovi e maggiori sconcerti augurando se allo sprofondato bronzo ancora si toccasse. Non di distolse però dalla sua risoluzione il generale d’Austria.

Infatti la mattina del giorno sei, verso le ore quindici italiane, mentre altra novità non era succeduta nella notte, si videro entrare per la porta San Tommaso cento granatieri austriaci con la baionetta in canna. Scortavano una compagnia di guastatori destinati a levare il mortaro col fine di condurlo per le solite contrade al mare. Già per la contrada di Pré marciando, erano giunti presso a Fossello mercato dei commestibili, dove trovarono il popolo affollato concorsovi da quella popolatissima contrada, di fianco dalle finestre, per forma che, sentito lo strano ronzio e pruovate le disadatte percosse, più frettolosamente che non erano venuti, al loro alloggiamento se ne tornarono.

In questo mezzo il popolo, fatto più numeroso per l’accostamento di nuova gente accorsa dagli altri quartieri, era tornata al palazzo e minacciosamente domandava le armi. Ad ogni senatore che entrava, assordava le orecchie dicendo: “Armi, ci vogliono, non parole, dateci armi: se non vi volete salvare da voi altri, vi salveremo noi, e noi con voi”. Ma i signori che avevano paura di essere salvarti, continuarono saldi nel disdire la richiesta: fecero, per non essere sfo4zati, circondare il palazzo con doppie guardie, baionetta in canna. Il popolo portò scale per scalare le alte finestre dell’armeria. Ma i signori le fecero portar via dalla soldatesca regolare, e spedirono nuovamente, ma non con migliore fortuna di prima, Nicolò Giovio al Botta. Strana contesa, scandalosa da un lato, eroica dall’altro! La signoria resisteva al popolo per perire, il popolo le voleva far forza per salvarla…

La fiera e infierita moltitudine tra le grida, il calpestio, gli scoppi, il rombare ed il rimbombare dei cannoni e delle campane, le strade baldi, di Pré e di Sottoriva trascorrendo, verso la porta San Tommaso e l’altura dei Filippini si avviava. Dava loro intoppo il corpo austriaco alloggiato alla commenda di San Giovanni, posta a mezza strada dei luoghi in cui intendevano di andar a ferire. Fecero pruova di sloggiarlo con lo sparo degli archibusi, ma non poterono conseguire l’intento, difendendosi gli Austriaci valorosamente. Videro che d’altri ingegni era d’uopo. Voltata una parte della vicina batteria dell’arsenale contro il campanile dell’altezza del quale il nemico fulminava, il diroccarono. Travi, campane e Austriaci rovinarono a terra in un mucchio. Tra la ruina e lo spavento, i sopravviventi uscirono in contrada per far ivi battaglia. Debolmente combatterono, fortemente combattuti. Restarono presi, e condotti trionfalmente con immenso giubilo del popolo nel cortile del palazzo, offerirono argomento alla signoria, che già Genova per virtù delle mani e dei cuori popolari risorgeva.

 

 

In copertina: Ritaglio della Venere Cythereia, di Jan Matsys (1561), con una vista sulla città di Genova. Fonte foto: dalla rete

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