La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese. Parte Quinta

Presentiamo ai nostri lettori la quinta parte di uno studio di Marco Mostarda intitolato “La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese” e dedicato all’evoluzione degli ordinamenti tattici e della relativa segnaletica navale che porteranno alla formalizzazione, coronata approssimativamente all’epoca della Battaglia di Lowestoft del 1665, della linea di fila: formazione che, come noto, dominerà poi incontrastata l’età della vela della guerra sul mare sino alle innovazioni introdotte, a partire dalla fine del XVIII secolo, dal pensiero di nuove generazioni di tattici brillanti incarnate da personalità come Rodney, Howe ed infine Nelson. Ringraziamo l’autore per avercene dato la possibilità. Clicca per leggere la quarta parte

I risultati di quella che dovette essere una graduale evoluzione non priva di ripensamenti possono purtroppo essere soltanto dedotti dall’oscurità delle fonti coeve: osservazione a maggior ragione valida nel caso della battaglia del Gabbard – solitamente considerata come il battesimo del fuoco della linea di fila propriamente detta – il cui andamento può essere dedotto solo con estrema difficoltà dal carattere confuso e contraddittorio delle fonti coeve. [59] Il 2 giugno (O.S.) 1653 la flotta di Tromp, lasciati i propri porti per dare battaglia, venne avvistata da quella inglese dei Generals at Sea Monck e Deane – con William Penn e John Lawson [60] al comando, rispettivamente, del White e del Blue Squadron – all’altezza del banco noto come Gabbard (o Gabart) Shoal, al largo dell’estuario del Tamigi. Blake, gravemente ferito nella battaglia di Portland ed in pessime condizioni di salute, era stato costretto a terra ed avrebbe raggiunto la flotta soltanto nella notte fra il 2 ed il 3 giugno con ulteriori 18 vele; ripresi gli scontri dopo la tregua notturna la flotta inglese ne emerse chiaramente vincitrice, avendo affondato o distrutto otto legni olandesi e catturatine undici. [61] Gli inglesi, per contro, non avevano perso alcuna unità, sebbene si accusassero pesanti perdite fra gli equipaggi ammontanti a 126 morti e 236 feriti; [62] fra i caduti il General at Sea Deane, ucciso da una palla di cannone nelle primissime fasi della battaglia. Si trattava di un successo la cui magnitudine offuscava i precedenti risultati conseguiti dalla marina del Commonwealth e che i contemporanei non ebbero dubbi nell’ascrivere al miglior ordine con cui la flotta aveva manovrato; Richard Lyons, capitano di bandiera di Deane e Monck a bordo della Resolution, il 4 giugno scrisse ad esempio al presidente del Consiglio di Stato che “la nostra flotta manovrò in ordine migliore rispetto a quanto sinora fatto e [le navi] si assistettero l’un l’altra; la qual cosa sono persuaso che, per merito della Divina Provvidenza, instillò il terrore nei nostri nemici”. [63] La lettera di Lyons purtroppo non offre ulteriori delucidazioni su cosa debba intendersi con quel “better order”, se un nuovo modulo tattico oppure quella pronta obbedienza agli ordini e precisione nell’esecuzione delle manovre che erano mancate a Portland, ed a cui i Generals at Sea si erano proposti di rimediare proprio con le istruzioni del 29 marzo. Pure l’osservazione sul fatto che le singole navi si fossero assistite l’un l’altra – uno dei vantaggi cruciali della linea di fila rispetto a quella di fronte – e che la cosa avesse prodotto grande terrore nel nemico, come in chi si trovi di fronte ad una disposizione tattica mai prima osservata, ci offre un paio di utili indizi sul fatto che gli inglesi al Gabbard avessero vinto sperimentando davvero una nuova disposizione, non in virtù di un mero rafforzamento della disciplina di bordo. La testimonianza più decisiva al riguardo dell’adozione della line ahead da parte inglese ci viene tuttavia da