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La storia dell’araldica, un’arte antica che affascina ancora oggi

L’araldica è una scienza nata nel Medioevo e che da secoli, anche grazie alla bravura dei maestri che hanno creato magnifici stemmi, affascina la popolazione del mondo intero. Oggi quest’arte è divisa in due rami: quella che si occupa della descrizione degli stemmi è definita arte del blasone, mentre si chiama araldica in senso stretto lo studio delle genealogie delle famiglie aristocratiche e dei loro titoli nobiliari.

 

LA NASCITA

L’araldica è nata nel Medioevo con i tornei cavallereschi, durante i quali un personaggio, chiamato araldo, doveva indentificare il cavaliere di turno, irriconoscibile a causa dell’armatura. Grazie all’insegna dipinta sullo scudo del cavaliere e ricamata sulla sua sopravveste e sulla gualdrappa del suo cavallo, l’araldo poteva annunciare al pubblico nome, titolo e dignità del nobile. Grazie ai tornei, gli stemmi, si diffusero a tutta la nobiltà feudale e gli araldi dovettero codificare regole precise per il loro uso. Vennero definiti la composizione dello scudo, le sue partizioni, le figure e la loro disposizione sul campo, gli smalti e gli ornamenti esteriori. Nacque così una nuova scienza: l’araldica. Il primo trattato del blasone apparve in Francia verso il 1180 sotto il regno di Filippo Augusto. Fino al 1260 gli stemmi non erano delle persone che li portavano, ma erano associati ai loro domini

Un’altra tesi afferma che sia nata durante le Crociate, quando i cavalieri cristiani imitavano l’usanza islamica che prevedeva la distinzione di combattenti in base ad emblemi, colori e disegni simbolici applicati sugli abiti e sulle bardature dei cavalli, sugli scudi e sugli stendardi. L’usanza si sarebbe poi diffusa in tutto l’occidente.

 

L’ARALDICA IN AMBITO CIVILE

L’araldica si diffuse in ambito civile tra il XII ed il XIV secolo, quanto gli stemmi vennero utilizzati dai comuni e dalle signorie italiane. Alcuni furono conferiti da sovrani o dai governi delle città, come Firenze, che nel 1332 conferì a Fiorenzuola uno stemma composto da un giglio e da una croce dimezzati, simboli del capoluogo e del popolo. Piano piano ogni quartiere si dotò di un gonfalone sul quale erano rappresentate alcune figure emblematiche del luogo, come monumenti romani, personaggi o animali. Molto spesso il nome della località era rappresentato da un animale o una pianta, come l’aquila per Aquileia ed il rovere per Rovereto. Successivamente sugli stemmi comunali si aggiunsero simboli per indicare l’alleanza o la soggezione ad altre città, come le chiavi, che rappresentavano lo Stato Pontificio, il biscione, riferimento al Ducato dei Visconti ed il Leone che rappresentava la Serenissima. Grande importanza la rivestivano i colori: nelle città toscane e lombarde sugli stemmi delle porte e delle contrade veniva usato il bianco per rappresentare il popolo ed il rosso per i nobili; la croce d’argento in campo rosso indicava le città di parte ghibellina e quella rossa su campo d’argento le città di parte guelfa. Alla fine del Medioevo l’intera società europea faceva uso degli stemmi.

 

L’ARALDICA IN AMBITO ECCLESIASTICO

Gli enti ecclesiastici possedevano i loro simboli religiosi già prima della nascita dell’araldica, tuttavia, tra il XII ed il XII secolo questi vennero inseriti in uno scudo, acquisirono forme e colori araldici e furono associati ad altri simboli. In questo ambito veniva spesso utilizzato lo stemma di famiglia, affiancato da quello dell’Ordine di appartenenza. Le famiglie imparentate con i papi aggiunsero al proprio stemma quello del relativo pontefice. Nei loro palazzi dedicarono al Papa un salone riccamente arredato e caratterizzato dalla presenza di un trono, sul quale poteva sedere solo il Pontefici quando era in visita nell’edificio; per evitare che altri si sedessero, il trono era, ed è ancora oggi, rivolto verso il muro. Questo è osservabile a Palazzo Colonna, magnifico edificio ancora oggi di proprietà della Famiglia Colonna, la quale nella storia ha avuto un Papa: Martino V, che ha regnato dal 1417 al 1431. I religiosi non nobili e che quindi non avevano emblemi, ne facevano creare di nuovi, utilizzando simboli sacri come la corona di spine ed i chiodi della passione.

