San Francesco Saverio campione di salto in alto

L’incontro tra Francesco Saverio e Ignazio di Loyola è legato dai biografi ad una semplice domanda che il fondatore dei gesuiti rivolse al giovane navarrino, all’epoca studente ambizioso, gran atleta nel salto in alto, tutto preso da interessi mondani: “A cosa ti serve conquistare il mondo se perdi la tua anima?”. Questa frase toccò il cuore di Francesco Saverio che prese a seguire gli esercizi spirituali di Sant’Ignazio.

Il primo miracolo che le biografie attribuiscono a San Francesco Saverio si verificò durante il lungo pellegrinaggio a piedi da Parigi a Venezia che il Santo fece con umili vesti, un breviario ed un rosario attraverso paesi protestanti di Germania e Svizzera. La guerra con Carlo V in quegli anni rendeva il percorso molto pericoloso e, come se non bastasse, Francesco Saverio volle mortificare il suo corpo in più occasioni. Fu un viaggio molto lungo, durò ben cinque mesi, fatto sempre a piedi, tranne quando si trattò di attraversare grandi fiumi. Con lui c’erano Pedro Fabro, Diogo Laynes, Afonso Salmeron, Simão Rodrigues, Nicolau Bobadilha, Claudio Lejay, Estevão Brouet e João Codure. Insieme vissero di sola preghiera ed elemosine. Nella Lorena patirono violenti piogge, in Germania il freddo e la neve, e sempre i protestanti li fecero oggetto di insulti.

Poco prima di attraversare il confine francese, Francesco Saverio comunicò ai suoi amici di non poter proseguire il viaggio. Si sentiva male. Fu portato dai suoi amici presso un medico, nel villaggio più vicino, ma si scoprì che il santo s’era legato le gambe dalla vita in giù con una corda spessa per punirsi delle vanità e delle competizioni conosciute alla Sorbona. Le corde penetravano nella parte superiore delle gambe, così profondamente, che gli avevano lacerato la pelle e gli avevano creato una infezione violenta. Il chirurgo che lo visitò disse che c’era ben poco da fare. Sembrò così destinato alla morte.

Il gruppo di amici allora gli fece compagnia tutta la notte. Insieme pregarono a lungo prima di abbandonarsi al sonno ed al risveglio Francesco Saverio si trovò guarito. Le corde erano cadute in piccoli frammenti, l’infiammazione era scomparsa senza lasciar traccia sulla pelle. Miracolosamente appariva sano, in ottima salute e pronto a riprendere il suo viaggio.

Il biografo Giuseppe Massei così scrive: “…tutti questi travagli, comuni a gli altri Compagni, parevano un niente alla generosità del nostro Francesco, che inventò del suo una stravagante foggia da martirizzarsi. Prima di uscir di Parigi, nel ripensare alla sua vita passata, gli sovvenne di essersi già compiaciuto alquanto troppo delal leggiadria nel saltare, trattenimento proprio di quegli studenti, e egli vi haveva una mirabil disposizione della persona. Risolvè dunque di prender vendetta di questa vantià giovanile, che può certamente da ciò arguirsi, essere de’ più gravi eccessi della sua innocentissima vita; e per farne uno sconto, come stimava doversi davanti a Dio, legossi stretto a molti giri le polpe delle braccia, e delle cosce con alcune funicelle ben rinfozate, e inasprite da nodi. Cominciarono queste per l’agitazione del viaggio a roder pian piano al carne, al quale forte ulcerata sdegnossi, e gonfiò di modo, che le funicelle internatesi dentro non più comparivano al di fuori. Quantunque ad ogni passo il Beato Giovane provasse un’indicibil tormento, dissimulava sempre, pronto, e allegro al pari d’ogni altro. Ma non potendo regger più oltre, agli eccessi del dolore, fu costretto in ultimo a fermarsi, e a palesarne con suo grande rossore la cagione. Tutti rimasero inorriditi, quando scoprirsi quella fiera carnificina, e aiutando al meglio, che seppero, il languente Compagno, lo portarono a braccia in una Terra non molto lontana, dove si fe tosto chiamare il Chirurgo per la cura: veduta però il Chirurgo la difficoltà di tagliare que’ legami, senza un’evidente rischio d’intaccar qualche nervo, e di recare al paziente una morte di spasimo, diffidò della sua arte, e non volle in verun conto cimentarsi. Così privò l’Infermo d’ogni sussidio umano, venne rimesso alla sola pietà di quel Signore, per cui amore erasi fatto si spietato contro se stesso. Nè tardò molto a descender dal Cielo il rimedio miracoloso, mentre dopo la quiete della notte, comparvero la mattina le funicelle de se medesime rotte in pezzi, cadute, e sparse qua, e la per il letto. Si ritrovò insieme la carne sgonfia, riunita, e saldata senza un minimo segno di cicatrice; onde tutti consolati resero affettuosamente grazie a Dio per non haver lasciato mancare nelle prime mosse, chi era da lui destinato a portare il sacrosanto suo Nome fin’a gli ultimi confini della Terra”.

Autore articolo: Angelo D’Ambra

Fonte foto: dalla rete

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