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Le radici storiche della guerra in Artsakh e il genocidio armeno, conversazione con Antonia Arslan

Il 12 luglio del 2020 hanno avuto inizio tre giorni di guerriglia nel Caucaso e il 27 settembre scorso si è riacceso definitivamente lo scontro tra il governo azero e la repubblica dell’Artsakh (o Nagorno-Karabakh), abitata per la stragrande maggioranza da armeni. La regione ha una popolazione paragonabile a quella di Ferrara (circa 150.000 abitanti) e si è trovata improvvisamente immersa in un conflitto cruento. La situazione di quella parte del globo ci tocca da vicino, gli armeni, per le vicissitudini della loro storia, sono stati spinti ad emigrare in diversi paesi del mondo e oggi in Europa esistono importanti comunità armene. Nel nostro continente ci sono state molte manifestazioni di solidarietà per le popolazioni dell’Artsakh, ma ciò che ci colpisce è che in giorni recenti i pacifici manifestanti armeni sono stati minacciati e attaccati fisicamente da parte di estremisti turchi. Ciò è avvenuto nella civilissima Francia e in Germania. Della questione dell’Artsakh, Historia Regni ha voluto parlare con la professoressa Antonia Arslan, scrittrice, saggista, traduttrice e docente di letteratura italiana moderna e contemporanea all’Ateneo di Padova, nonché autrice del famoso romanzo La masseria delle allodole (2004), che ha avuto un grande successo e ha ricevuto diversi premi. L’intervista è stata raccolta da Riccardo Pasqualin il 31 ottobre 2020. Ringraziamo la professoressa per il tempo dedicatoci e attendiamo l’uscita del libro a cui sta lavorando.

 

Salve Professoressa, innanzitutto le vorremmo chiedere quali sono le cause storiche della guerra in Artsakh, da dove nasce questa contesa tra i due paesi?

Le cause storiche sono abbastanza semplici. Anch’io preferisco chiamare la regione Artsakh poiché è il suo nome originario, mentre “Nagorno-Karabakh” è quello che gli è stato attribuito successivamente dai russi, è un termine metà turco e metà russo.

L’Artsakh è una delle tante valli del Caucaso, è una zona abitata da una tribù armena, ma storicamente è sempre stata abbastanza isolata, e infatti possiede un dialetto peculiare. Questa porzione di territorio è rimasta semi-indipendente fino a quando la Russia, nell’Ottocento, non ha conquistato tutta la Transcaucasia, a quel punto – come tutte le altre genti del Caucaso – la popolazione della regione è stata sottomessa dall’Impero zarista, anche se ci sono state tutta una serie di rivolte di cui si trova traccia pure nella letteratura russa, pensiamo ad esempio a Tolstoj.

L’Armenia caucasica, quindi, è una parte d’Armenia che non è la Grande Armenia, la quale, a quel tempo, era sottoposta all’Impero Ottomano.

Se prendiamo in considerazione l’universo culturale italiano vi incontriamo varietà linguistiche e tradizioni differenti, persino tratti somatici diversi, e così è anche nel mondo armeno: la parte caucasica parla l’armeno orientale, mentre la parte più ampia (e più ricca), che si trova in territori che oggi fanno parte dello stato turco, parla l’armeno occidentale.

Questa distinzione è una premessa fondamentale per capire. L’Armenia orientale non ha subito il genocidio del 1915-1923 e la sua popolazione si è accresciuta ed è aumentata per via dei profughi che negli anni hanno passato la frontiera: i circa 600.000 armeni che vivevano sotto la Russia (quindi anche quelli dell’Artsakh) non sono stati vittime del tremendo massacro a cui abbiamo accennato.

L’Armenia orientale comprendeva anche due regioni, Naxçıvan e Artsakh, popolate da armeni; nel 1920 il Caucaso è riuscito ad ottenere una certa indipendenza e per un breve periodo ci sono state tre repubbliche transcaucasiche: Armenia, Georgia e il neonato Azerbaigian. Precedentemente quest’ultimo territorio non si chiamava così, e non ricalcò i confini di alcuno stato antico: riunì solo delle tribù di religione musulmana. A differenza degli azeri, i georgiani e gli armeni erano cristiani (sia pur con distinzioni interne che non si possono indagare in questa sede).

