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La storia del Castello di Monticello d’Alba

Il Castello di Monticello d’Alba è uno dei manieri meglio conservati del Piemonte. Situato a pochi chilometri da Alba, dalla sua posizione in cima ad un piccolo monte, domina le colline del Roero. L’edificio da più di 600 anni è di proprietà della stessa nobile famiglia: i Roero, che lo amano e provvedono a tenerlo in perfette condizioni; questo rappresenta una grande carta vincente: pur essendo un luogo carico di storia, non è soltanto un museo, ma ha ancora “un’anima”, che vive grazie alla famiglia che lo abita e lo riempie di calore.

È stato fatto costruire dopo il 920 d.C. dai vescovi di Asti con lo scopo di difendersi dai saraceni, i quali, con le loro scorribande, avevano distrutto ed incendiato molte città del Piemonte ed in particolare Alba. I religiosi affidavano castello e feudo ai loro vassalli, tra questi i De Govono, che però si ribellarono e tra il 1187 ed il 1190 assediarono il maniero, costringendo i vescovi a chiedere aiuto agli Albesi.

 

LA FAMIGLIA MALABAILA

Dopo tre anni il maniero venne finalmente liberato, ma subì grossi danni; concesso nel 1237 ai Gorzano di Asti, passò nel 1348 a Franciscotto Malabaila, esponente di un casato che discendeva dagli Anscarici e che nel tempo divenne proprietario di molti feudi nel cuneese, tra i quali Cercenasco, Bene Vagienna e Sommariva Bosco. I Malabaila, mercanti di stoffe e lana, ad Asti possedevano un meraviglioso palazzo rinascimentale, dove ospitarono Lugi XII e Francesco I di Francia. Gli esponenti del casato fecero ricostruire il Castello di Monticello d’Alba, ma nel 1372 la popolazione, stanca delle continue tirannie di Ludovico Malabaila, riuscì a scacciarlo, aiutata dai conti Roero.

 

I ROERO

I Roero erano e sono tutt’oggi una famiglia tra le più illustri della nobiltà astigiana, che ha dato il nome alla regione geografica del Roero. Su questo territorio hanno esercitato con saggezza la loro egemonia, costruendo molti castelli e facendo realizzare importanti opere pubbliche. Nel corso del tempo ebbero un forte legame con Casa Savoia, assumendo importanti incarichi pubblici ed a corte. Il loro stemma è formato da tre ruote d’argento in campo rosso ed è sormontato da un guerriero con clava che regge un cartiglio con il motto “a bon rendre”. Le tre ruote sono un riferimento all’impresa condotta in Terrasanta dal condottiero fiammingo Guillame Guillon, capostipite del casato, il quale nel 1099 avrebbe ucciso un capo dei mussulmani che aveva insultato la fede cristiana. Il corpo dell’infedele venne poi trasportato su un carro a tre ruote in segno di spregio.

 

UN CELEBRE ESPONENTE DELLA FAMIGLIA ROERO E IL LEGAME CON IL ROCCIAMELONE

Un esponente del casato è legato al Rocciamelone ed alla Valle di Susa: si tratta di Bonifacio Rotario. Caduto prigioniero durante la Crociate di Smirne, fece voto alla Madonna che qualora fosse tornato in patria, le avrebbe dedicato un simulacro sulla vetta della prima montagna che avesse visto facendo ritorno sul suolo natio. Il primo monte che vide fu il Rocciamelone e così il primo settembre 1358 raggiunse la vetta portando con se un trittico in ottone dorato, fatto realizzare a Bruges e dedicato alla Santa Vergine. Sulla tavola centrale è rappresentata la Madonna seduta su un trono a cassapanca mentre tiene in braccio il piccolo Gesù, che in una mano regge una sfera, simbolo del mondo, e con l’altra accarezza il mento della madre. Entrambi hanno il capo circondato da un’aureola. Sull’anta di sinistra San Giorgio a cavallo nell’atto di trafiggere con la sua lancia il drago; mentre su quella di destra un santo con la barba, probabilmente San Giovanni Battista, patrono dei Cavalieri di Malta, con le mani posate sulle spalle di un guerriero inginocchiato che rappresenta il committente Bonifacio Rotario. Nella fascia inferiore del trittico è incisa una scritta latina in caratteri gotici: “Qui mi portò Bonifacio Rotario, cittadino di Asti, in onore del Signore nostro Gesù Cristo e della Beata Maria Vergine, nell’anno del Signore 1358, il giorno 1° di settembre”. L’opera venne collocata in una grotta scavata nella roccia sulla cima della montagna e divenne meta di pellegrinaggi. Molti esponenti di Casa Savoia vennero a venerare la Santa Vergine.
Nel 1673 accadde un fatto molto particolare: Giacomo Gagnor, un signore di Novaretto, venuto a conoscenza che la duchessa consorte Maria Giovanna Battista di Savoia voleva salire in cima al monte per venerare la Madonna, per agevolarle il compito, tolse il trittico e lo portò a Rivoli dove soggiornava la corte, suscitando lo stupore dei Savoia e della popolazione. L’opera, dopo essere stata venerata dal popolo, fu portata nella cattedrale di San Giusto di Susa ed oggi è custodita nel Museo Diocesano di Arte Sacra di Susa.