 

L’ARALDICA E L’ARTE

Nel Rinascimento gli stemmi diventarono opere d’arte; tipografi, pittori e scultori e architetti li rappresentarono nei libri e nei quadri, sulle fontane, nelle chiese, sulle facciate e nelle stanze dei palazzi nobiliari. Il simbolo araldico rappresentava la proprietà di un immobile. Ogni castello in Italia, ma anche in Europa è decorato con gli stemmi delle famiglie che lo hanno abitato e sovente c’è una stanza degli stemmi, dove i blasoni del casato proprietario sono affiancati a quelli delle famiglie con cui si è imparentato. In Piemonte un classico esempio è il Castello di Masino, dove il soffitto del seicentesco Salone degli Stemmi è decorato dal blasone dei Valperga, casato che lo ha posseduto per ben dieci secoli e nella parte bassa del soffitto si osserva una sequenza di scudi con gli stemmi intrecciati dei Valperga e delle altre famiglie nobiliari con le quali si sono imparentanti. Anche il Castello di Collegno ha un grande Salone degli Stemmi, dove oltre ai blasoni delle famiglie che si sono unite in matrimonio con i Provana di Collegno, spicca un’aquila bianca armata d’oro. Questa è una concessione di re Sigismondo II di Polonia, il quale nel 1557 concesse a Prospero Provana di inserirla nello stemma famigliare. Il nobile fu il primo direttore del servizio postale reale polacco che congiungeva Cracovia a Venezia.

Addirittura la cucina fu influenzata dall’araldica: in occasione di nozze e ricevimenti di personalità illustri, sui piatti erano rappresentati i simboli delle relative famiglie. Quest’usanza si tramanda ancora oggi nelle famiglie reali e nobiliari. Nel 2004, in occasione delle nozze di John Elkann e Lavinia Borromeo, la torta nunziale, pur non riportando stemmi, aveva la forma di due emblemi delle famiglie: il Palazzo del Lingotto per gli Agnelli e l’unicorno per i Borromeo.

 

L’ARALDICA NELLA REPUBBLICA ITALIANA

La Rivoluzione Francese segnò una brutta battuta d’arresto per nobili e relativi stemmi, ma l’araldica tornò a diffondersi dopo il Congresso di Vienna. Nel 1869 in Italia venne istituita la Consulta Araldica, un organo consultivo del re in merito ai titoli nobiliari ed alle nuove concessioni. Con l’avvento della repubblica, la nobiltà non è più stata riconosciuta in Italia, ma i suoi esponenti possono usare i relativi titoli e se questi sono anteriori al 1922, i predicati ad essi annessi, fanno parte del nome. Gli organi che si occupano di araldica oggi sono due: l’Ufficio Araldico presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il quale si occupa degli stemmi relativi ad istituzioni civili e militari ed il Corpo della Nobiltà Italiana, costituito a Torino nel 1958 da alcuni studiosi italiani di storia, diritto, araldica e genealogia. Ha il compito di accertare e di difendere i diritti storici di chi detiene un titolo nobiliare. In base al Regio Decreto n. 651 del 7 giugno 1943 in Italia i titoli sono i seguenti, elencati in ordine decrescente: principe, duca, marchese, conte, visconte, barone, nobile, signore, cavaliere ereditario, patrizio e nobile di determinate città. Questi due ultimi titoli non potevano essere più concessi, ma soltanto riconosciuti agli aventi diritto se derivanti da antiche concessioni.

Pur vivendo in una repubblica, la popolazione italiana rimane ancora molto legata ed affasciata dalle famiglie nobili e dai loro stemmi e castelli. Nel Nord Italia ogni primavera rivive un’antica tradizione: quella del “Ballo dei 100 e non più 100”, evento nato nel Piemonte risorgimentale, quando a Casale Monferrato, a metà quaresima, veniva organizzato un grande ballo al quale partecipavano non più di 100 nobili e non più di 99 borghesi. Oggi la tradizione è portata avanti dalla contessa Loredana degli Uberti e si tiene oggi nella splendida cornice di Palazzo Gozzani Treville e vede la partecipazione di aristocratici provenienti da tutto il mondo.

 

UN GRANDE MAESTRO DELL’ARALDICA

L’arte araldica comporta ancora oggi la presenza di grandi maestri, che con la loro abilità creano meravigliosi stemmi. Uno di questi è il maestro pavese Marco Pilla, classe 1981, il quale, appresa dal nonno l’arte della manipolazione dei metalli, ha creato stemmi per nobili e religiosi e collabora con l’Archivio Storico Araldico Italiano. È docente presso il Dipartimento Patrimonio Storico della Federiciana Università Popolare e realizza stemmi per persone interessate a perpetuare la cultura e la storia della propria famiglia.  Recentemente ha donato al vescovo di Pavia un blasone in metallo con il suo stemma, un’opera in ferro dipinta a mano di oltre un metro di altezza e circa 80 cm di larghezza. In esso sono rappresentante le foglie di ulivo, in ricordo di Santa Maria di Bacezza in Chiavari, parrocchia nella quale il monsignore ha celebrato la sua prima messa, il fondo azzurro per la devozione a Maria, i pani e i pesci che richiamano alla figura di San Siro ed un calice sormontato dall’ostia. L’ultimo lavoro di questo grande maestro è lo stemma realizzato per Papa Francesco, un dono che Marco Pialla ha deciso di fare al Pontefice come segno di rispetto e devozione. Presenta uno scudo azzurro che simboleggia le virtù più elevate, in alto mostra l’emblema araldico della Compagnia di Gesù, caricato dalle lettere Ihs, il monogramma di Cristo. In basso a sinistra si trova una stella a otto punte d’oro che simboleggia la Vergine Maria ed a destra c’è un fiore di nardo d’oro che simboleggia San Giuseppe. Verrà consegnato al Papa nei prossimi mesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali

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