Quando Stalin è stato incaricato da Lenin di governare la Transcaucasia, ha deciso di scorporare le due regioni armene che abbiamo già nominato e di attribuirle all’Azerbaigian come oblast’, cioè province autonome. I due oblast’ del Naxçıvan e del Nagorno-Karabakh hanno avuto un destino diverso: il Naxçıvan è un’enclave separata dall’Azerbaigian e questa strana conformazione geografica dello stato deriva dalle esigenze politiche che Stalin aveva a quell’epoca, ossia non rafforzare l’Armenia, bensì l’Azerbaigian (possibile propagatore della rivoluzione comunista verso la Turchia). Stalin era georgiano, ma non aveva simpatia per gli armeni.

Dal 1920 a oggi, il Naxçıvan è stato completamente svuotato della sua popolazione armena: progressivamente tutti gli armeni sono stati cacciati, poi sono state demolite le chiese e ogni altra traccia della presenza armena nella regione. Infine, verso il 2005, è iniziata la demolizione dei cimiteri armeni, l’ultimo, quello di Culfa, è stato fotografato anche poco prima di essere spazzato via. L’UNESCO ha protestato, ma è stato tutto inutile. Ai giorni nostri, la presenza armena in Naxçıvan è sparita, ma un segno di questo passato storico lo abbiamo in un bel libro dello scrittore azero Akram Aylisli: Sogni di pietra (Guerini, 2015). Il suo breve romanzo racconta la storia di un azero che difende un armeno durante una sommossa, e per questo scritto del tutto innocente l’autore è stato confinato nella sua abitazione dal regime para-dittatoriale dell’Azerbaigian, che gli ha impedito di venire in Europa a presentare la sua opera.

L’altro oblast’ che Stalin ha attribuito all’Azerbaigian – come regione autonoma, ricordiamolo – è il Nagorno-Karabakh, una zona montuosa e scarsamente popolata che si trova tra l’Azerbaigian e quella che è la Repubblica Armena.

Quando è crollato il regime sovietico, siccome il Nagorno-Karabakh era un oblast’, aveva un suo soviet (vale a dire un piccolo autogoverno) il quale ha votato per la sua indipendenza. A seguito di tale scelta ci sono stati dei pogrom, tra cui quello di Baku (1989), e, dopo questi fatti, il Karabakh ha votato di unirsi all’Armenia. Queste persecuzioni sono proprio quelle a cui allude Aylisli.

Quando l’Artsakh ha manifestato la volontà di ricongiungersi all’Armenia, l’Azerbaigian ne ha invaso il territorio, ma è stato sconfitto: parliamo della guerra del 1992-1994 che è la radice del conflitto in corso e del desiderio del governo azero di vendicarsi. Va detto che gli armeni non solo ottennero il Karabakh, bensì anche alcuni territori di frontiera per fare da cuscinetto. Il famoso Gruppo di Minsk, formato da Francia, Russia e Stati Uniti, non si impegnò abbastanza per risolvere le tensioni geopolitiche: gli azeri hanno costantemente scatenato delle scaramucce di confine, ma gli armeni li hanno sempre respinti. Adesso invece la situazione è diversa, poiché in questo momento – grazie ai proventi del petrolio, e nonostante la crisi interna – l’Azerbaigian è pesantemente armato e inoltre è sostenuto dalla volontà di potenza di Erdoğan. Storicamente, i turchi considerano gli azeri i loro “parenti di campagna” – «una nazione due stati» diceva Heydar Aliyev (1923-2003) – e in questa occasione Erdoğan ha visto l’opportunità per il suo paese di aprire un altro fronte di espansione. Già lo scorso agosto c’erano state manovre militari congiunte turco-azere in Naxçıvan, dove sono stati accumulati aerei, droni e carri armati in vista dell’offensiva di fine settembre.

Recentemente, riflettendo sulle origini del popolo turco, lo storico Federico Moro ha scritto che «L’espansionismo attraverso la conquista militare è parte integrante» della cultura turca, «al punto che la stessa legittimità a governare deriva dalla capacità di condurre vittoriosamente la guerra. Niente può salvare se sconfitti sul campo» (Lepanto, fuochi nel crepuscolo, LEG, 2020). Oggi molti turchi sono portatori di un nazionalismo esasperato, persino la nave turca che sta cercando gas nel Mar Nero è stata rinominata Fatih, ossia conquistatore, l’appellativo che si attribuì Mehmed II il 29 maggio 1453. Ma l’espansionismo di Erdoğan – al di là dei suoi vari strafalcioni storici – può essere definito propriamente “neo-ottomano”?

