La storia di Dolceacqua, il paese dei Doria

Dolceacqua, il cui nome deriva dal latino “villa dulciaca”, è un magnifico paesino medievale immerso nel verde della Val Nervia ed attraversato dal torrente omonimo. Posto alle pendici del Monte Rebuffao ed incastonato tra la Provenza ed il Mar Ligure, lungo le vie del sale, è diviso in due parti: quella più antica è dominata dalle rovine del castello ed è chiamata Téra nel dialetto locale. Si sviluppa a gironi concentrici attorno alla rocca, collegati fra loro da ripide rampe. Quella più moderna, chiamata il Borgo, risale alla metà del Quattrocento e si allunga sulla riva opposta del fiume, ai lati della strada che sale la valle. Il trait d’union tra le due zone è il Ponte Vecchio ad arco unico in stile romanico, costruito nel XV secolo. Il paese, famoso per il suo vino Rossese, è stato visitato da illustri personalità, tra le quali il pittore Claude Monet, che vi soggiornò nel 1884, realizzando un magnifico quadro che ritrae il ponte ed il castello. Questa magnifica opera nel 2019 è rimasta esposta per qualche mese nel maniero. Il paese ha legato il suo destino a quello di una delle famiglie nobili più importanti d’Europa: i Doria.
In questo articolo vi spiego il loro storico legame con Dolceacqua.

I DORIA

I Doria sono un’antica e nobile famiglia che partire dal XII secolo legò il suo destino a quello della Repubblica di Genova. Dal XIV secolo rivaleggiò per importanza con altre importanti casate feudali: gli Spinola, ghibellini come loro, i Fieschi ed i Grimaldi, tutte due guelfe. La famiglia vanta cardinali, vescovi, arcivescovi e sei dogi della Repubblica di Genova. I Doria discenderebbero da Arduino di Narbona, un lontano parente del marchese di Torino Arduino III; egli partecipò come pellegrino alla Prima Crociata; al ritorno, passando da Genova si ammalò gravemente e fu ospitato in casa di una vedova della nobile famiglia Della Volta, venne curato e si innamorò di una delle sue due figlie, Orietta, detta Oria: I loro quattro figli furono popolarmente chiamati i figli “d’Oria“, da questo nacque il cognome Doria. I loro discendenti fin dalle origini furono protagonisti di primo piano della vita del Comune di Genova e la loro attività si orientò verso due obiettivi: partecipare alla vita politica della città ed acquistare domini feudali su aree spesso da lei indipendenti. Questi feudi, inizialmente nel ponente ligure, poi in Piemonte meridionale e in Sardegna, furono soggetti solo ai Doria stessi. Cruciale fu la figura di Pietro Doria (1233-1278), discendente diretto di Arduino e Oria. Egli fu armatore, finanziere, e mercante ed ebbe due illustri figli: Lamba e Oberto. Il primo fu il più abile ammiraglio genovese, vinse i veneziani nella Battaglia di Curzola del 1298 e tra i suoi prigionieri vi fu Marco Polo, che durante la sua detenzione dettò “il Milione”. Egli era l’antenato del celebre ammiraglio Andrea Doria ed il capostipite dei rami dei marchesi Doria Colonna e Doria Lamba. Un suo discendente, il marchese Leone Doria Lamba, è proprietario della Villa Il Torrione a Pinerolo, in Provincia di Torino.
Oberto, fratello di Lamba, dal 1270 al 1285 fu diarca di Genova insieme a Oberto Spinola e ricoprì la carica di capitano del popolo. Per preservare l’integrità della repubblica genovese combatté i Fieschi, che nel Levante ligure cercavano d’instaurare una propria signoria ed i Grimaldi, che avevano usurpato terre genovesi nel Ponente. Egli nel 1263 acquistò dal vescovo di Albenga la Contea di Loano e la trasmise in seguito al figlio Corrado I, nato dall’unione con Niccolosia di Barbaba Cybò; questo territorio rimase di proprietà dei suoi discendenti fino al 1505, quando fu ceduto ai Fieschi, ma dopo la congiura di questi ultimi, fu assegnato ad Andrea Doria dall’imperatore Carlo V. Rimase quindi di proprietà dei suoi eredi, i principi di Melfi, fino all’abolizione della feudalità nel 1797. Furono legati ad altri rami della famiglia Doria il Marchesato, poi Principato di Torriglia, esistito dal 1547 al 1797 e la Signoria, poi Principato di Oneglia, esistito dal 1298 al 1576.

