Legionari di oggi e di ieri. Colonie italiane e legioni straniere

In questi giorni l’Ucraina ha creato una legione straniera di volontari disposti ad aiutare i soldati e i cittadini a respingere l’invasione russa. I russi, a loro volta, si stanno affidando a battaglioni di teste di cuoio cecene e delle province asiatiche, che senza farsi troppi scrupoli uccidono e rischiano la vita. Anche noi italiani abbiamo avuto le nostre legioni straniere, che hanno fatto la storia coloniale. Famosissimi sono gli ascari eritrei, che combatterono a fianco delle truppe italiane durante la battaglia di Adua (1° marzo 1896). Agli ascari, sopravvissuti a questa battaglia, gli etiopi amputarono la mano destra e il piede sinistro, applicando le norme imperiali all’epoca in uso per i traditori.

Anche prima dello sbarco degli italiani a Massaua (1885), la guarnigione egiziana era presidiata da un folto gruppo di mercenari, l’Armata Hassan, più nota col nome turco di Basci Buzuk (“teste matte”). Questa banda armata era stata fondata in Eritrea da Sangiak Hassan, un avventuriero albanese che intendeva mettersi al servizio dei signorotti locali. E per un certo periodo, prima della creazione degli Ascari, gli italiani continuarono ad utilizzare i Basci Buzuk (costavano poco e sopportavano il clima opprimente del bassopiano eritreo).

Luigi Goglia è forse stato il primo studioso ad introdurre nel 1990 il tema delle truppe coloniali in ambito accademico. Tema certo affrontato dall’imponente opera di Angelo Del Boca nella quale i riferimenti alla presenza di truppe locali in Eritrea, Somalia e Libia sono sempre stati puntuali.

Quello che interessa sottolineare in questa sede è proprio l’utilizzo opportunistico che l’Italia fece di questi legionari, mixando abilmente contrasti razziali e religiosi e sfruttandoli per finalità di dominazione, salvo quello che si dirà alla fine parlando di Amedeo Guillet.

La partecipazione degli ascari eritrei prima alla guerra italo-turca e poi alle campagne di Libia per la riconquista della Tripolitania e della Cirenaica copre un arco temporale di circa 23 anni. L’impiego delle truppe indigene nacque prima da una necessità ma si trasformò ben presto in uno strumento militare indispensabile per la loro specificità di truppe leggere, adatte ad una guerra di movimento come quella combattuta nel deserto. Il reclutamento dei reparti era organizzato dapprima in turni semestrali che in seguito divennero annuali, raccogliendo i volontari da tutte le province del Corno d’Africa. Molti di questi ascari eritrei (ma non tutti, come vedremo parlando del XLV Battaglione Coloniale) inoltre erano cristiani e ben si prestavano al conflitto con i libici musulmani.

Il 27 luglio 1912 un ascaro del V battaglione eritreo, reduce dai campi di battaglia della Libia, montò addirittura la guardia a uno degli ingressi del Quirinale. Faceva parte di un drappello di quarantacinque commilitoni africani che, al mattino, avevano lasciato la caserma di Castro Pretorio per raggiungere la residenza ufficiale di Vittorio Emanuele III. Evento a suo modo straordinario: soldati africani, al servizio di uno stato coloniale, per poche ore vigilarono, sia pure simbolicamente, sulla sicurezza del Re d’Italia. C’è anche un particolare curioso: l’ascaro eritreo era a piedi nudi, ma Il disegnatore della copertina dell’Illustrazione Italiana dovette trovare bizzarro questo dettaglio: nel suo ritratto, infatti, mise le scarpe a quel soldato esotico. Un secolo fa, le scarpe, per una moltitudine di africani, erano un intralcio. Scomode e poco pratiche. Perché usarle? Per la cultura occidentale, all’opposto, l’uso delle scarpe «era il discrimine fra l’essere civili e l’essere barbari».

