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La Terra di Punt e le illustrazioni di Sergio Toppi

Nel 1984, per la collana “I Protagonisti” all’interno della rivista “Orient Express”, Sergio Toppi creò il suo unico personaggio seriale, il Collezionista, un uomo dai modi eleganti ma anche spietatamente cinici che dedicava la sua vita alla ricerca di oggetti introvabili e quasi sconosciuti, e che rintracciava attraverso le sue ricerche nei luoghi più disparati ed esotici del globo.

Nelle cinque storie che Toppi ha dedicato al Collezionista ha praticamente toccato tutti i più remoti angoli della terra, dall’Etiopia all’Irlanda, dall’Afghanistan ai Carpazi. Nella seconda avventura, intitolata “L’Obelisco della terra di Punt“, si narra la tragica disfatta subita dai soldati italiani durante il primo tentativo di colonizzare l’Etiopia e dei danni, anche psicologici, subiti dai pochi superstiti di quella tragica guerra.

Toppi non amava i personaggi fissi. L’unica eccezione fu proprio Il Collezionista. Insieme all’incantevole Sharaz-de, fu l’unico personaggio che il maestro italiano del fumetto ha serializzato, prima di scomparire nel 2012 a Milano all’età di 79 anni. Nel citato racconto a fumetti, il Collezionista vuole toccare l’obelisco della mitica Terra di Punt. Secondo una leggenda locale, infatti, chi lo toccava diventava il Negus, il Re dei Re, signore di tutta l’Etiopia. Spiato da lontano da un misterioso sciamano abissino, il Collezionista trova l’obelisco, ma viene beffardamente allontanato da esso prima da un predone, che lo depreda di tutto e lo abbandona nel deserto, e poi da un gruppo di guerrieri dancali (Afar) che vogliono castrarlo, e infine dal distaccamento indigeno guidato dal tenente Pellissone di Corbier dell’Armata Reale Italiana.

Il vero antagonista del Collezionista si rivela comunque essere il deserto, forza della Natura simboleggiata dalla visione delle “rocce parlanti” che, un mese dopo, lo ferma ad un passo dalla meta. Non casualmente Toppi colloca gli eventi del suo fumetto proprio a ridosso della disfatta di Adua (1896), simbolo della sconfitta che si abbatterà sui colonizzatori italiani. Alla fine del racconto, il Collezionista riesce a toccare la pietra e a trionfare ancora una volta. Ma avrà “vinto” davvero? Ha faticato più del previsto, e il deserto (simboleggiato dallo sciamano che apre e chiude la storia) di sicuro non ha “perso”.

Sergio Toppi è stato un protagonista della storia dell’illustrazione e del fumetto italiano, un autore che merita di essere conosciuto per il suo variegato stile visivo e narrativo, la sua poetica e la multidisciplinarità̀ dell’immagine. Il suo tratto rimane inimitabile, specie per i suoi assemblaggi gestaltici e le sue composizioni corpo-paesaggio. I mondi di Sergio Toppi sono in grado di trasportarci verso territori e dimensioni non sempre coscienti. Le sue immagini e i suoi immaginari vengono sempre da lontano. Figurazioni, spazi e atmosfere di Toppi appartengano sempre ad un passato mitico e trasognato, capaci di condurci verso momenti di sospensione spazio-temporale, magico-realistica, di sonno-veglia.

Come ha scritto Sonia Fabbrocino, le caratteristiche dei personaggi e degli attori delle storie che agitano le trame di Toppi sono, sin dalla notte dei tempi, tematiche che ritornano sempre attuali. Toppi realizzava una forma di conoscenza narrativa, emotiva ed estetica per immagini, sempre sospesa fra verosimiglianza storica ed elaborazione fantastica. Gli stili espressivi e narrativi sono ricchi di elementi antropologici, onirici, magici, irrazionali ma che al contempo hanno a che fare con il mondo reale.

Toppi mixa abilmente elementi storici e mitici quali: la spietata crudeltà dei guerrieri della Dancalia (che nell’Ottocento sterminarono le spedizioni Giulietti, Bianchi, Porro e trucidarono l’esploratore Sacconi); le magiche stele di Aksum (che in realtà riproducevano elementi funerari sudanesi); il conflitto bellico scaturito dall’occupazione dell’Eritrea, che portò al disastro di Adua; e soprattutto la mitica Terra di Punt. La storia del Corno d’Africa viene rielaborata creando nuove suggestioni nel lettore.

La nostra immaginazione è da sempre popolata da terre e luoghi mitici, spesso mai esistiti, che nacquero dalle fantasie dei narratori e dei poeti. L’umanità ha sempre fantasticato su luoghi ritenuti, a torto o a ragione, reali. Alcuni di questi luoghi hanno animato soltanto affascinanti leggende, mentre altri hanno ossessionato la fantasia dell’uomo, stimolato viaggi ed esplorazioni e scritto pagine importanti della storia umana. Come la mitica Terra di Ophir, che il nostro esploratore Miani identificò (erroneamente) con le sorgenti del Nilo Bianco, la Terra di Punt fu descritta nella Bibbia.