una curiosa lettera – reperita fra le carte di John Thurloe [64] – scritta da quella che parrebbe essere una spia realista nell’Inghilterra cromwelliana ed indirizzata a Lord Wentworth, allora in esilio a Copenhagen. [65] Secondo l’anonimo redattore “[gli inglesi] scoprirono la flotta olandese presso il banco di Dunkerque e quando le si avvicinarono seguitarono ad effettuare una bordata, avendo il favore del vento, per circa mezz’ora alla distanza di due tiri di cannone, di modo da disporsi nell’ordine col quale intendevano combattere; tale ordine era in linea di fila alla distanza di mezzo tiro di cannone, da cui bersagliarono furiosamente gli olandesi per tutto il giorno, il successo di detta azione consistendo nell’affondamento di due navi olandesi”. [66] Stando alle parole dell’informatore, pertanto, gli inglesi non caricano attraverso la formazione nemica, ma le si avvicinano effettuando una bordata sopravvento al nemico; dettaglio interessante, dal momento che già di per sé suggerisce l’adozione della line ahead anticipando quel che diverrà un punto fermo delle posteriori tattiche lineari, ovvero la formazione della linea di fila navigando di bolina [67] (close-hauled sailing). Quindi, formata la linea, essi serrano le distanze da due a mezzo tiro di cannone – manovra che dovette risultare ben più lunga e laboriosa della formazione della linea stessa – impegnando il nemico con un tiro intensissimo che sfrutta ora appieno il fuoco di bordata. La prima conseguenza di una simile condotta dovette essere il vanificare ogni residua speranza olandese di mettere in pratica le predilette tattiche di abbordaggio: in uno scontro fra due squadre in linea di fronte che si caricavano a vicenda poteva ancora accadere che un’unità rimanesse isolata nella mischia e rischiasse pertanto di essere sopraffatta da una locale concentrazione di forze nemiche. Queste potevano serrare sul vascello sia da dritta che da sinistra, ma soprattutto potevano mettere in pratica la paventata evenienza di tagliarne la rotta od intersecarne la scia prendendolo d’infilata col proprio fuoco di bordata; in tal caso lo scafo poteva essere sfondato per quasi tutta la lunghezza a partire dai punti di minima resistenza, sia strutturale (si pensi alle ampie gallerie poppiere) sia perché incapaci di rispondere al fuoco dato l’esiguo numero di pezzi fissi in caccia e in ritirata. In questa circostanza le bordate degli attaccanti avevano ragionevoli speranze di creare grande scompiglio e falcidiare l’equipaggio nemico, così facilitando il susseguente abbordaggio. Con la linea di fila tutto ciò non è più possibile, giacché ogni vascello è preceduto e seguito da un altro vascello ed essi si appoggiano a vicenda, per echeggiare la testimonianza del capitano Richard Lyons; di conseguenza il tiro d’infilata, o l’impegnare il nemico lungo la murata opposta a quella da cui ha deciso di dare battaglia, possono essere praticati solo a costo di spezzare la linea nemica dopo essere sopravvissuti alla gragnuola dei proietti riversata dal fuoco di bordata concentrato. Non a caso un anonimo agente inglese scriveva da L’Aia, all’indomani della battaglia ed evidentemente riassumendo gli umori degli olandesi sconfitti, che lo scontro si era svolto “per la gran parte con l’artiglieria, dal momento che le navi di ciascuna parte erano giunte raramente alla distanza di un tiro di moschetto l’una dall’altra, poiché gli Inglesi, avendo il favore del vento oltre a più cannoni e di maggior potenza, avevano fatto uso di questi vantaggi sfruttando soltanto con l’artiglieria le debolezze degli olandesi”. [68] L’adozione della linea di fila imposta pertanto la battaglia sul puro scontro balistico, di fronte al quale gli olandesi di Tromp non possono che cedere battendo rinfusamente in ritirata dopo due giorni di scontri e perdite particolarmente pesanti.

