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Memorie della Grande Guerra: l’aviazione italiana

Nel corso del primo conflitto mondiale, l’aeronautica subì uno straordinario sviluppo. Anche l’aria era diventata un campo di battaglia e gli aeri rappresentarono una nuova frontiera della guerra. Il contributo degli aviatori alle operazioni belliche fu fondamentale, anzitutto nelle missioni di ricognizione. Osservare il nemico, tenere d’occhio le sue postazioni, scoprirne i movimenti e sfruttarne gli errori era un aspetto centrale. Chiaramente si pensò anche a come impedire che gli aerei potessero svolgere operazioni simili e, visto che era difficilissimo colpirli da terra, si cominciò a contrastarli direttamente nei cieli. Nacquero così aerei ricognitori ed aerei destinati ad abbatterli, come il Fokker Eindecker, primo vero velivolo da caccia dotato di una mitragliatrice capace di sparare attraverso il cerchio dell’elica.

L’aviazione del Regno d’Italia aveva avut la sua scuola di formazione in Libia, nella guerra del 1911-12, ma all’epoca l’aereo era stato utilizzato esclusivamente come ricognitore. Non mancavamo solo di esperienza nell’aviazione da caccia, mancavamo anche di aerei: per la guerra aerea, nel 1915, contavamo solo cinque dirigibili e un’ottantina di velivoli di costruzione francese, quali Farman, Bleriot, Voisin e Nieuport, che furono destinati al “servizio di esplorazione”. L’industria aeronautica, incitata dallo sforzo di produzione bellica, corregge i numeri immediatamente producendo in quell’anno 382 aerei. Le fabbriche Caproni mandarono al fronte dei trimotori pesanti da bombardamento, i Caproni Ca. 300HP, armati con due mitragliatrici, adatti al trasporto di circa 400 chili di bombe ed a volare a 130 km/h; l’anno dopo è però il vecchio Nieuport a divenire protagonista di grandi imprese.

A pilotarlo c’era un ufficiale di cavalleria brevettatosi pilota, il romagnolo Francesco Baracca. Il 7 aprile 1916 Baracca abbatté nei cieli friulani il suo primo pilota nemico. Ne abbatté in tutto trentaquattro prima di cadere fulminato da una pallottola sparata da un cecchino austriaco durante un mitragliamento a bassa quota sul Montello nel giugno 1918. Fu lui l’asso dell’aviazione italiana e medaglia d’oro al valor militare.

Vittorio Emanuele III e l’ingegnere Gianni Caproni

Nel 1916 i numeri dell’industria balzarono in avanti e si passa a 1255 aerei che nel 1917 diventarono 3861. I nostri aerei furono presenti ovunque era richiesto il loro intervento, particolarmente a Caporetto e nella ritirata al Piave. Alla fine della guerra l’aviazione italiana aveva abbattuto 823 aerei avversari e s’era impegnata a far brevettare a Foggia 500 allievi piloti statunitensi.

Occorre pensare che si trattava di macchine fragilissime, sperimentali, privi di impianti radio, in cui i piloti manovravano alettoni e timoni con una barra a volantino e un pedale servendosi di contagiri, manometro de carburante, manette dei motori e bussola. Erano privi di paracadute e dovevano fronteggiare il freddo in cabine del tutto aperte, col vento lacerante in faccia. Scrive Mirko Molteni in Cieli in Fiamme: “I motori Carpone si accendevano con una miscela di benzina-olio, per non grippare i cilindri a secco. Aperto poi il rubinetto della benzina normale, si scaldavano i motori tenendo fermo l’aereo con picchetti o con una trentina di uomini che lo afferravano per ali e coda, essendo le ruote prive di freni. Prima di accelerare si metteva il muso controvento, poi, con i motori a pieno regime, si liberava il velivolo. Se tutto filava liscio, questo si staccava da terra in soli 150 metri di corsa. Dati i bassi margini di potenza, le istruzioni andavano seguite alla lettera per non schiantarsi”.

Quando il 9 agosto 1918 gli abitanti di Vienna si videro piovere dal cielo migliaia di manifestini tricolori con la scritta “Sul vento di vittoria che si leva dai fiumi della libertà non siam venuti se non per la gioia dell’arditezza…se non per la prova di quel che potremo osare a fare quando vorremo…” l’aeronautica italiana era all’apice proprio grazie al sacrificio dei suoi uomini.

In quell’azione erano stati impiegati sette aerei italiani SVA, decollati da Padova, che compirono un volo di 1000 chilometri, di cui 800 in territorio nemico, senza alcuno scalo tra andata e ritorno. Ad ideare l’impresa era stato uno dei piloti: Gabriele D’Annunzio. L’Austria mise sulla sua testa una taglia di 20.000 corone.

Sotto al giaccone in pelle foderata d’agnello, gli aviatori portavano la normale divisa grigioverde dell’arma di provenienza. Vestiti da semplici soldati eppure erano coraggiose avanguardie. Nel conflitto caddero 1784 aviatori, 909 morti in azioni di guerra, 765 in incidenti alle scuole e in addestramento.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete (Francesco Baracca)

Bibliografia: R. Raja, La Grande Guerra giorno per giorno; A. Sema, La grande Guerra; J. R. Schindler, Isonzo. Il massacro dimenticato della Grande Guerra

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