I DORIA A DOLCEACQUA

Fu proprio Oberto a ricoprire la carica di primo signore di Dolceacqua: egli acquistò il feudo dal conte di Ventimiglia nel 1267. Da quell’anno tra il paese e i Doria si instaurò un forte legame, che terminò soltanto nel 1907 con la morte dell’ultimo marchese.

Alla morte di Oberto nel 1306 il feudo passò al figlio Andreolo, avuto da Niccolosia di Barbaba Cybò, il quale diede origine al ramo dei Doria di Dolceacqua, i cui esponenti contrassero spesso matrimonio con donne provenienti dei vari rami della famiglia Grimaldi, per cercare di portare pace tra i due casati, continuamente in guerra tra loro.
A Dolceacqua è legato il celebre ammiraglio Andrea Doria: egli nacque nella vicina Oneglia il 30 novembre 1466 ed era figlio di Ceva II, feudatario di quel paese e di Caracosa Doria, a sua volta figlia di Enrichetto, signore di Dolceacqua dal 1421 al 1459. In particolare, Enrichetto I ebbe tre figli, tra questi: Bartolomeo I e Caracosa. Quest’ultima da Ceva Doria di Oneglia ebbe quattro figli, tra i quali il primogenito Andrea, diventato il più illustre ammiraglio italiano di ogni tempo.
Bartolomeo succedette al padre sul trono di Dolceacqua e dalla prima moglie Argenta Doria ebbe Luca, il monarca che regnò dal 1491 al 1500 e cercò di riappacificarsi con i Grimaldi impalmando Francesca, figlia di Lamberto, signore di Monaco dal 1458 al 1494. Lamberto fu colui che adottò per primo il motto della famiglia GrimaldiDeo iuvante (Con l’aiuto di Dio). Bartolomeo II, figlio di Luca I e Francesca Grimaldi nel 1523 fece uccidere lo zio materno Luciano I di Monaco con il probabile aiuto dell’ammiraglio Andrea Doria. La vittima, il cui corpo venne trascinato lungo le scale del palazzo principesco e mostrato all’incredula folla, qualche anno prima, precisamente nella notte tra il 10 e l’11 ottobre 1505, aveva accoltellato a morte il fratello maggiore Giovanni II. In seguito all’assassinio di Luciano, il trono monegasco passò al figlio Onorato I, di appena nove mesi, sotto la reggenza dello zio Agostino, vescovo di Grasse, il quale per vendetta assediò Dolceacqua. Il paese fu liberato solo nel 1527 grazie ad Andrea Doria.

