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“One people, one heart” (Hade-Hizbi, Hade-Libi) e l’identità eritrea

In questi giorni abbiamo visto insieme le ragioni del conflitto del Tigrai e la frammentazione etnica e politica in cui si sta drammaticamente dibattendo l’Etiopia. E qualcuno si sarà chiesto: ma come mai al di là del Mareb (e l’Eritrea storicamente è il Mareb Mellash, cioè tutto ciò che sta “oltre” il fiume Mareb) non c’è questa frammentazione etnica e non ci sono i conflitti della confinante Etiopia? Cos’ha di diverso l’Eritrea rispetto all’Etiopia? E perché?

Molti parlano (spesso a sproposito e senza conoscerlo) di questo paese meraviglioso e aspro, pieno di contrasti, fiero e orgoglioso della propria indipendenza: fu l’ultimo paese africano a conquistare la libertà dopo una lunghissima e sanguinosa lotta di liberazione, vinta senza appoggi esterni e con uno spirito di abnegazione e di sacrificio inauditi da parte dei combattenti eritrei. Anche l’Eritrea ha le sue particolarità etniche ed etnografiche, e come scrisse Alberto Pollera sono almeno nove le etnie che l’abitano tuttora. Il paese è inoltro contraddistinto da una forte bipolarità: i poli altopiano-bassopiano e le religioni cristiano-monofisita ed islamica regolano da sempre gli equilibri di questo territorio. Ma caso più unico che raro, Asmara è la città più tollerante del mondo dal punto di vista religioso. Le varie etnie convivono pacificamente da secoli. Del resto, Adulis e Massaua sono l’esempio della globalizzazione del mondo antico che ha da sempre contraddistinto quest’area, la mitica Terra di Punt, dove si sono incontrati popoli e continenti diversissimi tra loro. E attraverso le merci circolavano le idee, le religioni, avvenne l’urbanizzazione nel Corno d’Africa e l’impero di Aksum crebbe fino a diventare uno dei regni principali della storia antica.

Oggi viene unanimemente riconosciuto che il nazionalismo eritreo sia sorto proprio durante i lunghi anni della Guerra di liberazione, e in particolare negli ultimi dieci anni, quando i tegadelti (che significa letteralmente “combattenti per la libertà”) dell’ELF confluirono nell’EPLF. Le condizioni in cui vivevano i guerriglieri dei due fronti uniti e la loro condivisione di una vita sostanzialmente comunitaria, dovendo “condividere” la dura vita dei combattimenti e delle trincee, superò la frammentazione culturale, religiosa ed etnica, e coniò il motto unificante “Hade-Hizbi, Hade-Libi” (un popolo, un cuore). Il forte senso di appartenenza, la dedizione al di là dei propri limiti e lo spirito di abnegazione dei tegadelti trascendevano infatti i singoli individui e le loro diversità, come ben raccontato nelle pagine del diario dal fronte di Alemseged Tesfai. Questa identità super etnica sorta al fronte è stata poi diffusa e tramandata quale elemento identitario e patriottico attraverso immagini e simboli formali che si riferiscono esplicitamente ad alcuni momenti della Guerra di liberazione.

Nel messaggio veicolato dalle immagini dell’iconografia patriottica eritrea viene posta particolare enfasi sulla Comunità piuttosto che sull’individuo, poiché, come lo era stato per la guerriglia, anche per la ricostruzione di una nazione è sempre necessario il sacrificio del singolo per il bene della Comunità stessa. Secondo il politologo Tsehaye Gebrewahd, l’unità degli eritrei dimostrata durante la Guerra di liberazione per raggiungere l’obiettivo primario, cioè l’indipendenza, sarebbe diventata la base per trasformare radicalmente l’Eritrea. Il raggiungimento di questo secondo obiettivo, in base a quanto espresso nella premessa della Costituzione del 1997, peraltro mai completata, si basava sull’unità e sull’autosufficienza e sull’autodeterminazione. E questo appare di grande significato specie in un contesto, quale quello africano, dominato fin dall’Ottocento dal colonialismo e neocolonialismo occidentali.

Tutto ciò assunse anche un importante connotato educativo, e si ritenne che questo ethos dell’unità dei guerriglieri potesse essere trasmesso pienamente solo attraverso una mobilitazione militare permanente. Per comprendere questo passaggio occorre anche considerare che durante gli ultimi anni della guerra l’EPLF aveva operato nelle aree liberate come un proto-stato fornendo servizi pubblici e avanzando importanti riforme per le comunità locali. Una proto-nazione eritrea era quindi già sostanzialmente nata ben prima della vittoria militare ed era governata dai combattenti in ambito agrario, scolastico, sanitario ecc.; lo stato che sorse dopo il referendum del 1993, avendo per esponenti gli ex guerriglieri dell’Eritrean People Liberation Front, mantenne attiva la componente militare che gli era connaturata.

In questo quadro il servizio militare nazionale, introdotto nel 1995 con la National Service Proclamation, risulta pertanto una componente fondamentale del processo permanente di nation-building dell’Eritrea. Questo mito fondativo della Guerra di liberazione eritrea non è mai venuto meno, ma al contrario è venuto rafforzandosi con il nuovo conflitto con l’Etiopia scoppiato nel 1998 e terminato (sul fronte bellico) solo nel 2000, ma che ha continuato tuttavia a produrre tensioni e strascichi negativi fino alla firma del trattato di pace del 2018 con l’Etiopia. Il tema della resilienza, dell’autosufficienza, nel senso più preciso del “farcela da soli”, permea pertanto ancora profondamente il pensiero e la mitogenetica degli eritrei, nonostante il contesto internazionale sia nel frattempo mutato (ma nel Corno d’Africa, si sa, la storia non è mai lineare: si può andare presto avanti…ma si può tornare velocemente indietro).

