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Le invenzioni di Pompeo Targone nell’assedio di Ostenda

L’ingegnere romano Pompeo Targone, al servizio di Ambrogio Spinola, ricoprì un ruolo rilevante nell’assedio di Ostenda studiando, realizzando e perfezionando numerose macchine determinanti per il successo spagnolo. Ce ne parla di seguito ricostruita da Carlo Promis nella sua biografia degli ingegneri militari italiani dal secolo XIV alla metà del XVIII.

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E Pompeo Giustiniano dotto e valente soldato che era esso pure del consiglio e maestro di campo de’ fanti italiani scriveva: « Pompeo Targone, romano, valente ingegnero, ma non più stato alla guerra, havendo riconosciuto il sito di quella piazza (Ostenda) gli havesse promesso (all’arciduca Alberto) di levarle il soccorso con certe sue macchine d’un castello che pensava far sopra barche, e con 6 pezzi d’artiglieria condurlo nel mezzo del canale e piantarlo nel luogo ove entravano i vascelli quando venivano a soccorso, a segno che vi restasse affondato, e di questa maniera levar il transito alle barche ed il soccorso alla città ».
Quando poi in quell’anno stesso Ambrogio Spinola fu dall’Arciduca preposto a quell’assedio, narra il Bentivoglio che fece discutere in consiglio le proposte del Targone, e che assai cose furon dette pro e contro, avendo finalmente vinto il partito del sì.
De’ suoi ingegni io ora terrò discorso, esponendo anche di ciascun di essi quale sia stato l’esito: la forma e la descrizione io la traggo dalle parole e dalle accurate stampe del Giustiniani, riprodotte quindi in minor scala e cui titoli in italiano soli sei anni dopo da Enrico Haestens dal libro di Gaspare Ens: dalla minuta relazione inedita di Stefano Bosio, e specialınente dal libro manoscritto di Alessandro Cavalca che intervenne a quell’assedio e ne descrisse e disegnò le macchine.
Primo ad esser costrutto fu il Castello, detto ancora Gran Barcone: aveva il Giustiniani esposto in consiglio gl’inconvenienti che si dovevan prevedere pel fuoco, la marea e le arene del mare: e già dal 27 ottobre gli Ostendani avevano avuto lingua di quanto si apparecchiava, sicchè ebbero agio di disporsi a rovinarla, occorrendo il caso. Così la descrive il Cavalca: « Questa macchina fu chiamata tra’ soldati il gran Barcone et havea da servire per levare il soccorso all’inimico mettendolo nella bocca del Canale che soccorreva la villa siccome mostra il disegno, et si presupponeva che potesse impedire il soccorso et stoppare in tutto quel passo, ma doppo fatto si conobbe per esperienza che difficilmente si poteva condurre le trinciere sino a quella bocca et che perciò restava detta senza potersi soccorrere et difendere dal fuoco, per questo si lasciò imperfetta, se bene il s.or Pompeo Targoni inventore di essa havea trovato rimedio per il fuoco e similmente havea fatto certi parapetti di corda a botta di canone, et anco altri ripari giudicati bonissimi. Tuttavia perché si risolse il Marchese Ambrosio Spinola Governatore dell’assedio di voler attaccare dalla parte del quartiero di S.t Alberto, restò questa macchina imperfetta et non fu adoperata ».
Constava di tre vasti barconi sopra i quali innalzavasi una piattaforma in forma di torrone tondo con sei pezzi in batteria: doveva esser collocata alla foce del canale detta la Gueulle.
