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La storia del Castello della Manta, un gioiello gotico ai piedi del Monviso

Il Castello della Manta è un maniero medievale arroccato sulle colline che dominano la cittadina, tra Saluzzo e Cuneo, alle falde del Monviso. Con la sua imponenza sovrasta la sottostante pianura dove viene coltivata la frutta che rende famoso il Piemonte in tutta Europa. In primavera è uno spettacolo di colori, dal bianco dei meli al rosa dei peschi.

La rocca esisteva già nel XIII secolo come forte militare dotato di una torre di avvistamento.

La sua storia è legata ai Del Vasto: la famiglia regnante del Marchesato di Saluzzo, uno stato sovrano esistito dal 1142 al 1548.

Il primo esponente della famiglia a possedere il castello è stato Tommaso I, il quarto sovrano della dinastia, salito al trono nel 1244.

Il castello è stato ristrutturato dal suo discendente alla quinta generazione: Tommaso III.

 

Tommaso III

Figlio del marchese Federico II e di Beatrice di Ginevra, era amante dell’arte e della letteratura. Il suo marchesato era ambito dai Savoia e per questo cercò protezione dai francesi, trascorrendo molto tempo a Parigi.

Nel 1394, mentre stava compiendo un’incursione nel territorio di Monasterolo, venne catturato dai sabaudi e imprigionato a Torino. Trascorrerà due anni in galera, durante i quali dedicherà il suo tempo alla scrittura di “Le Chevalier Errant”, uno dei più importanti testi cavallereschi medievali.

 

Le Chevalier Errant

Questo poema, elaborato in francese, racconta di un cavaliere che andando nel bosco a caccia, si perde. Qui incontra una bellissima donna che è madama conoscenza, poi giunge in un monastero abbandonato dove sette monaci, che rappresentano i sette peccati capitali, lo invitano a compiere tutte le trasgressioni del mondo, si reca in seguito nella reggia del Dio dell’amore ed infine nel palazzo della Dea fortuna. In questo luogo incontra eroi che in principio sono stati privilegiati dalla fortuna, ma poi sono stati colpiti dalla malasorte, come Ettore e Alessandro Magno.

Tommaso, che con quest’opera voleva rappresentare un’allegoria della vita, è stato certamente influenzato dai cicli arturiani e carolingi e dai poemi e romanzi cavallereschi francesi, quali il “Roman de la Rose”.

Liberato nel 1396 dietro il pagamento di un riscatto di 20.000 fiorini d’oro, lo stesso anno salì al trono succedendo al padre Federico II.

Tommaso nel 1403, ormai quarantasettenne, sposò Margherita di Roucy, figlia di Ugo II di Pierrepont, militare francese e conte di Roucy. La coppia avrà cinque figli, tra i quali Ricciarda, che sposando Niccolò III d’Este diventerà marchesa consorte di Ferrara, Modena e Reggio Emilia e il suo erede Ludovico, nato nel 1405.

 

Il reggente Valerano e la Sala Baronale

 

Il marchese morì nel 1416, ma in quel momento l’erede al trono era troppo piccolo per regnare e fu necessario quindi designare un reggente. Venne scelto il fratellastro Valerano, nato dalla relazione del padre con la carmagnolese Olmeta Soglio.

Valerano, colto, dinamico e intelligente, governò il marchesato come un vero sovrano fino alla maggiore età di Ludovico. Ma aveva un problema: era un figlio illegittimo. Per darsi una legittimità trasformò il Castello della Manta in una vera e propria residenza signorile e intorno al 1420 fece affrescare la grande Sala Baronale con dipinti ispirati al romanzo del padre.

Venne così realizzato, da un autore rimasto anonimo, il più importante ciclo di affreschi pagani tardo gotici del mondo occidentale.

Con una particolarità: sulla parete destra vennero raffigurati a grandezza naturale novi prodi e nove eroine, quattro dei quali con il volto di membri della dinastia Del Vasto.

