La storia del Castello di Grinzane Cavour

Il Castello di Grinzane Cavour con la sua architettura inconfondibile domina le Langhe, splendide colline che nel 2014, insieme al Roero ed al Monferrato sono state iscritte dall’Unesco nella lista dei Patrimoni dell’Umanità. Come il Castello di Fénis è l’emblema della Valle d’Aosta, questo maniero è il simbolo delle Langhe, degli eccellenti vini e della dolce vita in questi splendidi luoghi.
Il maniero è associato ad Adelaide di Susa, colei che permise ai Savoia di espandersi al di qua delle Alpi, ai dal Pozzo, conti di Reano e ad una tra le maggiori figure di spicco del Risorgimento: Camillo Benso, conte di Cavour.
Al suo interno è presente l’Enoteca Regionale Piemontese Cavour, che creata nel 1967, è stata la prima in Piemonte ed è una delle più antiche in Italia. Costituisce una prestigiosa vetrina dei migliori vini e grappe piemontesi, rigorosamente selezionati; primi fra tutti, il Barolo e il Barbaresco. Il castello è anche legato ad uno dei prodotti più prestigiosi della nostra regione: il tartufo bianco d’Alba. Ogni autunno si tiene tra le sue mura la più prestigiosa asta al mondo legata a questa eccellenza piemontese.

 

LE ORIGINI DEL CASTELLO E ADELAIDE DI SUSA

Agli inizi dell’XI secolo, dove ora sorge il maniero, esisteva una torre d’avvistamento che veniva usata dalle popolazioni locali per controllare il territorio circostante e cercare di difendersi dai saraceni, i quali, con le loro scorribande, avevano distrutto ed incendiato molte città del Piemonte ed in particolare Alba.
Verso la metà dell’XI secolo questo territorio faceva parte dei possedimenti di Adelaide di Susa, figlia di Olderico Manfredi II e di Berta d’Este. Questa donna, per la sua abilità nel governare fu molto amata dal popolo, che la chiamava affettuosamente la “marchesa delle Alpi Cozie”. Per la sua saggezza fu paragonata a Debora, celebre guida militare del popolo d’Israele dal 1160 al 1121 a.C ed il teologo san Pier Damiani le scrisse: “Tu, senza l’aiuto di un re, sostieni il peso del regno ed a te ricorrono quelli che alle loro decisioni desiderano aggiungere il peso di una sentenza legale. Dio onnipotente benedica te ed i tuoi figlioli d’indole regia”. Adelaide è stata colei che ha permesso ai Savoia di espandersi in Italia, compiendo il primo passo del lungo cammino che nel 1861 portò all’unità del nostro Paese; nel 1046 sposò infatti Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della dinastia. Con queste nozze i Savoia ricevettero in dote il Marchesato di Susa, il Passo del Moncenisio, la Contea di Torino, la Valle d’Aosta, molti territori e castelli liguri.
Ad Adelaide si deve l’espressione “andare a Canossa”: la sua primogenita Berta aveva sposato l’imperatore Enrico IV di Franconia, il quale oltre ad aver tentato di ripudiarla, entrò in conflitto con il pontefice per una questione di investiture scaturita dalla sua decisione di assegnare la Diocesi di Milano, divenuta vacante. Il sovrano arrivò al punto di dichiarare deposto il papa e di chiedere ai romani di sceglierne uno nuovo. Questo gli costò una scomunica da parte di Papa Gregorio VII. Nel 1077, per cercare di ottenere la revoca della scomunica, scese in Italia attraversando le terre di Adelaide e la marchesa, dopo forti pressioni della figlia, si decise ad accompagnare il genero dal pontefice a Canossa, dove esso soggiornava, ospite della marchesa Matilde, potente feudataria e sua ardente sostenitrice. Enrico IV, grazie alla fermezza ed al prestigio di Adelaide, riuscì ad ottenere il perdono papale, al prezzo però di una tremenda umiliazione. Fu infatti costretto a rimanere inginocchiato per tre giorni e tre notti, dal 25 al 27 gennaio, col capo cosparso di cenere, a piedi scalzi e vestito con un saio, innanzi al portale d’ingresso del Castello di Canossa. Questo è stato il primo grande atto politico internazionale a cui Casa Savoia ha partecipato.

Adelaide di Susa fece sostituire la preesistente torre di avvistamento presente a Grinzane con l’alta torre centrale che ancora oggi caratterizza il maniero. Intorno ad essa nei secoli sono stati aggiunti i vari blocchi che hanno adattato il castello alle esigenze dei numerosi proprietari che si sono avvicendati nel tempo.

