La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese. Parte Terza

Presentiamo ai nostri lettori la terza parte di uno studio di Marco Mostarda intitolato “La tattica navale dalla Campagna del 1588 alla Seconda Guerra Anglo-Olandese” e dedicato all’evoluzione degli ordinamenti tattici e della relativa segnaletica navale che porteranno alla formalizzazione, coronata approssimativamente all’epoca della Battaglia di Lowestoft del 1665, della linea di fila: formazione che, come noto, dominerà poi incontrastata l’età della vela della guerra sul mare sino alle innovazioni introdotte, a partire dalla fine del XVIII secolo, dal pensiero di nuove generazioni di tattici brillanti incarnate da personalità come Rodney, Howe ed infine Nelson. Ringraziamo l’autore per avercene dato la possibilità. Clicca per leggere la seconda parte.

Come si presentasse l’ordinamento tattico della flotta inglese allo scoppio delle ostilità nel 1652 è per necessità materia di un certo numero di congetture, specialmente dopo il periodo caotico rappresentato dalla guerra civile; né possono soccorrerci argomenti tratti dall’architettura navale in un’epoca in cui, come ho già avuto modo di osservare, la tattica arrancava sulla scia della tecnica senza sfruttarne adeguatamente le potenzialità.

La tendenza già palesatasi in epoca elisabettiana ad impostare bastimenti caratterizzati da un crescente armamento cannoniero concentrato lungo le murate – tendenza la cui definitiva consacrazione può essere rintracciata nel varo nel 1637 dell’imponente Sovereign of the Seas da 104 cannoni – indurrebbe a ritenere scontata l’adozione della linea di fila come unica formazione in grado di valorizzare appieno il grande peso di bordata dei vascelli inglesi: per contro, sino alla battaglia del Gabbard, nessuna menzione della line ahead è deducibile dai documenti dell’epoca. Tranne che nel caso di una singola ed esigua testimonianza, [31] sembra inoltre assente ogni riferimento a quell’embrionale linea di fila che dovette essere adottata, come si è visto, dalla marina elisabettiana contro l’Armada e che, riecheggiata dalle istruzioni di combattimento immediatamente successive, dovette costituire l’immediato precedente della line ahead quando questa finalmente si impose. Come già notava Tunstall in riferimento alla battaglia di Kentish Knock del 28 Settembre (O.S.) 1652, le descrizioni coeve suonano più come una versione marittima dell’Iliade, l’attenzione focalizzata sulle navi ammiraglie e sulle gesta degli ufficiali che alzavano su di esse le proprie insegne: [32] simili resoconti erano sì volti a soddisfare un certo epos guerriero, ma ritengo che vada del pari tenuto a mente come i duelli fra navi ammiraglie costituissero una realtà incardinata in specifici regolamenti tattici, probabilmente uno dei pochi aspetti della guerra navale dell’epoca di cui possiamo essere ragionevolmente certi.

