L’Ordine di Santo Stefano, aspetti e vicende della flotta del Granducato di Toscana

La flotta del Granducato di Toscana era organizzata intorno all’Ordine di Santo Stefano, creato appositamente per la guerra navale contro il Turco. Un organismo singolare, che ebbe un solo eguale: l’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme.

Le origini della marina toscana vanno cercate, più indietro nel tempo: già a metà del XV secolo Firenze si dotò di una piccola squadra di galee. Il progetto di una marina da guerra toscana fu ripreso da Cosimo I de’ Medici, che nel 1547 volle creare una nuova squadra di galee. Così nell’aprile di quell’anno, nell’Arsenale di Pisa, venne varata la prima unità che prese il nome dalla città marinara, la Pisana. I toscani guardavano all’esempio di Genova, storica antagonista di Pisa nel Medioevo, città marittima e finanziaria, base della squadra di asentisti liguri al servizio di Madrid. Luca Maritini, nominato Provveditore delle galere, nel 1552 osservò da vicino il funzionamento e l’organizzazione della flotta doriana raccontando tutto in una relazione stilata per il duca Cosimo. Inoltre, sempre nell’Arsenale di Pisa, iniziarono ad operare maestri d’ascia genovesi e, con essi, nella flotta toscana accorsero marinai e capitani liguri, in prevalenza di Portovenere.

Il vero problema però era legato agli aspetti finanziari. Mettere in piedi una marina da guerra richiedeva largo capitale da investire e Cosimo I si trovò presto in difficoltà. Dapprima cedette l’appalto delle galere di proprietà statale ad un privato ed anche in questo l’esperienza toscana si legò all’ambiente armatoriale genovese. Il primo appaltatore della galee di Cosimo I fu il Principe di Piombino, Iacopo VI Appiani, con contratto triennale (1555-1558), e allo scadere subentrò Marco Centurione, il cui padre, Adamo, ricchissimo banchiere, era il braccio destro di Andrea Doria e figura chiave nei rapporti fra l’entourage doriano e la corte di Madrid. Le galee toscane ricevute in appalto dall’Appiani e dal Centurione erano cinque: la Capitana (ossia l’ammiraglia), la Padrona o Pisana, la Fiorenza, la Toscana, la San Giovanni Battista o Capitana vecchia. Si trattava di un piccolo stuolo composto ancora da triremis, cioè da galee con la voga alla sensile (tre remi per banco, con un rematore per remo) che aveva caratterizzato le galee medievali e che nel Cinquecento stava lasciando progressivamente spazio alla voga a scaloccio (un solo remo per banco mosso da tre – e, successivamente, anche più – rematori). Sulle cinque unità erano imbarcati in totale 768 galeotti: 525 forzati e 243 schiavi. Non vi era traccia di buonavoglia e la presenza di schiavi era ancora molto bassa, perché l’attività corsara contro turchi e barbareschi era stata finora scarsa (e in assenza di attività corsara l’unico modo per procurasi schiavi era l’acquisto). È un elemento, questo della scarsa presenza di rematori schiavi in questa fase iniziale di vita dello stuolo toscano, perché stiamo parlando di una flotta che successivamente sarà caratterizzata proprio dalla prevalenza di galeotti schiavi.

Quando l’appalto di Marco Centurione cessò, Cosimo I adottò un’idea ispirata all’esperienza dell’Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme: affidare la flotta ad un ordine cavalleresco. Fu così che nacque l’Ordine di Santo Stefano.

