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Le incisioni rupestri della Valcamonica

All’inizio degli anni Cinquanta del Novecento, Giovan Battista Maffessoli, un falegname di Capo di Ponte, in provincia di Brescia, fece una sensazionale scoperta che condusse a lui, nell’inverno del 1956, il giovane archeologo Emmanuel Anati: decine e decine di rocce con migliaia di misteriosi segnetti, attribuiti all’antico popolo dei Camuni. Da allora sono stati ritrovati oltre 300.000 petroglifi, che fanno della Valcamonica il maggior centro d’arte rupestre in Europa.

I graffiti documentano minuziosamente pratiche agricole, di caccia, religiose e stabiliscono un filo conduttore tra l’età della pietra e l’epoca romana. “Qui – scrisse Anati – non abbiamo a che fare con reperti isolati, con frammenti di ceramica o con un cumulo di rovine. Qui abbiamo un numero stragrande di incisioni, nelle quali gli uomini stessi si sono rappresentati nel loro ambiente, negli atti della loro vita quotidiana e delle loro occupazioni economiche, nel quadro della loro società…”.

Omini, animali, mappe, disegni dall’aria infantile costituiscono il complesso petroglifico della Valcamonica, un mondo che, malgrado l’impegno decennale degli studiosi, è ben lontano da una interpretazione soddisfacente delle incisioni. Siamo di fronte ad una rappresentazione ideogrammatica che, dunque, riporta non tanto l’oggetto reale, ma la sua “idea”. Ma perchè i camuni si dedicavano con tanta passione all’incisione rupestre? Perchè riempivano le rocce delle loro montagne di tanti graffiti? La loro funzione è probabilmente riconducibile a riti celebrativi, commemorativi, iniziatici o propiziatori.

Anzitutto spesso sembra che l’artista camuno si comporti senza regole, non si preoccupa di un precedente disegno e sulla stessa superfice già segnata, traccia un nuovo tratto. Un nuovo disegno finisce così accanto o sopra uno più vecchio sebbene con esso non abbia nulla a che vedere. Ne risulta una costruzione confusa e di difficile lettura. Non mancano però immagini in relazione logica tra loro.

Il periodo più antico delle incisioni si fa risalire al neolitico,e cioè, grosso modo, al III millennio a.C. e si caratterizza per graffiti molte volte incomprensibili, figure semicancellate che non danno vita a composizioni. Pugnali, asce e lance si dstinguono a partire dall’età eneolitica, la tecnica diventa via via più precisa sino all’età del ferro. Appaiono allora grandi scene monumentali dal carattere descrittivo. Il corpo umano acquista un volume proporzionato, il torace è modellato, si mostrano fasce muscolari. Tra le figure ricorrenti c’è l’uomo orante, cioè con le braccia piegate in gesto di preghiera, c’è il disco solare, c’è il cerco. Ciò che è certo è che i camuni non superarono la fase del simbolismo pittografico per sviluppare la scrittura. I segni alfabetici entrarono in Valcamonica solo come importazione etrusca. Non mancano poi carte topografiche delle zone di Longoprato, Perseghine, Pozzi e Bedolina.

Questi graffiti ci parlano del popolo camuno: vi ritroviamo i loro strumenti agricoli, l’aratro, la zappa, i buoi, i carri; di gran lunga prevalenti sono le scene dedicate alla caccia al cervo, al camoscio, alla volpe, in qualche caso troviamo anche uccelli acquatici. Si cacciava con trappole e reti, con l’ausilio di cani. Assai scarso era l’uso di arco e freccia, preferiti erano pugnale, spada, ascia e lancia. Pare che i camuni possedessero un’arma molto simile al boomerang, arma del resto comune alle popolazioni celtiche, una specie di ascia dal manico leggero e flessibile, lunga circa 50 centimetri che, se lanciata, tornava al lanciatore. I romani la chiamavano catei e, nella nota roccia di Naquane, se ne vedono tre; scarse sono le scene di pesca e, dove compaiono imbarcazioni esse sono simili a quelle ritrovate su rocce svedesi, nella regione di Norrkoping; sono numerose le incisioni dedicate alla lavorazione dei metalli e a Naquane compaiono ben sette telai verticali con un numero di persone impegnate a lavorarvi che fa supporre che il lavoro avesse superato la fase puramente domestica per avviarsi all’artigianato industriale.

Tra le figurazioni sim­boliche la “rosa camuna”, così impropriamen­te chiamata per la sua somiglianza con un fiore, sembra assumere un’importanza particolare. In tre tipi la rosa camuna appare sulle rocce: quadrilo­bata, a forma di svastica, a svastica asimmetrica. E’ difficile darne una interpretazione univoca. Si è pensato che essa rappresenti un simbolo con valenze astronomiche, uno strumento musicale, un gioco o un totem tribale. Forse è un simbolo religioso come i dischi solari. Il mistero resta ancora.

Un giorno del 16 a.C. i camuni videro avanzare nella loro valle le legioni romane al comando di Publio Silio. Non si fermarono e l’intera regione fu completamente soggiogata con la lenta agonia della civiltà camuna.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: M. Corona, Le civiltà preistoriche in Italia

 

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