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L’imperatore Tito

“Amor ac delicia generis humani”: se il di solito caustico storico Svetonio così, nel “Liber Octavus” della sua “De vita Caesarum”, definisce Tito Flavio Vespasiano Augusto, diventato imperatore il 24 giugno del 79, un motivo ci deve essere stato, tanto più che il suo principato è durato soltanto due anni, comunque densi di avvenimenti sia felici che, purtroppo, luttuosi.

Figlio dell’imperatore Vespasiano e, come tale, appartenente alla Gens Flavia, in gioventù fu educato insieme a Britannico, suo grande amico e figlio dell’imperatore Claudio, poi morto per aver ingerito una bevanda avvelenata fattagli preparare dal fratellastro Nerone ed assunta per sbaglio anche dallo stesso Tito, che però riuscì a sopravvivere, anche se al costo di una lunga infermità.

Di fisico atletico e gagliardo, sebbene non molto alto, fu abilissimo nell’utilizzo delle armi e nel cavalcare, tanto che durante uno scontro in battaglia, dopo che il cavallo gli era morto di sotto alle gambe, prima che si accasciasse al suolo riuscì a saltare in groppa ad un altro, il cui cavaliere era appena caduto proprio accanto a lui, fra le grida d’ammirazione dei suoi commilitoni. Si distinse in gioventù come ufficiale in Germania, Britannia ed Egitto, tanto che il padre lo inviò nel 70 in Palestina a debellare la rivolta giudaica, missione alla quale si applicò con tutte le sue energie mettendo sotto duro assedio Gerusalemme, città che poi, una volta espugnata, vide la distruzione della parte più interna del Tempio, il c.d. “Ναός” (cioè il “Sancta sanctorum”), evento che gli Ebrei commemorano con dolore ancora oggi. Questa impresa da un lato gli valse un’enorme popolarità in patria, tant’è che il SENATUS POPULUSQUE ROMANUS volle dedicargli l’arco trionfale che ancora troneggia maestoso sulla Via Sacra, nel Foro Romano. Dall’altro, gli consentì di scalare rapidamente il “cursus honorum” romano, solo per meriti propri e non in quanto “figlio di…”.

“Princeps iuventutis”, censore, “tribunus potestatis”, console, prefetto del pretorio…queste sono soltanto alcune delle cariche pubbliche che il nostro collezionò in breve tempo, inizialmente facendosi notare nell’esercizio del potere per una certa durezza di modi, facendo temere ai Romani di trovarsi di fronte ad un novello Nerone. Fortunatamente però, una volta diventato imperatore, seppe liberarsi dei suoi difetti, mettendo in bella mostra le sue non comuni virtù. Modestia, temperanza, continenza, giustizia, munificenza, generosità: queste furono le chiavi di lettura del suo breve principato, tutto speso al servizio dell’Urbe e del popolo, col quale instaurò una relazione diretta che si esplicitava, per esempio, in frequenti udienze pubbliche concesse a tutti coloro che ne facessero richiesta, sempre pronto ad ascoltare e beneficare. Infatti, com’era solito ripetere ai suoi consiglieri, “Non oportet quemquam a sermone Principis tristem discedere” (“Non è opportuno che qualcuno se ne vada via insoddisfatto dal colloquio con l’Imperatore”). E semmai per un giorno non faceva del bene, alla sera diceva sconsolato: “Amici, diem perdidi!” (“Amici, ho buttato via la mia giornata!”). Purtroppo, il suo breve impero fu segnato da eccezionali calamità, in primis la famosa eruzione del Vesuvio che nel 79 seppellì Pompei ed Ercolano, poi l’incendio che per tre giorni devastò Roma nell’80 ed infine una terribile pestilenza, che mieté migliaia di vittime. Anche in queste tragiche circostanze Tito si segnalò per la rapidità e la concretezza dei suoi interventi, concretizzatisi in una veloce ricostruzione delle aree devastate dalla lava in Campania e dei quartieri di Roma distrutti dalle fiamme, anche attingendo al suo patrimonio personale. Una febbre malarica se lo portò via poco più che quarantenne “maiore hominum damno quam suo” (“con danno maggiore per l’umanità che per lui”), forse perché anche in questo caso, come scrive il poeta Menandro, “Muore giovane colui che gli dei amano”.

 

 

Autore articolo: Anselmo Pagani
Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Svetonio, De Vita Caesarum

 

 

 

Anselmo Pagani, laureato in giurisprudenza, è studioso di storia e divulgatore

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