 

I ROERO DIVENTANO SIGNORI DI MONTICELLO

Nel 1372 corsero in aiuto alla popolazione i fratelli Percivalle, Aimonetto, Andrea ed Antonio, i quali, dopo aspre battaglie, riuscirono a conquistare il castello e liberare così la popolazione dalla tirannia del Malabaila, che venne rinchiuso nelle prigioni di Asti. Il vescovo di Asti, in segno di riconoscimento, concesse il feudo di Monticello, il castello ed il territorio di Castagnito ai quattro fratelli. Quando questi si divisero le proprietà di famiglia, Monticello ed il relativo maniero andarono a Percivalle, l’antenato degli attuali proprietari. Suo figlio Oddone, scudiero del conte Verde Amedeo VI, ottenne da papa Martino V, con una bolla del 1422, il titolo di Conte.  I Roero concessero alla popolazione gli statuti di buon governo, un insieme di leggi che regolavano i rapporti tra comunità e feudatario. Il documento, scritto su pergamena in latino, è ancora conservato nel castello. La liberalità ed il senso di giustizia che avevano questi nobili, li portò ad essere molto amati dalla popolazione, un affetto che dura tutt’oggi. La famiglia munì il maniero di nuove difese, spalti, torri e caditoie. Tra il 1448 e il 14268 Oddone II Roero commissionò diversi lavori, facendo realizzare il Palazzo nuovo” tra i lati a sud e a ovest e le caditoie in corrispondenza del cammino di ronda.

 

IL SEICENTO ED IL SETTECENTO

Nel Seicento Onorato Roero, gentiluomo di camera del duca Carlo Emanuele II, fece realizzare alcune modifiche alla parte interna del maniero per migliorarne l’abitabilità. Altri lavori verranno poi decisi nel 1706 da Laura Damiani di Priocca, moglie di Bernardo Francesco Roero,
ma i grandi interventi ebbero luogo nel Settecento, quando l’edificio subì una radicale trasformazione. L’occasione furono le nozze tra Francesco Gennaro Roero, viceré di Sardegna e gran croce dell’Ordine dei santi Maurizio e Lazzaro con la Marchesa Paola del Carretto di Gorzegno.
Fu incaricato l’architetto Carlo Emanuele Rangone di Montelupo, comandante delle milizie albesi ed architetto del campanile della chiesa parrocchiale di Alba. Al primo piano vennero aperte grandi finestre rettangolari e venne creata la galleria di Diana, affrescata dai fratelli Galliari, famosi per la qualità delle prospettive e per la loro decorazione caratterizzata dalla sgretolazione degli effetti illusionistici di derivazione barocca in puro gioco di fantasia. I saloni del maniero furono decorati con affreschi e stucchi e solo gli ultimi due piani vennero esclusi dai restauri. All’esterno il maniero mantenne però l’aspetto di una fortezza, anche se perse alcuni elementi difensivi, come il ponte levatoio, sostituito con uno scalone in pietra ed i fossati.

 

L’INTERVENTO DI XAVIER KURTEN

Nel 1827 i Roero affidarono il compito di rimodernare i giardini del castello al celebre architetto paesaggista tedesco Xavier Kurten, famoso per aver introdotto il giardino romantico all’inglese in Piemonte.
Xavier Kurten lavorò molto per Casa Savoia: nel 1820 venne incaricato da Carlo Alberto per trasformare il parco del Castello Reale di Racconigi, mentre nel 1830 per volere di Carlo Felice rimodernò il giardino del Castello Ducale di Agliè; lo stesso anno fu incaricato da Michele Benso di Cavour, padre di Camillo, per riprogettare i giardini del Castello di Santena.
Il grande architetto, al Castello di Monticello, oltre a creare un magnifico giardino all’inglese, progettò tre viali paralleli per giungere al maniero, che percorribili ancora oggi,  circondano la collina e sono sfalsati di una ventina di metri. Il più breve parte dal cancello di Via Castello, quello intermedio, detto “viale dei tigli”, collega l’ingresso di Via Castello con quello di Piazza San Ponzio, mentre il terzo è detto “del pinnacolo” per la presenza di una piccola capanna circolare di legno, coperta con la paglia del Tanaro, oggi scomparsa. La nobile famiglia sta progettando di sostituirla con una serra vittoriana che verrà utilizzata come sala da tè.
Xavier Kurten aveva progettato anche un laghetto per la raccolta delle acque piovane, realizzato soltanto nel 2013; ampio 300 metri quadri, è alimentato dall’acqua proveniente dalle grondaie del castello. Oggi il giardino è un’oasi di pace, dove il visitatore passeggia serenamente tra cedri del Libano, carpini, ulivi, palme, tigli, tassi e pini.