Ricevuto l’avallo degli statuti da parte di Pio IV, il 15 marzo 1562, in una sontuosa cerimonia tenuta a Pisa, Cosimo I vestì l’abito da Gran Maestro. Due anni dopo, in estate, le prime due galere dell’Ordine, Lupa e Fiorenza Nuova, assieme a due unità dello stuolo ducale salparono da Livorno alla volta di Barcellona. Progressivamente tutte le galere ducali vennero donate all’Ordine, tanto che per gran parte dell’età moderna la flotta toscana si indentificò con l’Ordine stesso (per quanto riguarda le galere naturalmente, discorso diverso vale per le unità minori armate in corso dal Granducato per lo più stagionalmente e diffuse soprattutto nel Settecento). Lo stuolo stefaniano arriverà ad avere in organico un massimo di 12 galere, una forza numericamente modesta, ma ciò non di meno l’Ordine avrà un peso e un ruolo di tutto rispetto sotto il profilo strategico e geopolitico nel Tirreno e, più in generale, in tutto il Mediterraneo d’età moderna.

Ancora una volta, ispirazione della flotta stefaniana, per quanto concerne l’organizzazione, fu la vicina flotta statale della Repubblica di Genova: sulle galere dell’Ordine il comandante non si occupava, se non limitatamente, dell’amministrazione dell’unità sia sotto il profilo materiale che delle risorse umane. La gestione di mezzi e uomini spettava al Commissario delle galere, che rispondeva direttamente al duca (poi granduca), dal quale era nominato. Il Commissario amministrava la flotta attraverso lo scrivano di razione, da cui dipendevano i scrivani delle singole galere che si occupavano della amministrazione delle unità. I conti di ogni galera, redatti con cadenza quindicennale dallo scrivano di bordo, erano quindi vagliati prima dallo scrivano di razione, poi dal Commissario e infine da un organismo di controllo, i Soprassindaci, che li esaminava alla fine dell’anno. In linea generale lo schema di gestione della flotta stefaniana andò quindi a ricalcare il modello genovese, con tratto distintivo tuttavia: ciurme formate da una larghissima maggioranza di schiavi. Era la conseguenza della natura prettamente corsara della flotta dell’Ordine.

La ragion d’essere della flotta toscana restava sostanzialmente una: la lotta agli infedeli, sia nella forma delle operazioni militari contro i corsari turco-barbareschi (controcorsa) sia in quella dell’azione predatrice contro il naviglio mercantile della Porta e delle Reggenze nordafricane. In entrambi i casi il bottino, oltre che materiale, ovvero navi e merci, era anche e soprattutto umano. Gli equipaggi, e gli eventuali passeggeri, di religione musulmana venivano fatti schiavi e inseriti nelle ciurme.

Nel 1570 le 11 galee dell’Ordine imbarcavano 2.140 rematori: 1.136 forzati (53%), 500 schiavi (23,4%), 366 buonavoglia (17%) e 138 ammalati (6,6%). È rilevante che oltre alla prevalente presenza di forzati le ciurme fossero composte anche da un numero non trascurabile di buonavoglia. Non solo: su alcune unità, come la Elbigina, i buonavoglia erano in maggioranza. La loro presenza inizia a scendere, fin quasi a scomparire, nel XVII secolo. Nell’aprile del 1612, le sei galee dello stuolo stefaniane avevano tutte ciurme in cui il numero degli schiavi superava notevolmente quello dei forzati, con percentuali che andavano dal 54,9% della Capitana al 63% sulla Santa Maddalena. Nel tardo Seicento la flotta stefaniana, ridotta a 4 unità con un numero di galeotti, compresi quelli impiegati nei servizi a terra, prossimo alle 1.700 unità, registrò negli equipaggi una tendenza al gigantismo delle unità capitane e generalizie, con l’incremento del numero di rematori per banco, in linea con quanto evidenziato per le altre flotte di galee dell’epoca. Altro elemento rilevante è che sulla Capitana e sulla Padrona, le due galee più grandi dello stuolo, erano imbarcati la maggioranza assoluta di galeotti, segno evidente della preferenza di questa categoria di remiganti rispetto alle altre, e della sua ancora ampia disponibilità.