Abbiamo visto come già nel 1530 i Fleet Orders di Audley raccomandassero ai bastimenti inglesi di porre gran cura nell’ingaggiare unità nemiche di analoga potenza; questo principio generale era stato ribadito ed ulteriormente articolato non più tardi del 1635 proprio dalle istruzioni di Lord Lindsey, che all’art. 18 prescrivevano come le unità maggiori del nemico su cui alzavano le proprie insegne i comandanti avversari potessero essere impegnate in combattimento solo dalle “flagship” dell’ammiraglio, del viceammiraglio e del contrammiraglio della squadra inglese. [33] Inglesi e olandesi, pertanto, ricercarono attivamente il duello fra navi ammiraglie, con tutta evidenza anche per il dirompente effetto psicologico che la morte del comandante in capo avversario poteva esercitare sulla sua flotta: lo si vedrà a Lowestoft, allorquando l’esplosione dell’ammiraglia olandese Eendracht e la conseguente uccisione di Obdam provocarono lo sfaldamento della sua squadra, offrendo al Mahan il destro per una serie di celebri riflessioni sullo spirito che deve necessariamente informare una forza armata professionale quale la marina olandese non era ancora appieno. [34] I duelli individuali erano evidentemente favoriti anche dalle tattiche di combattimento adottate nel corso dei primi scontri, per il poco che possiamo desumerne dalla lettura dei documenti coevi: nella loro imprecisione e, si potrebbe dire, quasi nella programmatica reticenza sulle manovre salienti, essi tuttavia abbondano di riferimenti alle “cariche” (chargings) condotte dai singoli vascelli. A Kentish Knock, ad esempio, “il maggiore Bourne [35] sulla Andrew [36] assunse per primo la guida [della formazione] e caricò valorosamente gli olandesi, districandosene a sua volta senza troppi danni. Anche il capitano Badiley [37] […], con la sua nave, caricò con eccezionale prodezza; ma fu in gran pericolo di perdere la propria nave, perché gli olandesi avevano serrato su di lui da ambo i lati caricandolo [a loro volta], a tal punto che uno avrebbe potuto lanciare del biscotto dalla sua fregata dritto a bordo delle navi olandesi” [38]. La presenza di vascelli olandesi lungo ambo le murate della nave di Badiley, mentre inglesi e olandesi si caricavano a vicenda, lascia intendere abbastanza chiaramente quale dinamica presiedesse ad uno scontro così confuso: siamo di fronte alla vecchia tattica già evocata – come abbiamo visto – dalle ordinanze cinquecentesche di due squadre in linea di fronte, le quali si caricano vicendevolmente intersecandosi a pettine e scaricandosi addosso una bordata ad ogni passaggio; [39] la squadra che godeva del favore del vento prendeva l’iniziativa e, una volta caricata la linea del nemico, si trovava sottovento rispetto a questa ed esposta ad un’analoga carica della parte avversa. È evidente che questo alternarsi di cariche e controcariche preludesse, da parte olandese, ad una decisione dello scontro da condursi attraverso la collaudata prassi dell’abbordaggio. Gli olandesi, non meno degli inglesi, puntavano ad attaccare battaglia da una posizione vantaggiosa di sopravvento, ma a differenza di questi ultimi – che sparavano basso contro gli scafi – miravano col loro tiro agli alberi ed alle manovre, di modo a disabilitare i legni nemici e renderli vulnerabili all’assalto all’arma bianca, unico in grado di avere ragione di obiettivi che non potevano essere seriamente danneggiati dalla modestia (e per numero, e per calibro) dell’armamento cannoniero imbarcato dai vascelli olandesi. [40] Le squadre delle Province Unite riuscirono così a mietere qualche sporadico successo ogni qual volta l’aggressività della loro condotta riuscì a sorprendere l’avversario, [41] ma in linea generale il superiore armamento dei vascelli inglesi ebbe buon gioco nel dominare il duello balistico con i legni olandesi – principalmente armati con 28-30 cannoni – e nello stroncare con pesantissime perdite i tentativi di abbordaggio nemici: un esempio in tal senso ci è dato proprio dalla straordinaria performance della Sovereign of the Seas (ribattezzata semplicemente Sovereign con l’avvento del Commonwealth), sempre nel corso della battaglia di Kentish Knock del 25 Settembre (O.S.) 1652. Come illustrava una lettera datata il successivo 3 Ottobre e spedita dalla flotta dell’ammiraglio Robert Blake, “la Sovereign – quella grande nave, quell’aggraziato vascello (penso che il mondo intero non ne abbia uno eguale) – fece la sua parte: essa fece vela attraverso la flotta olandese ancora e ancora, e giocò duro coi nemici. Venti navi olandesi le furono addosso in una volta; ma, sia lodato il Signore, non ebbe a sostenere grandi perdite, se non per le manovre e per alcuni colpi che ne perforarono lo scafo il quale non ne ebbe particolare danno, tale è la sua grandezza” [42]. Fu proprio in questa occasione che la Sovereign ebbe a guadagnarsi, a quanto pare, il soprannome da parte olandese di “De Gouden Duivel”, il diavolo dorato: [43] nonostante che i cannoni del vascello avessero dimostrato una gittata alquanto scarsa, [44] e nonostante che all’inizio del combattimento esso si fosse incagliato sul banco di Kentish Knock, [45] una simile dimostrazione di potenza ebbe l’effetto di vendicarlo dalle critiche e dalle diffidenze dei suoi detrattori, [46] riaffermando che la formula dei due e tre ponti pesantemente armati era quella vincente.