 

IL CASTELLO OGGI

Il Castello di Monticello d’Alba ha il grande vantaggio di appartenere da secoli alla stessa nobile famiglia, i cui esponenti lo hanno fatto giungere ai giorni nostri in perfette condizioni e, come fanno altri aristocratici con i loro manieri, continuano a prendersene cura al fine di preservarlo per le generazioni future.

Nelle sue sale sono passati illustri personaggi, come il principe Umberto di Savoia nel 1928.
Oggi il castello si sviluppa su tre piani ed è sovrastato da un passaggio di ronda munito di merlature ghibelline e caditoie. Vanta una particolarità architettonica: ha infatti tre torri, una quadrata, una rotonda ed una ottagona. Aperto alle visite in molti periodi dell’anno, ospita un eccellente ristorante: la Foresteria dei Conti Roero. Il locale offre una selezione di piatti della tradizione piemontese, interpretati in modo attuale ed arricchiti con l’utilizzo esclusivo delle migliori materie prime “a chilometro zero”. Sono inoltre presenti otto suites arredate con mobili presi dal castello e dotate dei migliori confort. Un luogo ideale per degustare piatti prelibati in un posto intriso di storia, dotato di una vista impagabile e per soggiornare, utilizzando l’albergo come base per visitare le Langhe ed il Roero, luoghi magnifici, iscritti nel 2014 dall’Unesco nella lista del Patrimoni dell’Umanità. In autunno le colline regalano uno spettacolo di colori imperdibile.

 

LA FAMIGLIA ROERO DI MONTICELLO

La nobile famiglia è oggi composta dal conte Aimone, sposato con Elisa, proveniente dalla famiglia dei conti Ricardi, signori di Netro e Groscavallo, un’importante famiglia aristocratica piemontese originaria del biellese che tra suoi esponenti vanta condottieri ed alti prelati, tra i quali monsignor Alessandro Ottaviano, che fu arcivescovo di Torino dal 1867 al 1870 e celebrò nel 1868 le nozze tra il futuro Umberto I e la futura regina Margherita. Aimone ed Elisa hanno tre figlie: le contesse Lucrezia (21 anni), Domitilla (16 anni) e Clotilde (7 anni).
La famiglia vive a Torino, ma trascorre nel castello i week-end, le vacanze di Natale e molte settimane durante l’estate. La scorsa primavera, a causa del Covid, il castello non ha potuto aprire al pubblico ed allora il conte Aimone ha avuto una splendida idea: quella di registrare brevi video attraverso i quali sua figlia minore, la contessina Clotilde mostrava alcuni oggetti curiosi del castello, la cui funzione era spiegata dal padre. I video, pubblicati sulla pagina Facebook del maniero, hanno riscosso un grandissimo successo, diventando virali e due importanti quotidiani hanno dedicato ampi articoli a questa iniziativa. Grazie a questi filmati è stato fatto conoscere il piccolo “teatro della frutta”, così chiamato perché costruito dove veniva conservata la frutta in autunno: un po’ di anni fa Aimone, rimasto meravigliato da un documentario sui palazzi del Centro Italia, i quali hanno piccoli teatri privati e da una residenza che si vantava di avere il teatro più piccolo del mondo, ha voluto avere nel suo castello la sala più piccola del mondo. È stato così creato questo teatrino, il quale, in una stanza di 25 metri quadrati, ha due palchi e può contenere fino a 25 persone e 30 bambini. È usato per piccole recite.
Tra le altre meraviglie mostrate nei filmati, le livree rosse e bianche ancora oggi indossate dai domestici in occasione di eventi importanti ed il servizio da rosolio, un liquore nato nel XVI secolo dall’infusione dei petali di rosa nell’alcol, che ha avuto un grande successo nell’Ottocento in Piemonte, Campania e Sicilia. Tra le bizzarrie, un’auto costruita negli anni ‘60 dal padre di Aimone per sua mamma, che sofferente di cuore non riusciva più a fare le passeggiate nel parco. Le sospensioni anteriori sono due sterzi di lambretta, il volante è di una Fiat 500 ed il sedile è un vecchio dondolo.

Dal riordino dell’archivio è venuta alla luce una collezione di bastoni da passeggio e frustini da cavallo; su ogni pezzo è segnato il nome del proprietario, una pipa da oppio lunga quasi un metro, certamente ricordo del grand tour fatto da un giovane esponente del casato ed il “prete”, una struttura in legno che conteneva un braciere e che era l’antenato dello scaldaletto.

Aimone e Clotilde hanno mostrato strumenti veramente particolari come la ghiacciaia di inizio Novecento che funziona come la stufa, ma al contrario: sulla parte sinistra si mette una barra di ghiaccio che sciogliendosi raffredda la ghiacciaia. In basso c’è un piccolo rubinetto che permette di raccogliere l’acqua formatasi dallo scioglimento del ghiaccio, mentre sul lato destro si conserva il cibo. Curioso è il campanile ritratto in un quadro che raffigura un paesaggio montano, con incorporato un vero orologio con meccanismo settecentesco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

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