Vero o costruito, enfatizzato o ridimensionato, il concetto di “farcela da soli” dell’Eritrea rappresenta un indubbio valore per il Popolo eritreo nel suo insieme, che i più fanno ancora fatica a comprendere.

Al Museo Regionale di Massaua, accanto ai frammenti dell’antica civiltà di Adulis, non è casuale che la sezione dedicata alla storia recente mostri attraverso fotografie e cimeli la capacità di guerriglieri e guerrigliere di fabbricarsi da soli tutto quanto fosse necessario, dalle medicine alle armi, alle scarpe, alle maschere antigas. Questo mito autarchico e nazionalista oggi ha probabilmente bisogno di ricevere nuova linfa vitale, di rigenerarsi ulteriormente, per evitare di diventare una semplice icona.

L’Eritrea ha raggiunto obiettivi importanti in molti campi, specie in quello sanitario e dell’istruzione. Ha gestito esemplarmente la pandemia del COVID, ha sconfitto la malaria, ha scuole moderne e università che sono le migliori di tutta l’Africa, e ha saputo preservare egregiamente le sue bellezze architettoniche e naturali: la salvezza di Asmara è soprattutto merito degli eritrei, che hanno trasformato la sua permanente bellezza in un nuovo simbolo di rigenerazione nazionale e in un Patrimonio dell’Umanità. E ha ben chiaro quali sono le sue potenzialità. Oggi l’Eritrea è chiamata tuttavia a ripensare al suo modello di sviluppo. Il paese e la sua gente hanno bisogno di crescere economicamente, dopo anni di guerre e di sacrifici indicibili. In Occidente si continua a criticare il servizio militare illimitato dei giovani eritrei, che per sfuggire ad esso spesso scappano in massa abbandonando il paese, attratti da false illusioni orchestrate ad arte. Ma non ha senso “demonizzare” questo servizio, senza creare al contempo le effettive condizioni sociali ed economiche per inserire utilmente i giovani eritrei nella loro terra. Non si possono buttare in mezzo alla strada migliaia di ex-soldati senza che l’Eritrea sia in grado di valorizzare appieno una delle sue più grandi risorse: i suoi giovani.

Ora che questo paese non è più “assediato” e ingiustamente criminalizzato dalla Comunità internazionale (che, occorre dirlo, l’ha tenuto sotto embargo per anni sbandierando risibili motivi…), l’Eritrea dispone di un enorme patrimonio culturale, storico, naturalistico, che diventerà a breve un grande motore di sviluppo e deve poter formare i propri giovani e la sua futura classe dirigente. Non vuole tuttavia essere colonizzato nuovamente e perdere quella libertà che è costata sacrifici immani: il paese è ancora pieno di rottami bellici e di cimiteri dove riposano i suoi martiri.

Aiutiamo pertanto questo paese in questo percorso difficile, sempre con rispetto, e in modo amichevole. Evitiamo di demonizzarlo e cerchiamo soprattutto di conoscere le sue peculiarità e le sue dinamiche interne. Una grande importanza rivestirà la Cooperazione che l’Italia potrà dare nei prossimi anni, specie in ambito culturale. Anche i media italiani hanno una grande responsabilità in tal senso: gli italiani hanno il diritto di poter accedere ad un’informazione più imparziale e corretta, fatta “sul campo” e non dietro anonime scrivanie o recependo qua e là i report di agenzie teleguidate. Gli eritrei sono gente fiera, la loro vicende storiche li hanno resi inevitabilmente guardinghi e sospettosi, ma sono sempre persone corrette: accettano anche le critiche, se sono costruttive. Forse si sentono ancora oggi traditi dall’Italia, che li ha abbandonati nel momento del maggior bisogno, e che dopo il lancio dei missili su Asmara da parte del TPLF nei giorni scorsi è rimasta colpevolmente in silenzio. Ma tra italiani ed eritrei c’è ancora oggi un legame forte che li unisce, e qualcosa che va al di là delle convenienze politiche e degli opportunismi. Aiutando l’Eritrea aiuteremo questo bellissimo paese e la sua gente, evitando le fughe dei suoi giovani verso la morte certa delle migrazioni impossibili. È tutta l’Africa che deve “farcela da sola”, e noi, aiutandola, potremmo rimediare agli “errori” e alle colpe della nostra colonizzazione.

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Alessandro Pellegatta

Fonte foto: dalla rete

Per approfondire la conoscenza dell’Etiopia, si consiglia la lettura dei seguenti volumi di Alessandro Pellegatta: “La terra di Punt. Viaggio nell’Etiopia storica” (Besa editrice, 2015); “Il Mar Rosso e Massaua” (Historica, 2019); “Patria, colonie e affari” (Luglio editore, 2020)

 

 

 

 

 

Alessandro Pellegatta è uno scrittore appassionato di letteratura di viaggio, storia coloniale e dell’esplorazione. Tra le sue ultime pubblicazioni storiche ricordiamo Manfredo Camperio. Storia di un visionario in Africa (Besa editrice, 2019), Il Mar Rosso e Massaua (Historica, 2019) e Patria, colonie e affari (Luglio editore, 2020). Di recente ha pubblicato un volume dedicato alla storia dell’esplorazione italiana intitolato Esploratori lombardi.

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