Autore articolo: Marco Mostarda

In copertina: il famoso ritratto del Master Shipwright Peter Pett opera di sir Peter Lely, immortalato assieme alla sua massima realizzazione, il tre ponti da 104 cannoni Sovereign of the Seas. Fonte foto: dalla rete

Marco Mostarda ha studiato Scienze Storiche presso l’Università di Trento e collabora col Laboratorio di Storia Marittima e Navale dell’Università di Genova

NOTE:

[31] La testimonianza in questione, veicolata da una lettera del commodoro Johan van Galen in riferimento alla Battaglia dell’Elba del 28 Agosto (O.S.) 1652 contro la squadra del commodoro Richard Badiley, lascerebbe intendere che le navi inglesi attaccassero in quella circostanza serrando in successione sull’ammiraglia olandese per scaricare a turno il proprio fuoco di bordata; indizio che quelle disposizioni tattiche – improntate ad una rudimentale linea di fila – codificate dalle ordinanze del 1617 non dovettero essere completamente dimenticate. Cfr. Corbett, Fighting Instructions, pp. 84-85. Resta tuttavia il mistero su quali circostanze presiedessero all’adozione di questo modulo tattico in luogo della tradizionale linea di fronte.

[32] Tunstall, Naval Warfare, p. 17.

[33] Lord Lindsey, Such instructions etc., in Corbett, Fighting Instructions, p. 77: “And when we shall join battle no ship shall presume to assault the admiral, vice-admiral or rear-admiral, but only myself , my vice-admiral or rear-admiral, if we be able to reach them; and the other ships are to match themselves accordingly as they can, and to secure one another as cause shall require […]”

[34] Alfred Thayer Mahan, L’influenza del potere marittimo sulla storia, 1660-1783. Roma: USSMM, 1994, p. 141. In luogo dell’edizione originale ho preferito servirmi di quella italiana così esemplarmente curata dal contramm. Antonio Flamigni, poiché essa ha anche il grande vantaggio di chiarire, soprattutto nella descrizione degli scontri tattici, non poche tortuosità del dettato mahaniano ove questo tenda a dare per scontati alcuni dati essenziali al fine di comprenderne correttamente lo svolgimento.

[35] Si trattava del contrammiraglio Nehemiah Bourne, qui indicato col grado che ricopriva nella Parliamentary Army all’epoca della guerra civile. Contrariamente a quanto si sarebbe indotti a credere, ovvero che fosse un altro dei molti ufficiali dell’esercito chiamati a concorrere alla riorganizzazione della flotta con la propria esperienza, doveva piuttosto trattarsi di un marinaio esperto, nato a Wapping nel 1611 dal maestro d’ascia Robert Bourne ed a sua volta maestro d’ascia a Boston, Massachusetts quantomeno sino al 1641. Si veda la voce Bourne, Nehemiah di Bernard Capp per l’Oxford Dictionary of National Biography: https://doi.org/10.1093/ref:odnb/3007

[36] Già Saint Andrew, vascello di secondo rango da 52 cannoni (nel 1652) varato a Deptford nel 1622 e ribattezzato Andrew nel 1650.

[37] Il capitano William Badiley era fratello di quel capitano Richard Badiley (c.1616-1656) battuto di misura dalla squadra olandese di Johan van Galen alla Battaglia dell’Elba del 28 Agosto (O.S.) 1652. Richard ebbe un’onorevole carriera nei ranghi della marina culminata con la promozione a viceammiraglio, mentre l’avventatezza dimostrata da William a Kentish Knock dovette risultargli fatale; dopo la battaglia non ricevette altri comandi in mare. Si veda il breve articolo di James Bender nel suo blog alla pagina: https://anglo-dutch-wars.blogspot.it/…/more-about-william-b…

[38] Samuel Rawson Gardiner (ed.), Letters and Papers relating to the First Dutch War, 1652-54. London: Publication of the Navy Records Society, vol. XVII, 1900, vol. II, p. 282: “First Major Bourne with the Andrew led on, and charged the Hollanders stoutly, and got off again without much harm. Captain Badiley with his ship also […], he charged exceeding gallantly; but was in very great danger to have lost his ship, for the Hollanders were so close on both sides of him, charging against him, that one might have flung biscuits out of his frigate into the Dutch ship.”

