Murat attacca i francesi a Borgo San Donnino

“Il re di Napoli, vostro marito, ha abbandonato l’esercito il 16. E’ un valoroso sul campo di battaglia, ma è più debole d’una donna o d’un frate quando non vede il nemico. Non ha alcun coraggio morale. Vi incarico di esprimergli tutto il mio malcontento per la condotta tenuta”, così Napoleone, il 24 gennaio 1813 scriveva a sua sorella Carolina della deludente campagna di Russia. La lettera rende palese una rottura consumatasi da tempo. Murat era deciso a difendere il suo regno, a non mettere in discussione la sua sicurezza per i disegni di Napoleone, probabilmente aveva compreso l’imminente crollo del cognato.

Metternich fu chiaro: “Siam pronti a difendere, come mediatori, gli interessi del Re di Napoli: desideriamo però conoscere i suoi punti di vista”. Il doppio gioco poteva sul serio premiare Murat, ma i suoi “punti di vista” erano arguti, pensava a Napoli, pensava all’Italia. Ebbe da Napoleone il comando generale per poi recarsi in tutte le piazzeforti della Penisola assicurandosene il possesso e togliersi così la maschera, giocando sia Napoleone che l’Austria, entrambi posti di fronte al fatto compiuto d’una Italia tutta in suo possesso. Carolina era con lui, lo supportò sempre.

Napoleone però tornò all’attacco e Murat non poté che seguirlo. Il Re di Napoli però non esitò a preparare i suoi piani. Come prima cosa occorreva affidarsi ai napoletani e limitare il ruolo dei francesi nel suo esercito. Nominò allora tre nuovi comandanti delle sue tre divisioni: Carrascosa, Pignatelli e Campana, tutti napoletani. Creò pure nuovi marescialli, Pepe, Carafa, d’Aquino e Filangieri, ancora tutti napoletani. Partì così per Dresda con Metternich che non poteva credere ai suoi occhi: Murat, con trattative ancora aperte, sbaragliò l’armata austriaca facendo 12.000 prigionieri e conquistando 30 pezzi d’artiglieria. Il 7 ottobre del 1813 però a Lipsia giunse Mario Schinina, segretario della delegazione napoletana in Austria, parlò con Murat e le cose di punto in bianco cambiarono: Murat simulò movimenti errati, poi voltò le spalle e tornò in Italia perché l’Austria si diceva concorde con l’Inghilterra e gli prometteva il trono di Napoli.

Abbandonato il cognato, iniziò a parlar chiaro a Metternich: “…l’Italia sarebbe felice di non appartenere che a un sol padrone…”. A Vienna capirono tutto, Murat voleva la corona d’Italia, ma attesero che l’ambizioso interlocutore si facesse più esplicito: “Ho abbandonato l’esercito francese conformandomi al desiderio dell’Austria e dell’Inghilterra; sono deciso a non fornire le truppe che mi si chiedono; sono deciso, del pari, ad unirmi agli Alleati, a difendere la loro causa, a contribuire a scacciare i francesi dall’Italia… Desidero però che l’Austria e le altre potenze mi garantiscano la mia esistenza politica… L’Austria mi accordi un ingrandimento territoriale proporzionato…”. Intanto, mentre la diplomazia seguiva il suo corso, egli passò subito all’azione, occupò l’Emilia tranquillamente, portò 10.000 uomini a Rimini, altri li diresse a Bologna. Si giurò ancora fedele a Napoleone ma su tutti gli ordini già lasciava spiccare la nuova formula: “Noi Gioacchino Napoleone, Comandante dell’Esercito d’Italia”.

L’11 gennaio 1814 finalmente poté apporre la sua firma alla Convenzione di Napoli con cui l’Austria ufficialmente riconosceva le sue ambizioni. Murat gioì, non s’avvide che i vantaggi che regalava agli Alleati erano immensi. Il suo esercito, con quello di Eugenio di Beauharnais avrebbe potuto respingere Bellegarde, forzare i passi del Tirolo, piombare su Basilea, portarsi sulle rive del Reno e valicare le Alpi Noriche per minacciare Vienna. L’imperatore era furioso.

Murat il 23 gennaio raggiunse Roma salutato come trionfatore, poi Ancona. Fu a Bologna che s’avvide che qualcosa non andava. I francesi, i veterani del suo esercito, i suoi connazionali, gli avevano voltato le spalle e avevano disertato. L’esercito ora era costituito da una massa amorfa di coscritti, alcuni idealisti, parecchi ex galeotti, per lo più gente inesperta d’armi e indisciplinata. Avrebbe dovuto subito aggredire le truppe di Eugenio di Beauharnais ma, fidandosi solo degli ufficiali napoletani, esitò, precipitò nell’angoscia, senza esercito non poteva ottenere nulla, peggio ancora sarebbe stato vedere Napoleone vittorioso! Trovò allora il coraggio spudorato di scrivere al cognato e firmarsi: “Fino alla morte vostro amico”. Napoleone non ci cascò.

Quando Parigi fu presa ed i giochi erano fatti, Murat si decise. Scagliò i suoi uomini su quelli francesi a Borgo San Donnino, diresse personalmente le operazioni ed ebbe successo, ma c’era poco da fare, manco gli alleati erano più disposti a credergli. Tornò a Napoli mentre Napoleone navigava alla volta dell’isola d’Elba.

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina, Busti di Gioacchino Murat e Letizia Murat conservati alla Reggia di Capodimonte. Foto di Angelo D’Ambra

Fonti librarie:

M. Mazzucchelli, Gioacchino Murat, 1932
G. Doria, Murat Re di Napoli, 1966
R. De Lorenzo, Murat, 2011
A. Dumas, Murat, 2005

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