Vorrebbe esserlo, in realtà la sua politica non ha assolutamente la stessa base dell’orizzonte culturale dell’Impero Ottomano. Parliamo di un impero enorme che perse un pezzo alla volta, e indubbiamente questa è una delle origini dell’esasperato nazionalismo che condusse alla vittoria dei Giovani Turchi nel 1908 e poi all’allontanamento del sultano. Il genocidio armeno è dovuto anche alla presa di potere dei Giovani Turchi, influenzati dalle ideologie della loro epoca: pensiamo alle idee che andavano di moda nella Germania Guglielmina. Essi abbracciarono l’idea della nazione eletta, che venne a coincidere con quel vecchio spirito da dominatori che già avevano.

Nell’Impero Ottomano talvolta c’era una certa garanzia delle minoranze, i sultani erano abbastanza astuti da capire che gli era utile servirsi dei popoli a loro sottomessi. Nell’Ottocento la comunità degli armeni di Costantinopoli aveva molto potere, perché il governo ormai diffidava dei greci, che avevano già uno stato nazionale (ostile alla Turchia) che poteva rappresentarli. A differenza dei greci, gli armeni non avevano ancora manifestato particolare desiderio di indipendenza, semmai di autonomia, e vennero così proclamati «nazione fedele». Questo fatto è molto interessante: all’inizio dell’Ottocento il direttore della zecca di stato era un armeno, fra gli architetti del sultano vi erano armeni e molte cariche rilevanti erano ricoperte da armeni, con i quali il sovrano intratteneva ottimi rapporti (andava persino ai battesimi dei figli di questi funzionari). Ci sarebbero da raccontare tanti episodi che oggi potrebbero anche far sorridere e meditare.

Nell’Impero Ottomano, ovviamente, vigeva il predominio dell’elemento turco, ma questa componente dominante conservò a lungo la furba consapevolezza che le minoranze servivano a far funzionare il sistema, poi sono venuti i tempi delle pulizie etniche, tant’è che oggi in Turchia i cristiani sono ridotti a poca cosa.

Se abbiamo compreso correttamente, Erdogan ha in mente solo un simulacro della grandezza dell’impero, ma il suo è un nazionalismo moderno che deriva da esperienze politiche successive al governo ottomano.

Esattamente, però non va trascurato il fatto che egli tiene sempre accesa quella rivalità tra turchi e arabi per la guida del mondo islamico che è apparentemente sotterranea, ma esiste, anche se da noi nessun giornalista sembra volerlo capire. Tuttavia è una cosa così evidente che non la si può ignorare: gli arabi sono stati dominati per secoli dai turchi e non hanno simpatia per essi.

Oggi vedo un Erdoğan che si atteggia a sultano e apre fronti di guerra in tutte le direzioni (Siria, Libano, Libia, Grecia e ora l’Artsakh); nel Nagorno-Karabakh egli sperava di sfondare immediatamente, ma al momento – anche se non sappiamo ancora per quanto – gli viene opposta una orgogliosa resistenza. Non ho idea di quanto gli armeni potranno resistere, la pesante differenza di armamento e la presenza documentata di migliaia di jihadisti siriani mi preoccupano molto.

Gli armeni sono stati addirittura accusati di aver radunato dei militari curdi. Si tratta di una falsità già confutata, ma il rapporto tra curdi e armeni è un tema su cui vorrei che lei ci dicesse qualche parola…

Certo, questa è una guerra che sta venendo combattuta molto con un uso spietato di quelle che vengono definite fake news. Sono state perfino inscenate false azioni militari armene per giustificare le aggressioni azere, ma presto si è notato che le immagini erano fasulle, poiché le uniformi erano vistosamente contraffatte.

