L’educazione scolastica presso gli antichi romani

Traiamo da La vita domestica e pubblica dei Greci e dei Romani questo testo di Carlo Fumagalli sull’organizzazione scolastica e l’educazione dei fanciulli a Roma.

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Nelle scuole ordinarie, l’insegnamento si riduceva agli elementi del leggere, dello scrivere, del far conti e ad un po’ di letteratura. Livio Andronico, Nevio ed Ennio erano studiati nelle scuole anche quando Orazio era fanciullo, cioè più di un secolo dopo la morte del meno antico fra loro e quando già la loro lingua era molto antiquata. Le orazioni di Cicerone furono usate come testo di scuola, ancora vivente il sommo oratore: appresso, le opere poetiche di Virgilio d’Orazio vi presero quel posto che ancora al presente vi tengono. Quanto alla letteratura greca, è probabile che solo nelle suole della capitale se ne insegnasse qualche cosa. I fanciulli non frequentavano la scuola prima del settimo anno. Se il padre era abbastanza ricco, erano seguiti da un servo che recava i libri e gli arnesi da scrivere, ma più spesso li portavano essi stessi, come leggiamo in Orazio, ed erano solamente sorvegliati da uno schiavo chiamato “pedissequo”. Le scuole erano spesso tenute in locali terreni che si aprivano sulla via pubblica. Gli esercizi di letteratura si facevano dalla intera classe: i fanciulli ripetevano in cantilena, dopo il maestro, prima le lettere, poi le sillabe, poi le intere parole. Quantunque questi esercizi dovessero essere abbastanza facili, pure le iscrizioni che ancora si leggono sui muri di Pompei, ci mostrano frequenti errori di ortografia. Nei tempi primitivi, i libri erano rari e costavano molto, ma sotto gli imperatori, tanti e così abili erano gli schiavi impiegati dai librai a copiarli, che i libri discesero a i più bassi prezzi. Per i primi esercizi di scrittura, i fanciulli usavano tavolette spalmate di cera, sulla quale le lettere si tracciavano con una punta metallica (stilo); incominciavano col copiare lettere già tracciate dal maestro, che spesso guidava loro la mano. Fatto che avevano qualche progresso, passavano a scrivere sulla carta, che constava di papiro, mediante inchiostro e penne di canna (calami). Si poneva cura che le parole da copiare fossero versi o proverbi o sentenze morali; pare anche che più della bella calligrafia si apprezzasse la velocità: ai tempi di Cicerone venne anche in uso una specie di stenografia. Era inoltre molto stimata la prontezza nel calcolare, e c’erano appositi maestri di aritmetica, i quali insegnavano a conteggiare somme ed interessi senza ricorrere alle cifre scritte.

Nei tempi più antichi, la sferza era in grande uso nelle scuole di Roma. Quintiliano protesta energicamente contro quest’uso di battere i fanciulli, ma le pitture di Ercolano ci provano che i colleghi non gli badarono gran fatto.

Di regola, v’erano ogni anno due periodi di vacanza. Uno cadeva in dicembre, al tempo dei Saturnali, tempo di baldoria universale, a cui pigliavano parte persino gli schiavi; l’altro in marzo, ai Quinquatri, che erano una festa in onore di Minerva, e andavano dal 19 al 23. Questo secondo periodo si considerava come la fine dell’anno scolastico; e, poichè le scuole erano tutte private, allora si pagava ai maestri l’onorario annuo. Nelle scuole di campagna, il maestro riceveva la sua mercede ogni mese: quivi si faceva vacanza anche nei quattro mesi dell’estate, cioè durante il raccolto delle olive e la vendemmia.

 

Fonte foto: dalla rete

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