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Rousseau a Torino

Come sappiamo, il filosofo Jean-Jacques Rousseau trascorse un periodo della sua adolescenza a Torino. Nel 1728, entrò al servizio per tre mesi, come «laquais» (lacchè), della Contessa Teresa de Vercellis (1670-1728), vedova del conte Ippolito de Vercellis. La contessa, amava scrivere lettere in lingua francese con la grazia di Madame de Sévigné, ed essendo gravemente malata, utilizzò Rousseau più come segretario, che come domestico (quale il “lacchè”, in effetti, era). «Elle écrivait beaucoup, et toujours en français. Ses lettres avaient le tour et presque la grace de celles de madame de Sévigné; on aurait pu s’y tromper à quelques-unes». Questo passo de “Les Confessions” è molto celebre, anche per la frase detta da M.me de Vercellis al momento del trapasso, un vecchio detto francese, che viene detto, scherzosamente, per sdrammatizzare una situazione che sembra tragica. Traiamo quanto segue dal testo:

«Pochi giorni dopo la mia catastrofe, la mia padrona di casa che, come ho detto, mi aveva preso in simpatia, mi disse che forse aveva trovato un posto per me, e che una dama di nobile condizione desiderava vedermi. A quelle parole, mi credetti sul serio nell’aura delle avventure altolocate: il mio sogno restava quello. Ma questa non fu così splendida come l’avevo immaginata. Andai dalla dama in compagnia del domestico che le aveva parlato di me. Ella mi interrogò, mi esaminò; non le dispiacqui, ed entrai subito al suo servizio, non esattamente come favorito, ma più semplicemente come lacché. Fui vestito con la livrea dei suoi domestici; l’unica distinzione fu che essi portavano il cordoncino e a me non lo dettero, e siccome la livrea della casa non aveva galloni, sembrava pressapoco un abito borghese. Ecco dunque l’esito inatteso cui sboccarono infine tutte le mie grandiose speranze. M.me la Comtesse de Vercellis, presso la quale entrai in servizio, era vedova e senza figli: suo marito era piemontese; ma lei l’ho sempre creduta savoiarda, non immaginando che una piemontese potesse parlare così bene il francese, con un accento così puro. Era di mezza età, con un volto nobilissimo, un’intelligenza raffinata, innamorata della letteratura francese, che conosceva a fondo. Scriveva molto, e sempre in francese. Le sue lettere avevano lo stile e quasi la grazia di quelle di M.me de Sévigné: a leggerne qualcuna ci si sarebbe potuti ingannare. Il mio incarico principale, e non mi dispiaceva, era di scriverle sotto dettatura, e giacché un cancro al seno che la faceva molto soffrire non le consentiva di scriverle di suo pugno. M.me de Vercellis aveva non solo molto ingegno, ma un animo elevato e forte. Ho seguito la sua ultima malattia, l’ ho veduta patire e morire senza mai un istante di debolezza, senza il minimo sforzo per contenersi, senza uscire mai dal suo ruolo di donna, e senza mai dubitare che in ciò vi fosse una certa filosofia, parola non ancora venuta di moda, e che lei neppure conosceva nel senso che oggi le viene attribuito. Questa forza di carattere rasentava a volte l’aridità. Mi è sempre parsa poco sensibile parimenti per gli altri e per se stessa: e quando beneficava gli infelici, lo faceva per il bene in sé piuttosto che per autentica commiserazione. Ho dovuto provare io stesso un po’ di questa insensibilità, nei tre mesi trascorsi vicino a lei. Sarebbe stato naturale che nutrisse qualche benevolenza per un giovane promettente, che aveva di continuo sotto gli occhi, e che ella pensasse, sentendosi morire, come alla sua scomparsa gli sarebbero occorsi aiuti e appoggi. Eppure, sia che non mi giudicasse degno di un’attenzione particolare, sia che le persone che l’assillavano non le consentissero di pensare se non a loro, ella non fece nulla per me. Ricordo benissimo però che aveva manifestato una certa curiosità di conoscermi. A volte mi interrogava: le piaceva moltissimo che le facessi leggere le lettere che scrivevo a M.me de Warens, che la facessi partecipe dei miei sentimenti. Ma non seguiva certo la via migliore per conoscerli, non rivelandomi mai i propri. Piaceva al mio cuore effondersi, purché si sentisse accolto in un altro. Domande secche e fredde, senza alcun segno d’approvazione o di biasimo sulle mie risposte, non mi ispiravano nessuna confidenza. Quando nulla mi avvertiva se le mie chiacchiere piacevano o dispiacevano, ero sempre in ansia, e non cercavo tanto di svelare il mio pensiero quanto