La stagione 1996, la rovesciata di Luiso

La stagione 1996/1997 venne vinta dalla Juventus. Molti potrebbero dire “dove sarebbe la novità”, senza sentirsi in torto. È vero, da anni ormai siamo abituati a vedere i bianconeri vincere il campionato (attualmente siamo a 9 di fila), ma più di 20 anni fa si giocava un altro calcio. Quella era la stagione dopo l’ultima vittoria in Champions League. L’ultima nel vero senso della parola visto che da allora la Juventus detiene il record di finali perse e di sfottò in tal senso. Però, non siamo qui per parlare dei bianconeri che, tra l’altro, in quella stagione, oltre allo scudetto portarono a casa anche la Coppa Intercontinentale battendo in finale gli argentini del River Plate. Ogni campionato, si sa, fa storia a sé e racchiude nelle sue memorie aneddoti ed eventi salienti che lo rendono unico ed inimitabile… come la rovesciata di Luiso.

In quell’anno, in Serie A, nella schiera delle cosiddette squadre di provincia, c’era anche il Piacenza. Allenatore di quella squadra era Bortolo Mutti, esperto conoscitore di quelle dimensioni dove il sudore, la fatica, la grinta, la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo sono elementi necessari per colmare i gap tecnici con le grandi realtà.

La cosa che rendeva diversa e particolare quella squadra rispetto alle altre realtà di provincia era il fatto che l’intera rosa fosse composta solo ed esclusivamente da giocatori italiani.

Fin dal 1992, anno della prima, storica promozione in Serie A, il Piacenza giocò sempre solo ed esclusivamente con una rosa “Made in Italy”.

“Non abbiamo voluto buttare fumo negli occhi alla gente, abbiamo deciso quindi di rinunciare agli stranieri quando ci siamo accorti che non esistevano sulla piazza elementi adatti alle nostre esigenze, sia sul piano tecnico che economico. Non eravamo disposti a fare esperimenti alla cieca o a svezzare giocatori per altri. Abbiamo quindi preferito puntare sul gruppo che ha portato il Piacenza in Serie A”. Furono queste le dichiarazioni del presidente Garilli all’avvio della prima stagione nel massimo campionato e gettarono le basi per una politica che durò quasi un decennio.

Ma quindi, cosa ebbe di speciale il campionato 1996/1997 dove il Piacenza si era addirittura salvato grazie alla vittoria nello spareggio contro il Cagliari?

In quella stagione fu segnato uno dei gol più belli del campionato, se non il più bello, proprio ad opera del centravanti dell’epoca, un tale Pasquale Luiso.

Pasquale Luiso, bomber di provincia, soprannominato il “Toro di Sora” per la sua militanza di lungo corso nella squadra laziale, si può dire che fosse il classico centravanti dell’epoca, forte fisicamente, con un discreto fiuto del gol (ne mise a segno 14 quell’anno, 10 in meno di un certo Filippo Inzaghi che chiuse la stagione a 24 come capocannoniere), ma abbastanza grezzo nella tecnica.

Eppure Luiso fu capace di inventarsi un gesto tecnico di rara e sublime bellezza. Una rovesciata che non fu solo uno splendido gesto tecnico, ma un gesto che rovesciò le sorti di una partita, di una squadra e di un campionato.

Se pensiamo alla rovesciata, la “bicicletta” come veniva definita in principio, ci viene subito in mente quella di Carlo Parola, diventata il simbolo delle figurine Panini da tempo immemore ormai. Il vero pioniere fu però Silvio Piola, che già nel 1939 segnava gol spettacolari in rovesciata, tra cui il primo, stupendo, in nazionale contro l’Inghilterra.

Ma torniamo al nostro bomber di provincia, già balzato agli onori delle cronache per la sua esultanza dopo ogni gol segnato. Chi ha detto Macarena?

Esatto, erano proprio i passi della canzone che impazzava nell’estate del 1996 a comporre la sua esultanza che coinvolgeva buona parte dei suoi compagni di squadra.

La partita che ci regalò questa perla fu quella del 1 dicembre 1996. Il Piacenza ospitava il Milan di Oscar Washington Tabarez, reduce dal pareggio la settimana prima nel derby e che lo precedeva di 3 punti in classifica. Luiso era già a quota 7 gol in 10 partite, proprio come il suo avversario di turno, George Weah.

La partita, alla fine del primo tempo, stava sul 2-0 per il Piacenza, con le reti di Valoti ed Eusebio di Francesco. Il match però nella ripresa regala infinite emozioni.

Al rientro in campo il Milan si riportò sotto grazie al gol del neo entrato Dugarry il quale, venti minuti dopo, completò la rimonta segnando il gol del 2-2.

Chiunque, a quel punto, avrebbe giurato che il Milan, avendo dalla sua una maggiore tecnica e l’inerzia a questo punto della partita, l’avrebbe sicuramente vinta. Non deve averla pensata in quel modo Pasquale Luiso.

Il minuto chiave fu il 71’. Luiso, al centro dell’area rossonera ricevette un cross dalla trequarti. La classica palla buttata un po’ a caso. Era spalle alla porta, marcato da uno che non era proprio un novellino, Billy Costacurta.

La palla era sporca, toccò prima sul terreno e poi giunge a Luiso che la stoppò di petto facendola rimbalzare davanti a sé. Cosa passò nella testa del calciatore in quel frangente è impossibile da sapere. Entrambi però, Pasquale e Billy, si strattonarono con mestiere, ma Luiso era praticamente chiuso, non aveva compagni a cui passare la palla e nel frattempo era rientrato anche Baresi a coprire le spalle a Costacurta chiudendo di fatto ogni possibile spiraglio verso la porta.

Come dicevo poco fa, entrare nella testa di un calciatore e capire i suoi pensieri, prodotti in frazioni di secondo, è impossibile. Luiso come agì? Non tolse mai gli occhi dalla palla, non la perse di vista un attimo, quasi come se in quel momento esistevano solo lui ed il pallone. Il mondo intorno era solo una percezione astratta, immobile, un qualcosa che non esiste, che non interessa. Nemmeno l’estremo tentativo di Costacurta di tirarlo per la maglietta lo smosse.

È come se, dal momento in cui aveva visto partire la palla, sporca, difficile da giocare, avesse già deciso cosa fare. Alzò il pallone con il sinistro e compì la sua magia, pedalando a mezz’aria prima di impattare, sempre con il sinistro, la sfera.

La parabola disegnata da quel gesto fu una pennellata perfetta che si infilò proprio sul palo più lontano, quello alla destra del portiere.

Eccola qui la magia del calcio racchiusa in pochissimi secondi in cui il mondo si capovolge, il cielo diventa terra e la terra diventa cielo. Il gol che tutti sogniamo quando tiriamo due calci ad un pallone, fin da bambini, su un campetto di terra, erba o il cemento del cortile e della strada.

Tutti noi sogniamo di librarci in volo e colpire il pallone ricadendo di schiena sul terreno, di girarci, vedere la sfera in rete e correre via ad esultare come se non ci fosse un domani, consapevoli della magia che abbiamo appena messo in pratica.

“Una rovesciata rovescia il Milan” fu il titolo della Gazzetta dello Sport del lunedì successivo alla partita. Una rovesciata che costò il posto ad Oscar Washington Tabarez. Una rovesciata disegnata da un piccolo, grande bomber di provincia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Michele Palazzino

Fonte foto: dalla rete

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