Sulla base di queste testimonianze tutti i nostri dubbi sembrerebbero infine sciolti: indiscutibile l’adozione della linea di fila al Gabbard, altrettanto innegabile il farne risalire l’impiego alle Instructions del precedente 29 maggio, da considerarsi come il punto di inizio della plurisecolare storia di successo della line ahead. Il quadro, purtroppo, è ben lungi dal risultare così confortante; dopo il trionfale esordio del 2-3 giugno ogni menzione della line ahead torna infatti a scomparire per oltre un decennio. Inglesi e olandesi combatteranno un’ultima sanguinosa battaglia il 31 luglio (O.S.) presso Scheveningen, un altro trionfo per le armi inglesi al comando di Monck che costerà alle Province Unite non solo la perdita di forse 20 navi, [69] ma anche la ben più irreparabile morte dell’amatissimo ammiraglio Tromp, ferito a morte da un colpo di moschetto esploso da un tiratore a bordo della James da 66 cannoni, nave di bandiera dell’ammiraglio Penn. Di primo acchito si sarebbe indotti a pensare che un successo tanto netto potesse essere reso possibile solo dalla riproposizione delle tattiche innovative sperimentate al Gabbard; al contrario, le fonti dell’epoca abbondano di testimonianze che puntano in tutt’altra direzione, inducendo a concludere che in quell’occasione gli inglesi tornassero a “caricare” nel folto della formazione nemica secondo i vecchi moduli basati sulla linea di fronte. [70] Scrivendo il 2 agosto (O.S.) ai Commissari della Marina, Theophilus Sacheverell [71] testimonia che “circa mezz’ora dopo le sei del mattino ingaggiammo la loro intera flotta e caricammo attraverso di essa tagliando fuori molte delle loro navi; incendiarono tre o quattro dei loro brulotti ma (sia benedetto il nostro Dio) non ci arrecarono alcun danno. Dopo di ciò virammo di bordo in prua e caricammo attraverso di loro una seconda volta, e quindi una terza; la lotta continuò rovente e venne portata avanti con gran vigore da ambo le parti sino all’incirca le due del pomeriggio, allorché gli olandesi si allontanarono da noi spiegando al vento quante più vele potevano”. [72] Il reiterarsi delle cariche nel fitto dello schieramento nemico esclude ovviamente l’adozione della linea di fila, la cui superiorità insita nella potenza di fuoco (e nel mutuo sostegno fra i vascelli) poteva essere sfruttata solo a patto di condurre la formazione a serrare le distanze sul nemico parallelamente ad esso: manovra che, come già abbiamo avuto modo di sottolineare, richiedeva grande perizia e dispendio di tempo. Altrettanto eloquente riguardo alla dinamica dello scontro la testimonianza del capitano Joseph Cubitt [73] in una lettera a Blackborne, [74] sempre datata 2 agosto: “il giorno 31, essendo il tempo opportunamente sereno e con ambo le flotte, al mattino, in mare distanti l’una dall’altra, virammo di bordo in prua verso di loro e traversammo la loro intera flotta, lasciandone una parte da un lato ed una parte dall’altro; nel caricare attraverso i loro ranghi azzoppammo loro alcune navi e ne affondammo altre; appena li avemmo superati virammo nuovamente verso di loro e loro verso di noi, sfilando molto vicini l’uno all’altro; la nostra azione contro di loro fu davvero efficace e alcune delle loro navi che avevano avuti tutti gli alberi abbattuti ammainarono la bandiera nazionale arrendendosi e issarono un fazzoletto bianco in cima a un’asta ritraendo tutti i cannoni […] appena ci fummo oltrepassati a vicenda virammo sia noi che loro, gli olandesi avendo ancora il favore del vento e noi sempre serrando su di loro; [di nuovo] passammo molto vicini l’uno all’altro infliggendoci molti danni e stavolta tagliammo fuori una parte della loro flotta che non poté passarci a sopravvento e che pertanto su questo lato abbandonò a sé stessa il resto della flotta. Alcune delle loro navi furono affondate, mentre noi avemmo la Oak incendiata da uno dei loro brulotti. Virammo nuovamente verso di loro e loro verso di noi, e stavolta lo scontro si accese da ambo le parti ancor più disperato, combattendo quasi alla distanza di una picca”. [75] La dinamica dello scontro, come si può constatare, è quella in voga sin dal XVI secolo; le flotte, con le rispettive squadre schierate in linea di fronte, si danno battaglia slanciandosi una contro l’altra, le singole navi impegnate a sfilare di controbordo scaricandosi addosso probabilmente non più di una singola bordata ad ogni passaggio. L’impossibilità di concentrare il fuoco in linea di fila non impedisce agli inglesi di cogliere una grande vittoria, evidentemente ottenuta rompendo la coesione della formazione olandese. Per quanto il resoconto possa essere schematico e stereotipato, l’andamento generale ne risalta con sufficiente chiarezza: nel tentativo di conseguire il favore del vento sugli inglesi, l’ala più sopravvento della formazione olandese dovette finire per allargarsi eccessivamente, tal che il nemico, caricando nel mezzo dello schieramento, ebbe la possibilità di tagliare fuori l’altra ala olandese scaduta sottovento. Questa poi, trovandosi a dover risalire il vento per attaccare la formazione nemica, pare dalle testimonianze che vi rinunciasse, piantando in asso il resto della flotta il cui destino era a questo punto segnato: l’ala olandese superstite, avendo oramai guadagnato il favore del vento ma ora in netta inferiorità numerica, finì per essere trascinata contro l’intera flotta nemica e da questa irrimediabilmente schiacciata. Se tale veramente risultò essere la dinamica dello scontro non fu certo la prima, né l’ultima volta, che la capacità della flotta delle Province Unite di manovrare con efficacia come una singola forza combattente venne tradita dal fiero individualismo e dall’indisciplina dei singoli capitani, condannandola alla sconfitta. Ci troviamo così di fronte ad una grande vittoria – l’ultima – della linea di fronte; ma cosa avesse spinto Monck, peraltro in un’occasione in cui era solo al comando, [76] a scartare la linea di fila adottata con tanto successo appena due mesi prima non è dato sapere. I fatti sin qui esposti dovrebbero comunque fare giustizia dell’idea, avanzata da taluni, [77] che proprio al futuro duca di Albemarle vada ascritta l’introduzione della line ahead, giacché credo si convenga sull’assurdità di un comandante che si adoperi per l’adozione di un nuovo modulo tattico di sua invenzione, ne sperimenti lo straordinario successo in battaglia e si rifiuti di servirsene nel corso dello scontro successivo.