 

IL CASTELLO DI GRINZANE DOPO LA MORTE DI ADELAIDE

Con la morte di Adelaide nel 1091 e la conseguente dissoluzione della Marca Arduinica per il Castello di Grinzane iniziò una serie di passaggi di proprietà. Bonifacio del Vasto riuscì ad impadronirsi dei comitati di Auriate, Bredulo, Alba, Albenga e Ventimiglia. Dai suoi figli ebbero origini illustri casate piemontesi: Manfredo fu il capostipite dei marchesi di Saluzzo, Guglielmo di quelli di Busca, da Anselmo ebbero origine i marchesi di Ceva e Clavesana e da Enrico i marchesi del Carretto. Alla morte di Bonifacio nel 1125 il feudo di Grinzane passò nelle mani del figlio Guglielmo.
Dalla metà del XII secolo la rocca e i terreni circostanti furono di proprietà della famiglia signorile de Grinzaneis, gravitante nell’orbita politica del Comune di Alba. Essi fecero rafforzare ed integrare il maniero. A metà Duecento il vicario imperiale Manfredo Lancia attribuì questo feudo al Comune di Alba ed un secolo dopo l’edificio assunse l’aspetto attuale. L’accesso avveniva dal lato a mezzogiorno tramite il ponte levatoio in corrispondenza della grande apertura ogivale.
Diano, Rodello e Grinzane furono confermate in dominio al marchese Manfredo di Busca nel 1381; alla sua morte, avvenuta nel 1390, i figli si divisero il feudo con atto nel Castello di Diano il 15 aprile 1391: a Raimondo toccò la signoria di Diano, a Carlo restarono due parti di Grinzane, la tenuta di Borzone e l’usufrutto, sua vita natural durante, della restante terza parte di Grinzane, che sarebbe poi passata a Raimondo. Quest’ultimo nel 1418 alienò metà del castello al capitano di ventura Nicolino Marsaglia di Cherasco per 1200 scudi e la restante parte nel 1435 a Bertino Pallio.
Lo stesso anno Grinzane passò ai marchesi di Monferrato e Guglielmo VII nel 1483 investì del castello e feudo il nobile Matteo Calderaro di Alba.
Nell 1533, con la morte senza figli del marchese Giovanni Giorgio, i suoi possedimenti, incluso Grinzane, furono attribuiti dall’imperatore Carlo V ai Gonzaga. Il duca di Mantova Federico II aveva infatti sposato Margherita Paleologa, figlia di Guglielmo IX del Monferrato.
I Gonzaga confermarono la gestione del castello e del feudo di Grinzane ai Calderaro, ai quali si deve la “Saletta degli stemmi”, ubicata al secondo piano nel settore ovest e decorata con affreschi a motivi araldici. Da questa famiglia feudo e castello furono ereditati per vie matrimoniali da Gabriele Nuvolo, il quale ne cedette metà nel 1545 a Pietrino Belli di Alba giurista e cancelliere del duca Emanuele Filiberto di Savoia e l’altra metà nel 1560 a Teobaldo Cagnola.Nel 1547 Pietrino Belli sposò la nobildonna Giulia Damiani e in occasione di queste nozze fece realizzare la meravigliosa Sala delle Maschere, il cui soffitto in legno a cassettoni è ornato da ben 156 maschere: dipinti di volti, stemmi araldici delle famiglie Belli e Damiani (il toro rosso in campo bianco per i Belli ed una piccola stella argentata ad otto punte ripetuta più volte per i Damiani) e allegorie varie, come rappresentazioni di animali, metafora delle doti e delle virtù umane e di bambini, simbologia dell’amore, intenti a suonare vari strumenti musicali.
Sopra la Sala delle Maschere i Belli fecero costruire un salone con tre volte a crociera, due delle quali ornate di affreschi tardo-manieristi del primo Seicento, consistenti in motivi decorativi e simbolici a grottesche, attorno a riquadri con scene figurate.
Nel 1577 il castello ricevette la visita del vescovo Gerolamo Regazzoni ed in quell’occasione venne realizzato un piccolo oratorio gentilizio.

 

I DAL POZZO

Pietrino e Giulia ebbero due figli: Domenico e Francesca. Il primo impalmò Barbara Cacherano di Osasco, dalla quale ebbe una figlia, Giulia, che nel 1599 andò in sposa ad Amedeo dal Pozzo, primo conte di Reano e grande collezionista d’arte, che nel 1607 ereditò dallo zio Carlo Antonio, arcivescovo di Pisa, i magnifici quadri appartenenti al celebre ciclo pittorico di Pietrafitta, una delle più importanti testimonianze dell’arte tardo-rinascimentale toscana. I dipinti sono oggi esposti al Museo della Cappella della Madonna della Pietà di Reano ed alla Chiesa Parrocchiale di San Giorgio Martire. Grazie al matrimonio tra Amedeo e Giulia i dal Pozzo poterono fregiarsi del titolo di signori di Grinzane.
Nel 1696 Amedeo Alfonso dal Pozzo, II principe della Cisterna, ospitò nel castello Gerolamo Ubertino Provana, vescovo di Alba, che qui morì.