Aveva già l’Arciduca vista la necessità di gettare un dicco nel mare per battere anche da quella parte la città e tenere in rispetto i vascelli olandesi al che non sempre bastavano le poche galee di Federico Spinola: ne ebbe incarico Carlo di Longueval, conte di Buquoy principal personaggio dell’esercito, il quale o per sue cognizioni o coll’aiuto degl’ingegneri, imaginò ed eseguì l’argine che da lui fu detto Di Buquoy costrutto di salciccioni pur da lui inventati, composti di più saleiccie (lunghe queste quant’una picca, fatte di fascina con dentro mattoni e zolle onde non galleggiassero nella marea) in lunghezza e grossezza sicchè il suo diametro era alto quanto un uomo: il dicco ebbe 70 piedi in larghezza fu sparso di sabbia, e con parapetto di 30 piedi colle cannoniere verso la città. Su quest’argine fu consigliato dal De Groote e dal Targone di piantare un cavaliere per aver fuochi meglio piombanti, quasi la metà n’era già costrutta in 15 giorni , allorchè le palle incendiarie del presidio lo bruciarono (1). Per proseguire il dicco più che non avesse fatto il Buquoy valse più che altrove l’ingegno del Targone, il quale fissando dietro di esso i suoi operai faceva loro costrurre intieri pezzi del dicco, i quali col nome di trocci (dallo spagnuolo troço) e di flotte (come nel ponte del Farnese del 1584) si spingevano per mare ed uniti alla testata del dicco lo prolungavano. Facevansi in marea bassa, finite si cavava l’arena d’attorno, vi si legava botti e la crescente le alzava, e con argani mandavansi a luogo. « Questa macchina (dice il Cavalca) fu chiamata Trocci et era una trinciera di salciccie, tra certi telari di legno…, la sua longhezza era di trenti passi, se bene ne furono fatti de’ più longhi et de più corti. Era circondata di botte vuote che nella crescente del mare alzavano detta macchina la quale con un’ ancora si tirava facilmente dove si voleva. Ne fu inventore il S.or Pompeo Targoni et fu machina di grandissima importanza perchè con essa in un’ hora si metteva quaranta et cinquanta passi di trinciera altissima et grossa a botta di canone senza morte di alcuna per sona, et dopo messa sele faceva subito un parapetto di fascine longhe messe per il diritto che si chiamavano blinde et si empiva di terreno quella parte del telaro che si vede nel disegno, et veniva ad esser grossissima trinciera che stava contro una batteria di otto pezzi dell’inimico, et quel che più importava alla crescente del mare ».
Fu questo congegno gradito dal Buqnoy, ed avendo detto che fosse allogato un secondo troccio, negollo il Targone per non perder tempo, sostenuto dall’Arciduca che volle ch’ei facesse a suo modo. Più tardi mandò altre sei flotte, che dagli Olandesi battute a marea bassa col fuoco di undici pezzi, poi agitate dalla crescente, andarono sconnesse spicciandone fuori i mattoni e rimanendo le fascine sole in balia del vento che se le portò. Quando poi lo Spinola ebbe preso il supremo comando (8 ottobre 1603) fece fare al Targone un nuovo troccio o flotta che affondato alla punta del diccolo prolungò: un terzo, ne mise in mare, lungo 80 passi, largo 60 palmi, che venne fortificato dal Giustiniani, e poco stante rovinato da una burrasca. Tentò pure allo stesso scopo di usare gabbioni invece di salciccie. Si senta il Cavalca: « Questa macchina fu chiamata Trocci di gabbioni, et si accomodavano otto o dieci gabbioni insieme fra certi telari di legni a guisa della figura delli Trocci de trinciere, et similmente si buttavano quando cresceva il mare con la sollevatione delli tonelli che seli attaccavano intorno, sì come si è mostrato nelli Trocci de Trinciere, et parimente sene buttava quattro o cinque per forza d’huomini, come mostra la figura. E di tutto ne fu l’inventore Pompeo Targoni, la qual inventione reusi benissimo, et fu di pochissima spesa et adoperata assaissimo ».
