Sistemi monetari preunitari: da Manfredi a Carlo d’Angiò

Sarà stato anche “biondo, bello e di gentile aspetto” ma è indubbio che Manfredi, nipote dell’imperatrice Costanza, nelle disposizioni che dava ai suoi zecchieri non era generoso con l’argento. Non solo aveva ridotto il peso dei Denari ad 1/35 esimo di Oncia Siciliana ma era riuscito persino ad abbassare il già pessimo fino, che era calato da 1/32 ad 1/52!! Concretamente era stabilito che per preparare 10 libbre di pasta metallica da destinarsi alla coniazione andavano impiegati 9 libbre 9 once e 14 sterlini di rame a cui andavano aggiunte 2 once e 6 sterlini di argento puro! Risulta evidente che preparata in questo modo la moneta “d’argento” in realtà era composta per il 98,08% di rame, con grave disturbo del commercio.

La cosa non poteva non creare malcontento e, nell’autunno del 1265, Carlo d’Angiò non si dimostrò insensibile al grido di dolore che da tante parti si levava verso di lui. Recatosi in Italia, il giorno dell’Epifania del 1266 fu incoronato a Roma Re di Sicilia ed immediatamente dopo comunicò a Sua Santità Papa Clemente IV che provvedeva ad invadere i territori del regno meridionale onde sottrarli allo stato di disordine e caos ivi dominante. Sconfitto ed ucciso Manfredi a Benevento, poté finalmente provvedere alla riorganizzazione del Regno di Sicilia, infatti con disposizione del 13 maggio 1266 ordinava agli zecchieri della Zecca di Brindisi di coniare moneta a nome del re e stabiliva che “dalla Porta di Roseto fino ai confini del Regno” non si doveva spendere altra moneta “tranne l’oro e la moneta stessa”. Parimenti era proibito ai mercanti portare fuori dal Regno “argento o bolzonaglia”. Per i trasgressori era previsto il pagamento di una sanzione pari a 12 once d’oro o, in caso di insolvibilità, l’impressione sulla fronte di un marchio con la moneta proibita. Particolare interessante, non si fa riferimento ad ordini per nuove monete d’oro pur mantenendo l’oro tra i mezzi di pagamento autorizzati.

Forse questa disposizione nasceva dalla necessità di Carlo di “eliminare” qualsiasi riferimento alla precedente dinastia, un esplicita citazione degli Augustali avrebbe rappresentato una sorta di “legittimazione” postuma degli Hohenstaufen, senza ricorrere all’eliminazione fisica delle vecchie monete, cosa che avrebbe richiesto tempo e causato danni al commercio. È verosimile pensare che in questa operazione lui sia stato aiutato dall’uso, ormai vecchio di almeno 2 secoli, di usare i Tarì non a numero bensì a peso. Questo “regime di transizione” per l’oro terminò il 15 novembre del 1266, giorno di emanazione del diploma in cui si stabiliva che: “per Regnum nostrum Sicilie Augustales et Tareni nullatenus expendatur, set cassatis eisdem in siclis nostris Brundisii et Messane regales, medii regales et tareni laborari et per cudi et per dictum Regnum expendi debeant in futurum”.

Materialmente Reali e Tarì sarebbero dovuti essere coniati con peso e fino identici a quelli emessi dagli Hohenstaufen tanto che, almeno dal punto di vista numismatico/contabile, al 1267, un anno dopo la conquista del regno da parte dei francesi, l’unico cambiamento intervenuto era quello relativo al nome del sovrano. È verosimile che queste modifiche non fossero sufficienti per i sudditi del regno ed una prova di ciò può essere rintracciata nel diploma del 1269 in cui re Carlo decretava che nella confezione di 10 libbre di pasta metallica da destinarsi alla coniazione l’argento sarebbe stato aumentato da 2 once e 6 sterlini a 2 once e 10 sterlini! L’Angioino, i cui pensieri non erano rivolti ad altro che a cercare di avvantaggiare quel regno per rimetterlo al progresso dei tempi, riportarlo al suo antico lustro e a quello stato cui doveva aspirare per la fecondità del suolo, la felicità del clima, la qualità degli abitanti e l’importanza della sua situazione, però si sarebbe presto accorto che i suoi nuovi sudditi erano veramente incontentabili, tanto da costringerlo ad ulteriori modifiche.