 

 

Autore articolo: Marco Mostarda

 

In copertina: Action between ships in the First Dutch War, 1652–1654 by Abraham Willaerts. Fonte foto: dalla rete

 

Marco Mostarda ha studiato Scienze Storiche presso l’Università di Trento e collabora col Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell’Università di Genova

 

NOTE:

 

[59] Già Leonard G. Carr Laughton osservava che “the evidence is incomplete, and is involved in a mass of unintelligible contradiction”; cfr. William Laird Clowes (ed.), The Royal Navy. A History from the Earliest Time to the Present. London: Sampson Low, Marston and Company, 1898, vol. II, p. 188. La sua descrizione del fatto d’arme suona come un esercizio di virtuoso scetticismo, soprattutto nel confutare l’attribuzione a William Penn del merito di aver introdotto la linea di fila.

[60] John Lawson (c. 1615-1665), esperto marinaio e capitano di un bastimento mercantile al momento dello scoppio della guerra civile, aveva offerto i propri servigi alle forze parlamentari. Politicamente e religiosamente un radicale vicino al movimento puritano dei Fifth Monarchists – tanto da essere brevemente imprigionato per ordine di Cromwell – nel 1660 fu ciò nondimeno strumentale nella restaurazione degli Stuart. Dopo essersi distinto nel corso della Prima guerra anglo-olandese, avrebbe preso parte nel 1665 alla battaglia di Lowestoft, risultando l’unico alto ufficiale britannico a perire in conseguenza delle ferite riportate.

[61] Grainger, Dictionary, p. 202.

[62] Clowes (ed.), The Royal Navy, vol. II, p. 191. Queste perdite, considerate allora pesanti, impallidiranno in confronto alle cifre mietute dalla Seconda guerra anglo-olandese, allorquando le perdite inglesi nella sola battaglia dei Quattro Giorni ascenderanno ad oltre il migliaio.

[63] R. Lyons to President of C.O.S., in Gardiner (ed.), Letters and Papers, vol. V, pp. 83-84: “But our fleet did work in better order than heretofore, and seconded one another; which I am persuaded by God’s providence was a terror to our enemies”.

[64] John Thurloe (1616-1668), segretario del Consiglio di Stato del Commowealth e dal 1657 elevato a membro dello stesso Consiglio, ebbe parte attiva nella Prima guerra anglo-olandese tirando le fila di una efficiente rete spionistica costituita a L’Aia, capitale del nemico. Dopo la restaurazione del 1660, e dopo essere stato brevemente imprigionato per tradimento in considerazione della sua opposizione al ritorno degli Stuart, si ritirò a vita privata, pur rimanendo dietro le quinte un influente consigliere del nuovo governo.