Per attaccare una mezza luna circondata di fosso, che guardava il quartiere del Buquoy, egli inventò un carro inclinato su 4 ruote larghe 6 piedi, e di 15 piedi di diametro secondo alcuni, di due diametri diversi secondo altri; all’estremità anteriore innalzavasi un albero di vascello, alto 150 piedi, come un’ asta, dal quale abbassavasi alla mezzaluna un ponte caditoio largo 16 passi, lungo 60. Imitazione delle antiche sambuche ed exostre. La qual descrizione è certamente più prossima al vero che non sia quell’altra per cui il ponte avrebbe avuta una lunghezza di 200 passi, le ruote 24 passi di diametro, e che il Targone ne facesse una oltava parte sola, e che poi provatosi a muoverlo, si scompaginasse tutto. Così ne parla il Cavalca: « Questa macchina chiamata Carro fu fatta per suprendere una meza luna ch’era fuori della villa verso il quartiero del conte di Bucoi, et fu inventata dal S.’ Pompeo Targone che ne diede il per comandamento de superiori senza però haver pensiero che si meltesse in opra conoscendola difficile a reusire. Ma su fatta, et doppo il marchese Amb. Spinola Governatore del asedio risoise di avanzarsi et attacare dalla parte del quartiero di S.° Alberto; perciò resta detta inachina senza essere adoperata». Le quali parole dimostrano che l’ingegnere sapeva pure qualche volta conoscere quanto spazio corresse da un bel capriccio all’effetto: bensì pare impossibile come tanta pratica acquistata da quei generali in sì gran numero di assedi, ancora si desiderassero simili vanità. Nè dal Cavalca discorda il Bentivoglio, ove dice inventato dal Targone «un gran carro, dal quale si potesse all’improvviso gettare un ponte ordito di tele e di corde, e per quella via più facilmente assalir le difese nemiche. Reggevasi il carro con 4 altissime ruote, e vi sorgeva innanzi come un arbore da vascello, che doveva servire principalmente all’uso di abbasare e di alzare il ponte. Ma tutta la suola insieme riusciva di tanto ingombro e sì difficile da maneggiarsi, che prima di metterla in opera si conobbe che non avrebbe potuto partorir effetto di alcuna sorte »… I soldati lo chiamarono ponte tardo e tartareo, e dal nome dell’ingegnere, a quanto mi pare, e dagli effetti che se ne ripromettevano.
Inventò pure una macchina la quale , coperta da una gabbionata , alzava ed abbassava due pezzi, e fu sostituita alla batteria della piattaforma grande già innalzata dal Consiglio di guerra. Il Cavalca lasciò scritto che « fu chiamata tra soldati Civetta perchè hor si alzava et hor si abbassava, et fu fatta perchè l’inimico havea » trovato strada con una batteria di otto pezzi di canone di levare li cinque pezzi soliti a stare nella piattaforma grande la quale per questo restava imperfetta. Ma fu inventata dal S. Pompeo Targone la sodetta civelta, che erano dei pezzi di canone che si alzavano et calavano a suo beneplacito. Et fu di grandissimo utile poichè l’inimico non potè mai levare i sudetti due pezzi poichè subito tirati calavane al sicuro, onde a noi fu di molto profitto et di gran terrore al inimico qual pensava di havere levato tutta l’offesa della piattaforma. Fu machina laudatissima da tutti et di pochissima spesa ».
Trovò pure un ingegno, che chiamò Bilancia, consistente in una salciccia o fascina che mossa in alto od in basso orizzontalmente per due corde raccomandate a due cavalletti verticali, avrebbe coperto capo e petto agli operai « Fu chiamata Bilancia et non fu mai adoperata : ma il S.’ Pompeo Targone inventore di essa ne fece un modello che reusiva assai bene et voleva con detta ringrossare una trinciera et fare parapetti senza che alcuno si scoprisse mai: ma per essere nell’ultimo dell’espugnatione ancorchè mostrasse d’essere reusibile non dimeno non fu adoperata mai »…
Finalmente dopo un assedio di tre anni, due mesi, 20 giorni, il 21 settembre del 1604, cedè la piazza in potestà degli Spagnuoli.

 

 

 

Fonte foto: dalla rete

 

 

 

 

 

 

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