L’economia dell’Antico Egitto aveva bisogno di importare numerosi prodotti da terre lontane. Ogni giorno quantità immense di olibano, mirra e incenso venivano bruciate sugli altari, e questi prodotti potevano essere acquisiti solo in una zona a sud del Mar Rosso che gli scribi chiamavano Punt. L’albero dell’incenso (boswellia sacra) cresceva solo nel sud della Penisola Arabica e lungo le coste somale. Per secoli questi prodotti erano affluiti in territorio egiziano attraverso una fitta rete di piccoli commercianti (così nacquero i Nabatei e fu costruita Petra nel deserto giordano) che via terra caricavano sugli animali da soma queste merci preziose, e furono i primi faraoni a prefiggersi l’obiettivo di bypassare questi intermediari arrivando nelle zone del Punt con apposite spedizioni navali.

Nacquero così le prime grandi imprese navali gestite dai faraoni. Tuthmosi II ebbe, come tutti gli altri faraoni, molte mogli, ma la sua preferita era Hatshepsut, da cui però ebbe soltanto figlie femmine. Alla morte di Tuthmosi II, fu proclamato re il figlio che il faraone aveva avuto da un’altra moglie, ma il ragazzo era ancora molto giovane, per questo la regina Hatshepsut prese la reggenza temporanea. In realtà, il regno di Hatshepsut durò ventidue anni. La regina che divenne faraone, nelle statue che la rappresentano, compare sia in abiti femminili sia in abiti maschili con tanto di gonnellino e barba cerimoniale. Il suo fu un regno pacifico con poche guerre, e la sua impresa più importante fu l’invio di una spedizione commerciale proprio nella terra di Punt.

A Deir el-Bahari (1500 a.c.), nei pressi di Tebe, è stato eretto il complesso funerario della regina Hatshepsut. Venne costruito demolendo il precedente tempio funerario di Amenofi I e venne chiamato Djeser Djeseru ovvero “Il sublime dei sublimi”. Punto centrale di questo edificio è una struttura colonnata progettata ed eretta da Senemut, principale collaboratore della regina. La costruzione si trova al culmine di una serie di terrazze che un tempo erano decorate da giardini ornati con le piante provenienti dalla terra di Punt, e in particolar modo con alberi di incenso. Due cappelle dedicate ad Hathor e Anubi presentavano atri ipostili. In questo complesso funerario una serie di magnifici graffiti racconta una delle più grandi imprese della regina defunta, vale a dire il viaggio navale verso la terra di Punt.

Con l’occupazione persiana dell’Egitto da parte del re Cambise (525 a.C.) i Greci ottennero il permesso di navigare nel Mar Rosso e si avventurarono fino alle coste yemenite. Ma è solo con la conquista dell’Egitto da parte di Alessandro Magno che il Mar Rosso settentrionale passa nelle loro mani. Adulis, che era gestito proprio da famiglie greco-romane che operavano fuori dall’impero tolemaico, diventa così un hub dove arrivano tutte le merci preziose destinate all’Egitto, al Mediterraneo e a Roma. Tale cittadina portuale, attraverso vie carovaniere, era poi a sua volta collegata con Aksum, e con le sue merci contribuì alla realizzazione di uno dei regni, quello aksumita, più importanti della storia antica.

L’archeologia italiana sta svolgendo da una decina di anni degli scavi archeologici proprio ad Adulis, che il mitico Alfredo Castiglioni definì la Pompei d’Africa. Sepolta per secoli sotto i sedimenti del fiume Haddas, Adulis sta così tornando lentamente alla luce. A breve potrà essere realizzato un vasto parco archeologico, e verranno alla luce pagine importanti della storia antica e ancora sconosciute.

Nell’attendere che la scienza archeologica individui indiscutibilmente nell’Eritrea il luogo esatto della mitica Terra di Punt, abbandoniamoci ai fumetti colti di Sergio Toppi. Anche dalla realtà illusoria del fumetto abbiamo molto da imparare. Facciamolo per sfuggire all’oppressione del momento, e per viaggiare almeno con la fantasia verso altri mondi: ci aiuterà sicuramente in un momento così difficile. Abbandoniamoci alle suggestioni trasognate dei tratti di Toppi, alla forza espressiva, lirica, del suo tratteggio. E facciamo sì che la realtà illusoria del fumetto non ci allontani ma, al contrario, ci avvicini alla conoscenza e alla consapevolezza storica, che, al contrario del fumetto restano qualcosa di terribilmente reale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

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