[65] Dovrebbe trattarsi di Thomas Wentworth, 5th Baron Wentworth (c. 1612-1665); costui aveva seguito il futuro Carlo II in esilio sul continente sin dal 1646 e, al momento della redazione della lettera, fungeva da ambasciatore realista presso la corte del re Federico III di Danimarca.

[66] A letter of intelligence etc., in A Collection of State Papers of John Thurloe. London: Fletcher Gyles, 1742, vol. 1, p. 277 ssg: “[…] they founde the Dutch fleete in the height of Dunkirkque, and when they approached them, they stayed upon a tacke (haveinge the winde) within twice cannon shott, about halfe an hour, to put themselves in theire order they intended to fight in; which was in file at halfe cannon shot, from whence they battered the Hollanders furiously all that day; the successe whereof was the sinkinge two Holland shipps”.

[67] La costituzione della linea di fila stringendo il vento rappresenterà nel corso del Settecento la formazione tattica preliminare presso le marine sia inglese che francese; cfr. Tunstall, Naval Warfare, p. 5.

[68] A Letter from The Hague, in Gardiner (ed.) Letters and Papers, vol. V, p. 100: “It was (for the most part) with the ordnance, the ships of either side coming seldom within musket shot of each other, for the English, having the wind and more and greater guns, made use of these advantages, playing on the Dutch only with their ordnance”.

[69] Grainger, Dictionary, p. 460.

[70] Non è chiaro su quali basi N. A. M. Rodger possa affermare che a Scheveningen gli inglesi combatterono “again in line”, evidentemente in riferimento al Gabbard e quindi intendendo l’adozione della linea di fila; cfr. Id., The Command, p. 18.

[71] Riguardo a Theophilus Sacheverell, testimone oculare della battaglia, ho potuto rintracciare soltanto una menzione nel MS 32,094 del British Museum, contenente parte delle carte di sir William Coventry (c. 1628-1686), segretario personale del Duca di York dal 1660 e commissario della Marina dal 1661. Al f1 è conservato un certificato rilasciato dagli ufficiali dell’arsenale di Portsmouth in favore di Sacheverell in cui questi viene nominato, in data 14 Luglio (O.S.) 1660, tesoriere a bordo del vascello Monk.

[72] Sacheverell to N. S., in Gardiner (ed.), Letters and Papers, vol. V, pp. 371-72: “[…] about half an hour after six in the morning we engaged their whole fleet and charged through them and cut off many of their ships; they fired three or four of their fireships, but, (blessed be our God), they did us no hurt. After that we tacked about again and charged through them a second time, and then a third time; the fight continued very hot and was prosecuted with much vigour on both sides till about two in the afternoon, and then the Hollanders stood away from us with all the sails they could make”.

[73] Al comando del 32 cannoni Tulip.

[74] Robert Blackborne (c. 1620-1701), segretario dell’Ammiragliato e commissario della Marina dal 1652 al 1660.

[75] Cubitt to Blackborne, in Gardiner (ed.), Letters and Papers, vol. V, pp. 367-68: “the 31st the weather being seasonably fair, in the morning both standing off to sea, we tacked upon them and went through their whole fleet, leaving part of one side and part on the other side of us; in passing through we lamed them several ships and sunk some; as soon as we had passed them we tacked again upon them and they on us, passed by each other very near; we did very good execution on him, some of their ships which had all their masts gone struck their colours and put out a white handkerchief on a staff and hauled in all their guns […] As soon as we had passed each other both tacked, the Hollander having still the wind and we keeping close by; we passed each very near one another and did very great execution upon each other. We cut off this bout some of his fleet which could not weather us and therefore forsook him on this board; some of them were sunk and we had the Oak fired by one of their branders. We tacked again upon them and they upon us and this bout was most desperately fought by either almost at push of pike”.

[76] Deane, come ricordato, era morto al Gabbard due mesi prima; Blake era nuovamente costretto a terra dalle sue pessime condizioni di salute; Penn e Mountagu non sarebbero stati nominati Generals at Sea che, rispettivamente, nel Dicembre del 1653 e nel Gennaio del 1656.

[77] Rodger, The Command, p. 16; Tunstall, Naval Warfare, p. 19.

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