Pur considerati degli eroi, gli ascari eritrei, che per primi sbarcarono a Tripoli nel 1912 e che combatterono per “pacificare” la Quarta Sponda, non divennero comunque mai italiani.

In Libia non operarono solo ascari eritrei ma anche ascari libici. Il primo nucleo di ascari libici – scriveva Ugo Gigliarelli nel 1937 – denominato “esploratori indigeni” fu reclutato a Bengasi nel marzo 1912 quando, cioè, anche in Cirenaica la nostra effettiva occupazione si riduceva alle tre teste di sbarco di Bengasi, Derna e Tobruk, intorno alle quali si serravano e si accanivano gli attacchi le forze arabo-turche.

Gli ufficiali italiani in Libia diffidavano comunque degli ascari libici. Negli scritti del Di Castelnuovo si riflette lo stereotipo dell’arabo traditore e inaffidabile, di cui tanto a lungo si era dibattuto a partire dalla seconda fase della guerra italo-turca, quando cioè le popolazioni locali, in collaborazione con i turchi, organizzarono una tenace resistenza attorno a Tripoli. I vertici militari italiani in Libia diffidarono sempre dei legionari musulmani. Sarebbe inoltre stato un paradosso, secondo questa posizione, schierare dei musulmani per combattere altri musulmani e per di più provenienti dalle stesse regioni di appartenenza. Pertanto, l’impiego degli ascari libici fu prevalentemente finalizzato a funzioni collaterali a quelle militari in senso stretto.

Dopo l’invasione italiana del 1911 in Libia si crearono così battaglioni di ascari libici che furono impiegati in mansioni varie per la difesa del territorio e per le operazioni di lotta alla resistenza. Inizialmente costituiti come fanteria leggera, dal 1922 vi si affiancarono anche reparti cammellati, i famosi meharisti. Tuttavia, durante le operazioni di «riconquista» della Tripolitania e della lotta alla Senussia in Cirenaica i reparti di ascari libici furono sciolti a causa di alcuni episodi di defezione che ne avevano minato la fiducia agli occhi italiani. Terminata la repressione della resistenza anche nella Libia orientale, gli ascari libici furono nuovamente impiegati per il mantenimento dell’ordine.

Nel 1936 alcuni battaglioni di ascari eritrei furono inviati nell’Etiopia cristiana. Oltre al XLV Battaglione, in Etiopia operarono anche i reparti del XIII, XVII, XIX e XXII Battaglione (costituiti rispettivamente negli anni 1914, 1918, 1921 e 1926) e che in passato avevano preso parte alle campagne libiche. Queste truppe di ascari eritrei erano unanimemente giudicate, anche in virtù della loro storia e delle loro tradizioni guerriere, particolarmente solide e affidabili. Il Raggruppamento Eritreo costituì una delle colonne portanti del Fronte Sud, al comando di Graziani, mentre agli ascari somali era attribuito il marchio immeritato di scarso rendimento.

Ma fu proprio il XLV Battaglione Coloniale (1936-1938), costituito interamente da ascari eritrei musulmani, a scrivere una delle pagine più nere della storia militare italiana. La scrisse ancora una volta sotto la regia di quel Rodolfo Graziani, che si era già distinto in Cirenaica e in Somalia. Alludo all’eccidio del convento di Debra Libanos (Etiopia). Tra il 20 e il 29 maggio 1937 ebbe luogo, proprio in questo monastero, la più grave strage di cristiani mai avvenuto nel continente africano: nel villaggio monastico di Debra Libanos, il più celebre e popolare santuario del cristianesimo etiopico, furono infatti trucidati almeno 2000 tra monaci e pellegrini, ritenuti ‘conniventi’ con l’attentato subito, il 19 febbraio precedente, dal viceré Rodolfo Graziani, che scatenò anche il massacro di Addis Abeba. Per questi crimini contro l’umanità, così come l’uso dei gas durante l’invasione dell’Etiopia, Graziani non venne mai processato.