L’altra metà del maniero, acquisita nel 1560 da Teobaldo Cagnola, fu ereditata dal figlio Zaccaria e poi dalla nipote Eleonora, sposata con il conte Argentero di Torino e Chieri. La proprietà passò quindi al figlio Giorgio Argentero ed al nipote Emanuele Filiberto i cui eredi la mantennero fino all’ultimo quarto del Settecento.

 

IL CASTELLO NELL’OTTOCENTO

All’inizio del XIX il maniero divenne di proprietà dei Clermont-Tonnerre, una nobile famiglia originaria del Delfinato. Nel 1815 il duca Jules-Gaspard-Aynard de Clermont-Tonnerre sposò Vittoria de Sellon, zia di Camillo Benso conte di Cavour.  I coniugi si dividevano tra Parigi e Ginevra, dove Vittoria aveva acquistato la splendida Villa del Bocage, vicina a quella del fratello Jean-Jacques ed a causa delle loro lunghe assenze da Grinzane, non riuscivano ad amministrare la tenuta, dalla quale si ricavavano un ottimo grano ed un’uva speciale, che permetteva di produrre dolcetti, nebbioli e chiaretti. Affittarono quindi il podere al cognato Michele Benso, marchese di Cavour, per quattromila lire l’anno. Esso, molto impegnato a gestire le sue altre proprietà, tra le quali il Castello di Santena, decise di mandare il suo secondogenito Camillo a gestire le terre. Il grande fautore dell’Unità d’Italia vi si trasferì e nel settembre 1832 divenne sindaco di Grinzane a soli ventidue anni.

Tra il 1836 ed il 1847, insieme alla marchesa Giulia Falletti sperimentò nelle cantine la produzione del famoso vino Barolo, con la consulenza del generale Paolo Francesco Staglieno e dell’esperto francese Louis Oudard. Il 1844 è la data della prima annata di Barolo imbottigliato in queste zone ed il castello insieme alle sue tenute sono considerati la “culla” di questo vino.

Il Barolo fino ad allora era dolce e frizzante, di gusto e caratteristiche rustiche. Benso e la marchesa Colbert volevano invece ottenere un prodotto elevabile allo stesso rango dei vini Bordeaux e di Borgogna, allora molto in voga. Il conte Louis Oudart suggerì loro l’introduzione di nuovi processi di fermentazione e di un prolungato affinamento in legno, che portarono alla produzione di un vino di prestigio e dalle grandi potenzialità, trasformando il Barolo in un grande vino secco, in grado di durare nel tempo e di rivelare al meglio le proprietà tipiche del suolo e del vitigno. Il successo che ne seguì fu tale che Cavour decise di convertire alla produzione di questo nuovo vino le cantine del castello ed in poco tempo il suo Barolo arrivò a competere con i migliori concorrenti francesi.

Nei suoi 17 anni da sindaco di Grinzane, Camillo si impegnò molto ad apportare migliorie alle tenute agricole del castello, che rappresentava una delle sue dimore preferite. Nel maniero si può ancora oggi ammirare la sua camera da letto con vari cimeli e documenti originali.
Esso mise inoltre in atto l’impianto sperimentale di nuovi vitigni, anche stranieri, diede impulso allo studio della composizione dei terreni e fece migliorare le tecniche di concimazione. Per lottare contro il mal bianco, che stava cominciando a manifestarsi in Piemonte, incaricò della ricerca la Reale Accademia di Agricoltura, che individuò come efficace trattamento, tutt’ora valido, l’uso dello zolfo.

Alla morte di Camillo, avvenuta il 6 giugno1861, il Castello di Grinzane e le proprietà terriere andarono alla nipote Giuseppina Benso, figlia di suo fratello maggiore Gustavo e di Adele Lascaris di Ventimiglia, a sua volta figlia di Giuseppina Carron di San Tommaso, ultima esponente del ramo primogenito di questa nobile famiglia, che ha posseduto il feudo di Buttigliera Alta dal 1519 al 1912.

Giuseppina Benso non si interessò mai dell’amministrazione di Grinzane, lasciando al marito Carlo Alfieri, marchese di Sostegno, deputato e senatore del Regno d’Italia, ogni incombenza; molti terreni furono venduti.

