Palermo e il Trionfo della Morte

La morte in sella ad un cavallo inscheletrito si abbatte impetuosa sulla società in un grande affresco di Palermo, è il “Trionfo della morte”.

E’ la peste o una carestia? E’ il giudizio divino come in Apocalisse 6,2: “E vidi subito apparire un cavallo bianco, e colui che vi stava sopra aveva un arco…”.

Originariamente collocato nel cortile dell’Ospedale Grande e Nuovo in Palazzo Sclafani, il “Trionfo della morte” fu staccato nel 1944, a causa dei danni bellici, ed è ora nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis, a Palermo.

Di autore ignoto, è una riflessione sulla vanità delle cose carica di influssi medioevali. Risale al 1446, un anno prima che Napoli e Sicilia tornassero ad avere di nuovo lo stesso re; si pensa che sia frutto di una precisa commissione reale, magari di un artista catalano o provenzale, o voluto dai rettori dell’Ospedale Grande e Nuovo.

L’artista fa chiaramente mostra di una cultura figurativa complessa di stile tardo-gotico, con riferimenti a vari modelli che vanno dalla miniatura all’arazzo, dalla pittura catalana a quella franco-borgognona. Nonostante la ricchezza e la complessità del soggetto, la scena è composta in maniera unitaria, grazie a un’efficace stilizzazione lineare e alle pennellate corpose che riescono a trasmettere la consistenza materica del colore.

Rappresentazione macabra e surreale, per certi aspetti modernissima, la morte con imprevedibile arbitrio, si muove furiosa senza far differenze tra ceti, colpire a destra ed a manca, su nobili fanciulle e giovani spensierati, vescovi, un papa, un imperatore, un sultano, un uomo di legge. Unici risparmiati sono i poveri cenciosi che pure invocano la morte come una liberazione dalle pene terrene. La visione di questo affresco è la promessa di una giustizia divina che risarcisca gli squilibri sociali del mondo?

 

 

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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