I monaci e i diaconi del monastero di Debra Libanos vedevano spesso i militari italiani e gli ascari eritrei cristiani del XV battaglione, che giungevano lì per baciare le croci d’argento che i monaci stessi porgevano loro, soprattutto durante la festa del Mascal (la festa della Croce) del 28 settembre, e per rovesciare sugli antichi tappeti della navata della chiesa i talleri che il governo italiano riservava al più sacro santuario d’Etiopia.

Ma un giorno i monaci si accorsero che gli ascari che accompagnavano i soldati italiani avevano il turbante. Si trattava di musulmani. Affiorarono così i racconti dei maestri e dei sacerdoti più anziani, e che parlavano dell’ultima volta in cui degli islamici in armi avevano assediato il monastero. Era il 1531 e tutto venne distrutto da Gran il Mancino, che nel 1529 aveva invaso l’Abissinia, forte degli archibugi acquistati dagli Ottomani, e che verrà sconfitto solo grazie all’aiuto dei portoghesi. La mattina del 20 maggio 1937 gli ascari musulmani del XLV Battaglione Coloniale rastrellarono religiosi, diaconi, servi, domestici, operai e pellegrini, che per volere di Graziani vennero in seguito orrendamente giustiziati dal citato XLV Battaglione Coloniale. Era un reparto interamente musulmano, e non avrebbe dato problemi in questo massacro di cristiani.

Di tutt’altra specie fu l’utilizzo dei legionari da parte di Amedeo Guillet, il leggendario Comandante Diavolo che spogliatosi dell’uniforme italiana radunò intorno a sé un centinaio di legionari e continuò a combattere la sua battaglia personale in nome della dignità e della fedeltà, tentando disperatamente di resistere alla disfatta di Cheren (1941).

Guillet continuò nella sua ostinata e personale battaglia: era un ufficiale di cavalleria che proseguì la sua guerriglia tra le pianure desertiche dell’Eritrea operando tra Massaua, Cheren, Agordat e Cherù, lanciandosi a cavallo contro i carri armati britannici. Vestito da arabo, venne seguito da una banda multietnica di straccioni – guerrieri che non percepirono mai un soldo di paga. Erano amhara, eritrei e yemeniti che soffrirono la fame e la sete standogli sempre accanto. Quegli accattoni malarici combatterono in nome della fedeltà al loro condottiero e a un Re che non avevano mai visto.

Guillet non era né un santo combattente né un asceta. Anteponendo il dovere a tutto, e trattando i suoi soldati con dignità e rispetto, fece ammattire gli Inglesi per otto mesi. Lo seguiva la bellissima figlia di un capotribù locale, Kadija, e permise ai suoi uomini di portare sempre al seguito i rispettivi nuclei familiari, in barba alle disposizioni governative. Poi, alla fine dell’ottobre 1941, anche Guillet dovette arrendersi all’evidenza: non aveva più senso combattere in quelle condizioni.

Interessanti approfondimenti sono stati condotti dalla storiografia anche su altri militari o militarizzati (spahi, savari, zaptié), affrontando tematiche come l’opportunità del loro impiego, il loro valore, il loro destino nel panorama coloniale e successivamente «imperiale».

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Ian Campbell, Il massacro di Addis Abeba. Una vergogna italiana, La Grande Storia, Rizzoli, Milano 2018; Massimo Zaccaria, Anch’io per la tua bandiera, Giorgio Pozzi Editore, Ravenna 2012; Gabriele Bassi, Combattere per l’Italia. L’immagine dei libici in armi nel periodo coloniale (1911-1943), I Sentieri della Ricerca – Rivista di Storia Contemporanea, N. 24 – Novembre 2017; Gabriele Zorzetto, XLV Battaglione coloniale (1936-1938). Storia, immagini, uniformi, Museo dell’Araba Fenice, Parma 2020.

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