Modifiche che si concretizzavano il 5 giugno del 1278 con la presentazione in anteprima al re di quella che sarebbe diventata la nuova moneta d’oro del regno. Pesante 1/6 di Oncia Siciliana ed al fino di 24 carati il nuovo nummo presentava al diritto, la scritta “+ KAROL’ • DEI • GRA • IERL’ • ET • SICILIE • REX” che circondava uno scudo bipartito contenente le armi di Gerusalemme e di Francia, ed al rovescio, la scritta “+ AVE • GRACIA • PLENA • DOMINUS • TECUM” che circonda l’Annunciazione. Leggermente meno pesante del Reale che andava a sostituire in virtù del suo titolo maggiore, ne manteneva la tariffa di 1/4 d’Oncia d’oro. Questo consentiva anche di ottenere un cambio netto nei confronti di valute estere. Infatti poiché il Fiorino di Firenze ed il Genovino di Genova erano tariffati ad 1/5 di Oncia Siciliana il tasso di cambio del Carlino con queste divise era di 4:5.

Non si tratta della sola novità introdotta da Carlo d’Angiò. Già l’anno successivo le zecche reali coniavano il Saluto, moneta d’argento del valore di 1/15 di Carlino. Coniata al peso di 1/8 di Oncia ed al titolo di 11 Oncie e 3 Sterlini per Libbra, il Saluto presentava al diritto la scritta “+ KAROL’ • IERL • ET • SICIL • REX” che circonda uno scudo bipartito con le armi di Gerusalemme e di Francia, mentre al rovescio la scritta “AVE • GRA • PLENA • DNS • TECUM” che circonda l’Annunciazione. Il Saluto è la prima moneta di vero argento coniata nel Regno di Sicilia dopo secoli e rappresenta un primo passo, non ancora decisivo, verso il bimetallismo.

La riforma monetaria del 1278/79 non fu comunque accolta favorevolmente da parte della popolazione perché Augustali e Reali, pur avendo lo stesso contenuto in oro dei Carlini che li avrebbero sostituiti, avevano un peso maggiore, 1/5 di oncia siciliana contro 1/6, e quel 1/30 di oncia era costituito per 7/10 da argento. Risulta evidente che Augustali e Reali oltre ad 1/6 di oncia d’oro contenevano anche 1/45 d’oncia d’argento. Ricordando che da 40 oncie d’argento puro si dovevano ricavare 344 saluti d’argento il motivo del malumore popolare è chiarissimo. Matematicamente il possessore di 1800 augustali, o reali, di giusto peso avrebbe dovuto ricevere 1822 carlini e 14 saluti ma concretamente la pubblica cassa glieli cambiava alla pari!! Infine oltre all’iniquo tasso di cambio imposto su Augustali e Reali, continuavano a circolare denari di svalutatissimo “Biglione”.

Non esistendo, infatti, una moneta di valore inferiore a 1/2 saluto d’argento, gli importi compresi tra 1 e 5 denari andavano saldati utilizzando nummi composti di rame quasi puro. Concretamente questo significava che un debito di 5 denari, legalmente pari ad una massa di argento molto puro di 5/96 d’oncia siciliana, era estinto consegnando rame per un peso di 1/7 d’oncia siciliana!! Solo con Carlo II, succeduto nel 1285 al padre Carlo I, verranno introdotti, ma solo per i sudditi della parte continentale del regno, denari in biglione caratterizzati da un contenuto di fino dignitoso.

 

 

 

Di seguito si riporta uno schema di come si teneva la Contabilità nel Regno di Sicilia dal 1266 al 1285:

 

Carlo I (dal 1266 al 1278)

 

1 Oncia = 4 Reali

2 Reali = 15 Tarì

1 Tarì = 24 Denari

 

Carlo I (dal 1278 al 1285)

 

1 Oncia = 4 Carlini

1 Carlino = 15 Saluti

1 Saluti = 12 Denari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Giovanni Bovi, Le monete di Napoli sotto gli Angioini; Luigi Dell’Erba, La monetazione Sveva nell’Italia meridionale ed in Sicilia; Michele Fuiano, Carlo I d’Angiò in Italia (studi e ricerche)

 

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