Marc’Antonio Roffia, in Memorie e osservazioni per uso di chi naviga sopra le galere, individua tre tipologie di galeotti imbarcati sulle galee dell’Ordine. Innanzitutto «i turchi schiavi, de quali se ne scelgono i più grandi e forti per spallieri, che son quelli che muovono il primo remo e danno moto a tutta la voga», ma non solo, fra gli schiavi si scelgono anche «i vogavanti, che son quelli capi di bancata e primi a muovere il remo», «i mozzi del comandante tanto di poppa, che per il focone e la cucina, i mozzi di tutte le camere, uno per ciascuna, et altri per chi si compete per ragione d’impiego». Gli schiavi rimanenti vengono ripartiti «tanti per banco, ove stanno sempre, siano in catena o scioltiad arbitrio dell’aguzzino, ma indispensabilmente in catena e manette in tempo di caccia, di combattimento o in spiagge inimiche». Dopo gli schiavi ecco i forzati, «gente condannata dai tribunali alla galera, essi stanno sempre alla catena et hanno luogo fra i turchi et buonevoglie». I buonavoglia, «la terza specie della ciurma», sono scapoli vendutisi alla galera in cambio di «dieci scudi all’anno di paga e trenta once di biscotto al giorno, mezza libbra di companatico, una misura di vino e la parte di tutto ogni volta che si cucina il caldaio per la ciurma». Nel banco vengono posizionati «alla banda di modo che il turco resti vicino alla corsia [si trattava di colui che faceva il maggior sforzo], il forzato in mezzo et il buonavoglia fuori [la posizione più favorevole: l’unico suo sforzo era in pratica il movimento di alzarsi e sedersi dal banco]». Anche i buonvoglia erano «soggetti all’autorità dell’aguzzino»; in caso di fuga e successiva cattura venivano condannati al remi per cinque anni, passando quindi nella categoria dei forzati, e se non erano catturati il debito dei fuggiaschi passava in carica agli altri buonavoglia, i quali, pertanto, non avevano convenienza nel favorire una fuga ma, al contrario, ne avevano nell’ostacolarla. Nel caso poi che fosse uno schiavo o un forzato a fuggire, era l’aguzzino che rispondeva, pecuniariamente, del debito.

Delle tre categorie di galeotti di cui ci parla Roffia, quella dei forzati aveva la particolarità di essere “multinazionale”, ossia: non solo forzati toscani ma anche provenienti da altri stati. Ciurme multinazionali e multiculturali già per la presenza di schiavi ottomani ma anche per la presenza di forzati provenienti da diversi stati italiani, soprattutto dallo Stato Pontificio, dal Ducato di Mantova e dalla Repubblica di Genova. Da Roma oltre a ladri, sodomiti e assassini arrivavano anche vagabondi e condannati dall’Inquisizione. Negli anni di Lepanto su 968 forzati presenti a Livorno, 590 erano toscani, 264 erano sudditi del Pontefice e 114 di altri sovrani (in particolare il Duca di Ferrara). Tra il 1590 e il 1595 giunsero a Livorno 47 condannati del Monferrato, sudditi del Duca di Mantova. La galera Padrona il 27 maggio 1690 aveva 327 galeotti, di cui 180 schiavi, 104 forzati, 43 buonavoglia. Dei forzati 73 erano toscani (70%), 9 sudditi pontifici, 6 liguri e il restante di diverse provenienze. I forzati, con perfida astuzia, venivano fatti indebitare il più possibile, per trattenerli al remo anche dopo la fine della pena, anche se spesso a Livorno coloro che avevano portato a termine la pena ed erano debitori di somme di denaro ripagavano il credito vantato dall’Ordine attraverso lavori a terra, nelle biscottiere, ad esempio, oppure a Pisa, in Arsenale.

 

Autore: Emiliano Beri

Bibliografia: Luca Lo Basso, “Uomini da remo. Galee e galeotti del Mediterraneo in età moderna”, Selene 2003

Fonte foto: dalla rete

 

 

Emiliano Beri è professore aggregato presso il Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia dell’Università di Genova, dove insegna Storia militare, ed è responsabile per la divulgazione scientifica del Laboratorio di storia marittima e navale (NavLab).

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