Ettore ha infatti il volto di Valerano, Alessandro Magno quello di suo padre Tommaso III e tra le eroine, abbigliate e acconciate secondo la moda parigina degli anni venti del Quattrocento, troviamo Teuca, che ha il volto della moglie di Tommaso III e Pentesilea, con le fattezze di Clemenzia Provana, consorte di Valerano. Quest’ultimo personaggio è purtroppo danneggiato.

Il reggente fece inoltre costruire la Chiesa di Santa Maria al Castello, situata in prossimità del maniero e che diventò per sua volontà la nuova parrocchiale del borgo. Intorno al 1427 ne fece affrescare il coro con un ciclo che rappresenta le Storie della Passione di Cristo. Questi dipinti, giunti quasi intatti fino ai giorni nostri, presentano molte analogie con quelli che ornano la Sala Baronale.

Valerano sposato Clemenzia Provana, esponente di una delle cinque famiglie feudali più antiche e potenti del Piemonte, è il capostipite del ramo dei signori Saluzzo della Manta. La sua discendenza sarà proprietaria del castello per ben quattro secoli, mentre i sovrani continueranno ad abitare la rocca “La Castiglia” che domina Saluzzo.

Il fratellastro Ludovico I impalmerà nel 1435 Isabella Paleologa, figlia del marchese Giovanni Giacomo del Monferrato e di Giovanna di Savoia. Il loro nipote Gabriele sarà l’ultimo sovrano regnante del piccolo stato, verrà deposto il 25 febbraio 1548 e l’anno seguente le sue terre verranno annesse alla Francia, per poi essere cedute nel 1601 al duca Carlo Emanuele I di Savoia.

 

Michele Antonio di Saluzzo

Michele Antonio di Saluzzo, dopo la metà del XVI secolo fece ampliare la rocca, realizzando un’ala a nord-est.

A lui si deve lo scalone cinquecentesco, costituito da rampe sostenute da colonne in marmo che collegavano il piano nobile agli ambienti superiori del castello e la Sala delle Grottesche, con i suoi soffitti voltati, finemente dipinti e decorati con stucchi di impronta manierista.

Il marchese abbellì il giardino con specie mediterranee come palme e ulivi e fece realizzare la Cappella del Cristo Risorto lungo il lato destro della Chiesa di Santa Maria al Castello. La chiesetta venne decorata con affreschi che rappresentano le “Storie di Cristo”. Qui, sotto una lastra di marmo scolpito, riposa la salma del nobile.

 

Il periodo di abbandono e i conti Radicati Di Marmorito

Il Castello della Manta tra il XVII e il XVIII secolo venne abbandonato e durante il periodo napoleonico venne utilizzato come ospedale militare.

Nel 1860 fu acquistato dai conti Radicati di Marmorito. I nuovi proprietari intrapresero imponenti lavori di ristrutturazione e fecero demolire la parte costruita nel Cinquecento, ormai pericolante.

Il soffitto della Sala degli Alberi venne abbassato e le pareti, dove erano dipinte diverse specie botaniche come agrifoglio e biancospino, furono intonacate. La stessa sorte spettò alle pareti della galleria al pianterreno. Oggi, grazie ai recenti interventi di restauro intrapresi dal FAI, entrambi gli ambienti hanno ritrovato il loro splendore.

 

Il castello oggi

La contessa Elisabetta de Rege Thesauro Provana del Sabbione, discendente dei conti Radicati di Marmorito, apriva sovente il castello alle visite e nel 1985 lo donò al FAI. I suoi eredi godono del diritto di usufrutto sugli appartamenti privati del maniero e vi soggiornano in alcuni periodi dell’anno.

Il Fondo Ambiente Italiano, che nel 1993 riceve in comodato la vicina Chiesa di Santa Maria, ha avviato importanti lavori di ristrutturazione e aperto il maniero al pubblico.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

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