Giuseppina ebbe due figlie: Luisa e Adele; la seconda ereditò il maniero di Grinzane e cento ettari di terreno. Non sposata, per tramandare ai posteri la memoria di Camillo Benso, dispose che tutti i beni di sua proprietà, incluso il Castello di Grinzane, venissero ereditati da enti o persone che si impegnassero a perseguire la sua volontà con opere di beneficenza. Essa non intratteneva buoni rapporti con il comune di Grinzane, il quale nel 1916 aggiunse la denominazione “Cavour“, in ricordo ed onore del più illustre dei sindaci avuti nell’Ottocento. Avviò quindi trattative con alcune congregazioni religiose, le quali, per i limitati redditi offerti dai terreni e le enormi spese che avrebbero dovuto affrontare per l’adattamento dei locali, declinarono l’offerta. La marchesa nel 1929 donò all’Opera Mons. Re di Alba l’immobile e l’appezzamento di terreno sito nel concentrico di Magliano Alfieri ad uso perpetuo di asilo infantile e laboratorio femminile invernale per le giovani del paese. Nel frattempo Grinzane era stato incorporato con Regio Decreto del 9 dicembre 1930 nel comune di Alba, con il quale la nobildonna avviò le trattative. L’atto di donazione fu firmato il 18 ottobre 1932. Adele si spense nel 1937.

Luisa, primogenita di Carlo e Giuseppina, ereditò invece il Castello di Magliano Alfieri. Il maniero venne donato alla Parrocchia di Sant’Andrea nel 1952 da parte di sua nuora, la marchesa Margherita Pallavicino, vedova di suo figlio Giovanni Visconti Venosta.

Nel 1947 il territorio di Grinzane si separò da Alba e i due comuni si accordarono per condividere la proprietà del castello, cosa che accade ancora oggi.
A metà novecento il maniero versava in uno stato di quasi abbandono ed in occasione del primo centenario dall’Unità d’Italia, iniziarono importanti lavori di ristrutturazione, volti ad eliminare i vari rimaneggiamenti che l’edificio subì nei secoli ed i caseggiati colonici che lo contornavano, privando la spettacolare veduta dal basso della sua possente mole. Furono consolidate le mura pericolanti, riaperte finestre in passato mascherate e sistemati i pavimenti in cotto in alcune stanze. Durante questi lavori tornò alla luce, quasi per caso, il bellissimo soffitto a cassettoni della Sala delle Maschere.

Il 27 novembre 1967 nel maniero venne inaugurata l’Enoteca Regionale Piemontese Cavour, la prima in Piemonte e la seconda in assoluto in Italia, il cui obiettivo è quello di promuovere la conoscenza e l’immagine dei migliori vini e delle eccellenze alimentari del territorio. Dal 1967 l’edificio è sede dell’Ordine dei Cavalieri del Tartufo e dei vini d’Alba il cui scopo è quello di conservare, tutelare o fare rinascere usi, costumi e tradizioni popolari locali, qualificare l’enogastronomia del territorio e fare attiva propaganda in favore della gastronomia e dei vini tipici dell’Albese sia in Italia che all’estero.

Il maniero oggi è anche sede dell’l’O.N.A.F. (Organizzazione Nazionale Assaggiatori Formaggio), dell’Osservatorio Vino e Salute, dell’U.G.I.V.I. (Unione Giuristi della Vite e del Vino), della Fondazione Radici (per le memorie di Langhe, Roero e Monferrato) e dal 1999 ospita l’Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba.

Il maniero ospita anche un rinomato ristorante gestito dallo Chef Marc Lanteri ed un complesso museale sulla civiltà contadina e sul celebre statista, artefice dell’Unità d’Italia, dove si possono ammirare cimeli cavouriani come la sua fascia a bandoliera da sindaco ed il letto dove dormiva sognando l’Italia unita, oggetti attinenti all’enogastronomia albese, attrezzi di cantina, fra i quali un “monumentale” torchio a leva del 1704), arredi pregiati e pannelli illustrativi delle Langhe.

Oggi la magnifica Sala delle Maschere ospita le sedute del Consiglio Comunale, matrimoni, eventi e la prestigiosissima Asta Mondiale del Tartufo Bianco d’Alba.

Nel 2021 è stato inaugurato l’OpenAir Museum “In Vigna”, un affascinante percorso all’aperto curato dallo storico e museologo Daniele Jalla ed illustrato dal disegnatore Luigi Piccatto. Si sviluppa intorno alle mura del castello e che permette ai visitatori, attraverso postazioni informative e narrative, di scoprire il duro lavoro dell’uomo e le mutazioni della vigna messi in parallelo nelle quattro stagioni dell’anno, attraverso le quali nascerà quel nettare straordinario, tanto amato da Bacco e dagli dei, che è il vino.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

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