I curdi sono stati usati come braccio operativo dai turchi durante tutto il genocidio armeno, però, a questo punto, va detta una cosa importante: non tutte le tribù curde hanno preso parte alle stragi. I curdi avevano una struttura a clan: decidevano i capi, e più d’uno di questi personaggi ha salvato grandi quantità di armeni. Altri curdi sono stati attratti dalla bramosia di saccheggio, ma il gabinetto curdo in esilio a Bruxelles, ancora vent’anni fa, ha chiesto ufficialmente scusa agli armeni, e i curdi hanno anche scritto libri su questo argomento controverso del loro passato.

A suo tempo, l’inimicizia fu fomentata dai Giovani Turchi che poi, vent’anni dopo, si rivolsero anche contro i curdi. Il piano dei turchi era eliminare innanzitutto le minoranze cristiane (contro le quali era più facile suscitare l’odio e l’avidità dei musulmani) e poi anche le altre: i turchi non hanno mai amato i curdi, ma gli servivano.

Oggi escludo che dei curdi possano andare a combattere per gli armeni, non lo credo. In Armenia c’è solo una minoranza di 60000 curdi che vivono indisturbati nei loro villaggi e concordi con le altre popolazioni.

Un’ultima domanda. Ci è giunta notizia che lei sarà la curatrice della traduzione italiana dell’opera storica di uno studioso turco che tocca la questione del genocidio armeno.

Grazie, questa è una bellissima domanda. L’opera sta per uscire, dovrebbe essere disponibile tra circa un mese, io ne sono la curatrice e ne ho scritto la prefazione. L’autore si chiama Taner Akçam e il libro si intitola Killing orders, Ordini di massacro. Taner Akçam è un personaggio incredibile, io l’ho conosciuto quindici anni fa in Minnesota: è un uomo dall’aria bonaria, ma internamente è fatto di acciaio. Ha iniziato delle battaglie per i diritti civili, è stato imprigionato, è fuggito dalle carceri turche e si è rifugiato in Germania. Ha subito tutto questo perché aveva parlato del genocidio armeno: è stato il primo ad utilizzare la parola genocidio tra i turchi; è uno storico e sociologo, ha concluso il suo dottorato in terra tedesca e poi è emigrato negli Stati Uniti. La Turchia lo ha perseguitato in un modo incredibile, cercando di distruggere la sua carriera accademica anche all’interno delle università americane. Oggi ha una cattedra stabile alla Clark University, in un istituto di storia dei genocidi, ed essendo un turco – nonché un uomo molto intelligente – con una buona conoscenza dell’ottomano antico, è riuscito a scrivere diversi ottimi saggi. In particolare in questo testo è andato a verificare la veridicità dei telegrammi relativi allo sterminio, che erano stati venduti da un funzionario turco a un armeno nel dopoguerra. Questi documenti sono spaventosi, lo stesso Akçam ha detto: «Questo libro è la pistola fumante». Egli è riuscito a dimostrare senza ombra di dubbio che i telegrammi sono autentici; la Turchia ha pagato degli storici menzogneri affinché diffondessero la notizia che tali testi erano stati inventati dall’armeno che li aveva acquistati. Alcuni hanno affermato che il funzionario turco è un’invenzione e Taner ne ha provato l’esistenza, per giunta ha verificato riga per riga i telegrammi cifrati con un lavoro mostruoso e ha provato che sono tutti documenti veri.

In quei telegrammi è spiegato con grande precisione cosa si voleva fare: gli armeni dovevano essere deportati nel deserto, i funzionari preposti ad eseguire gli ordini notificarono che non c’era più cibo e gli fu risposto di lasciare che i prigionieri morissero. Poi ci sono le missive in cui gli aguzzini chiedono come occultare i cadaveri: nel 1916 in quella parte della Siria dovevano esserci scene raccapriccianti, con pile di corpi insepolti e un odore inimmaginabile. Alcuni viaggiatori tedeschi videro queste immagini atroci e le fotografarono, conseguentemente in altri telegrammi ci si premunì di spiegare cosa fare dei morti, pagando degli uomini per bruciarli. Si tratta davvero di qualcosa di incredibile; il volume ha due capitoli in cui viene dimostrato il genocidio, la terza parte lo descrive e poi sono riportati per intero i telegrammi.

Ho deciso di lasciare proprio questo titolo, Killing orders, Ordini di massacro.

 

 

 

 

 

 

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