di non dire nulla che mi potesse nuocere. Ho notato poi che quel modo asciutto di interrogare le persone per conoscerle è un vezzo molto diffuso fra le donne che si ritengono intelligenti. Immaginano che, se non lasciano trasparire il loro sentimento, riusciranno meglio a penetrare il vostro: ma non capiscono di togliere così ogni coraggio di mostrarlo. Un uomo che venga interrogato comincia perciò stesso a porsi in guardia, e se ha l’impressione che si voglia solo spillargli chiacchiere, senza un reale interesse per lui, mente o tace o raddoppia il controllo su se stesso, e preferisce passar per sciocco piuttosto che sentirsi lo zimbello della vostra curiosità. Insomma, è sempre un cattivo sistema, per leggere nel cuore altrui, ostentare di nascondere il proprio. M.me de Vercellis non mi disse mai una parola che dimostrasse affetto, comprensione, benevolenza. Mi interrogava freddamente; rispondevo con riserbo. Le mie risposte erano così timide che dovette trovarle volgari e se ne stancò. Verso la fine non mi interrogava più, non mi parlava che per motivi di servizio. Non mi giudicò per ciò che ero, ma per come mi aveva fatto, e a forza di vedere in me solo un lacché, mi impedì di apparirle altrimenti. Credo che cominciai da quel momento a subire quel perfido gioco degli interessi nascosti che tormentò la mia vita e che mi ispirò un’avversione ben naturale per l’ordine apparente che li produce. M.me de Vercellis, non avendo figli, aveva come erede suo nipote il conte di La Roque, che la corteggiava assiduamente. Inoltre, i suoi principali domestici, vedendo come si avvicinasse alla fine, non badavano ad altro, e tanti postulanti le stavano attorno che difficilmente poteva avere il tempo di pensare a me. Dirigeva la casa un certo Lorenzi, uomo scaltro, la cui moglie, più astuta ancora, s’era talmente insinuata nelle grazie della padrona che si muoveva in casa più come un’amica che come una domestica. Per cameriera particolare, le aveva dato una sua nipote, certa signorina Pontal, una furbetta («fine mouche»), che si dava arie di dama di compagnia, e aiutava la zia a circuire la padrona così bene che questa vedeva solo coi loro occhi e agiva solo con le loro mani. Non ebbi la fortuna di piacere a queste tre figure; li obbedivo, ma non li servivo; non immaginavo che oltre servire la comune padrona, mi spettasse ancora d’essere il servo dei suoi servi. D’altro canto, ero per loro una specie di personaggio inquietante. Vedevano bene che non ero al mio posto; temevano che anche la signora lo notasse, e che quanto avesse potuto fare per rimediarvi andasse a discapito delle loro porzioni: questa sorta di genia, troppo avida per essere giusta, considera ogni lascito elargito ad altri come sottratto alla propria parte. Si allearono dunque, per allontanarmi dai suoi occhi. Alla signora piaceva scrivere lettere; era uno svago nelle sue condizioni: essi gliene tolsero il gusto e glielo fecero sconsigliare dal medico, persuadendola che l’affaticava troppo. Col pretesto che non sapevo servirla, vennero assunti al mio posto due zoticoni di portantini; manovrarono insomma così bene, che quando fece testamento erano otto giorni che non entravo nella sua camera. Vero è che dopo vi entrai come prima, e vi fui persino il più assiduo, giacché le sofferenze di quell’infelice mi straziavano; la forza d’animo con cui le sopportava me la rendeva estremamente rispettabile e cara, e ho versato in quella stanza lacrime sincere, senza che lei né nessun altro se ne avvedessero. La perdemmo, infine. La vidi spirare. La sua era stata la vita di una donna intelligente e giudiziosa, la sua morte fu quella di un’anima saggia. Posso dire che mi fece apprezzare la religione cattolica per la serenità con la quale ne adempì i doveri senza negligenza e senza ostentazione. Era seria per natura. Verso la fine della malattia la prese una forma di allegria troppo costante per essere simulata, ed era un contrappeso che la ragione stessa dava alla tristezza del suo stato. Rimase a letto solo gli ultimi due giorni, e non smise di conversare tranquillamente con tutti. Infine, quando non parlava più, e già si dibatteva nell’agonia, le sfuggì un grosso peto. «Bien! Femme qui pète, n’est pas morte!» disse la moribonda, con un filo di voce. [«Donna che pèta, non è morta!»]. Furono le sue ultime parole».

 

 

 

 

 

Autore articolo: Paolo Benevelli

Fonte foto: dalla rete

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