[39] Calcolo mediamente una bordata per passaggio in considerazione dell’incidenza negativa dell’anarchia tattica sulla disciplina di fuoco. Riguardo alla Battaglia dei quattro giorni del 1666, combattuta peraltro facendo uso di più disciplinate tattiche lineari che massimizzavano il fuoco di bordata, il contrammiraglio A. H. Taylor calcolò la cadenza di tiro inglese in un colpo per cannone ogni ora; una stima tutt’altro che entusiasmante. Ogni vascello aveva imbarcato quaranta colpi per ogni bocca da fuoco ritrovandosene con non più di dieci al termine dello scontro, durante il quale le flotte avversarie erano sfilate di controbordo almeno dieci volte, con circa tre ore per il completamento di ciascun passaggio: da qui cui il consumo in media di tre proietti per ciascun cannone ad ogni passaggio. Cfr. Tunstall, Naval Warfare, p. 25.

[40] J. David Davies, Introduction, in James Bender, Dutch Warships in the Age of Sail, 1600-1714. Barnsley: Seaforth Publishing, 2014, pp. 30-31.

[41] È il caso dell’ex mercantile Prosperous da 44 cannoni, una delle maggiori unità allineate dalla squadra di Blake, abbordato e catturato da De Ruyter durante la Battaglia di Portland del 18-20 Febbraio (O.S.) 1653; cfr. Extracts from De Ruijter’s Journal, in Gardiner (ed.), Letters and Papers, vol. IV, pp. 194-95: “We took a ship, commanded by Captain Jan Becker [John Barker], the Propperyteijt [Prosperous], carrying 170 men and 44 guns.” Il bastimento, destinato ad essere ricatturato dagli inglesi poco tempo dopo, da alcuni studi moderni è altresì indicato con il nome – erroneo – di Prosperity.

[42] Gardiner (ed.), Letters and Papers, vol. II, p. 283: “The Sovereign – that great ship, a delicate frigate (I think the whole world hath not her like) – did her part; she sailed through and through the Holland fleet, and played hard upon them. And at one time there were about 20 Holland frigates upon her; but, blessed be the Lord, she hath sustained no very great loss, but in some of her tacklings, and some shot in her, which her great bigness is not much prejudiced with”. Si noti l’impiego del termine “frigate” che ovviamente non indica il leggero bastimento settecentesco ad un singolo ponte di batteria destinato a scopi esplorativi ed alla lotta al traffico; né, in questo caso, è adoperato secondo l’uso seicentesco ad indicare un bastimento dalle linee di scafo particolarmente avviate e con un elevato coefficiente di finezza, ma sta semplicemente per sinonimo di “warship”.

[43] Konstam, Sovereigns, p. 298.

[44] J. David Davies, Pepy’s Navy. Ships, Men and Warfare, 1649-1689. Barnsley: Seaforth Publishing, 2008, p. 47.

[45] Penn’s Memorials, in Gardiner (ed.) Letters and Papers, vol. II, p. 277: “We presently filled to bear after him [Blake], but it pleased God, the Disposer of all things, to disappoint us , being aground upon a sand, supposed the Kentish Knock. […] The Sovereign was near musket-shot without us, and struck several times, for hereby we were forced to tack our ship to clear us of the sand”. Il viceammiraglio William Penn alzava le proprie insigne sulla James da 66 cannoni.

[46] Il problema non riguardava tanto le dimensioni del vascello e relativa manovrabilità; il primo comandante della Sovereign, capitano William Cooke, era entusiasta delle sue qualità nautiche tanto da dichiarare che “no great ship or smaller barke which ever floated […] can with more dexterity or pleasure play with the tide” (cit. in Konstam, Sovereigns, pp. 294-95). Indubbiamente la Sovereign costituì un grande traguardo dell’architettura navale, ma risultò anche un vascello dagli onerosissimi costi di gestione, se si pensa che nel 1653 erano necessari 700 uomini di equipaggio per armarlo. Come qualsiasi nave potentemente armata era inoltre pensata per gli scontri fra squadre da battaglia, tal che la marina del neonato Commonwealth difficilmente avrebbe potuto farne proficuo uso, impegnata com’era in operazioni di polizia marittima volte a debellare la guerra di corsa scatenata dalle flottiglie realiste che operavano a partire da basi in Irlanda e sul continente. La Sovereign giacque così disarmata e posta in riserva dal 1638 al 1651, quando venne infine sottoposta a riallestimento. Dopo il breve servizio culminato con lo scontro di Kentish Knock fu nuovamente posta in riserva e reimmessa in servizio solo nel Settembre del 1665, mancando pertanto di partecipare alla battaglia di Lowestoft.

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