Bartolomeo II nel 1526 cedette al duca Carlo II di Savoia i diritti sul feudo, diventando vassallo del sovrano. Suo figlio Stefano fu fedele alleato del duca Emanuele Filiberto, detto “Testa di ferro” e nel 1565 fece ingrandire ed affrescare il Castello di Dolceacqua. Dal sovrano sabaudo ricevette in dono il feudo di Rocchetta, creò una piccola corte molto ben organizzata e trattò per conto del duca l’acquisto di Oneglia e dei paesi della Valle Impero, perfezionando l’atto nel 1576. L’alleanza tra sabaudi e Doria di Dolceacqua durò fino al 1625, quando questi ultimi appoggiarono la Repubblica di Genova, in contrasto con il Ducato di Savoia. Il territorio fu quindi occupato nel 1643 dai sabaudi e tornò nelle mani dei Doria nel 1652 con Francesco, il quale al contrario del padre Carlo, si sottomise ai Savoia, ottenendo in cambio il titolo di marchese di Dolceacqua da parte del duca Carlo Emanuele II. Francesco lo stesso anno sposò Lucrezia Dal Pozzo, figlia di Francesco Michelangelo, secondo conte di Reano e Neive e di Diana di Saluzzo. Lucrezia proveniva da una nobile famiglia tra le più importanti d’Europa, che custodiva un grande patrimonio artistico: i celebri dipinti appartenenti al ciclo pittorico di Pietrafitta, una delle testimonianze più importanti dell’arte tardo-rinascimentale toscana. I quadri oggi si possono ammirare al Museo della Cappella della Madonna della Pietà di Reano. Dolceacqua fu teatro degli scontri durante la Guerra di Successione Austriaca, conflitto combattuto dal 1740 al 1748 ed il castello fu parzialmente distrutto dalle truppe franco-spagnole il 27 luglio 1744. Con la distruzione del maniero i Doria si trasferirono nel cinquecentesco palazzo ubicato vicino alla chiesa parrocchiale, dove nel 1794 Giovanni Battista Doria insieme alla consorte Teresa Maria Bonarrota ricevette Napoleone e il generale francese Andrea Massena, principe di Essling e duca di Rivoli. Il marchese, nonostante abbia fatto scoprire a Bonaparte il suo celebre vino Rossese, venne dichiarato decaduto dei diritti feudali e le sue terre vennero annesse alla Repubblica Democratica Ligure il 14 luglio 1797.
L’ultimo marchese di Dolceacqua fu Oberto Doria. Egli lasciò con testamento la sua biblioteca al Comune di Camporosso e si spense ad Albenga nel 1907. Dalla consorte Marina dei Conti Vicari ebbe una figlia, Maria Lucrezia, che andrò in sposa a don Francesco Saverio Caracciolo dei duchi di Vietri e Casamassima, primo principe Caracciolo di Vietri.
Nel 2018 per ricordare la pace portata nel 1491 dalle nozze tra Luca Doria e Francesca Grimaldi, il Comune ha concesso la cittadinanza onoraria al principe Alberto II di Monaco. Il sovrano visita spesso il paese, collaborando proficuamente con le autorità cittadine.

IL CASTELLO

L’antico maniero venne citato per la prima volta in un atto nel 1177, quando era di proprietà dei conti di Ventimiglia, nobile famiglia che lo fece edificare nell’XI secolo. Con quel documento il conte Otto III donò Dolceacqua a Genova in cambio dell’investitura. Nel 1187 il suo successore Enrico I venne assediato dai cittadini di Ventimiglia ed il maniero venne incendiato. Il castello è ubicato in un punto strategico, all’imbocco della Val Roia da un lato e della media e alta Val Nervia dall’altro, lungo la strada del sale. In origine era composto da una torre circolare, tuttora esistente al centro del complesso e da un edificio minore dove risiedeva l’ufficio di guardia. Acquistato nel 1267 da Oberto Doria, fu assediato nel 1319 e nel 1329 per volere di re Roberto d’Angiò, il quale riuscì a sottomettere i Doria. L’edificio fu ampliato nel XVI per volere di Stefano, figlio di Bartolomeo II. Il castello fu nuovamente teatro di scontri nel 1744, durante la Guerra di Successione Austriaca e venne parzialmente distrutto il 27 luglio dello stesso anno dalle truppe franco-spagnole. Fu ulteriormente danneggiato dal terremoto del 27 febbraio 1887. Dal 1942 è di proprietà del Comune.

 

Autore articolo e foto: Andrea Carnino, laureato in Economia Aziendale, giornalista e studioso di Case Reali.

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