Sistemi monetari preunitari: la moneta corta e la moneta lunga di Venezia

Moneta corta e moneta lunga. Di cosa si trattava? Nella seconda metà del XVIII secolo la Repubblica di Venezia era caratterizzata da un bizzarro meccanismo per il pagamento delle imposte dirette.

Come in tutti gli stati dell’Ancien Regime il valore delle monete veniva attribuito dal Governo per decreto sulla base del fino ma in laguna, par non farse mancare gnente, alle monete, di grande valore, venivano assegnate non una bensì 2 tariffe.

La prima “moneta corta” era la tariffa assegnata alle monete per i pagamenti verso le Pubbliche Casse mentre la seconda “moneta lunga” per tutto il resto.

Il Papadopoli nel suo “Sul valore della moneta veneziana”, fornisce un ottima descrizione di questo meccanismo insieme alle 2 tariffe usate: “nel secolo XVIII due erano i modi di valutare le monete in banco; l’uno si diceva a moneta corta, e si intendeva moneta alla parte, secondo i decreti del Senato, e ciò in riguardo alle riscossioni ed ai pagamenti colle pubbliche camere, ed era questa la tariffa antica del 1687, dove il ducato si valutava 6 lire 4 soldi, lo zecchino lire 17, lo scudo veneto lire 9:12, il ducatone lire 8:18 e l’osella lire 3. L’altra invece si chiamava moneta lunga, ed era quella adottata mercantilmente secondo i valori della piazza, regolati dal proclama 27 maggio 1739, e cioè: lo zecchino lire 22, il ducato lire 8, lo scudo veneto lire 12:8, il ducatone lire 11 e l’osella lire 3:18”.

Questo in pratica significava che un debito di 374 Lire Venete verso un fornitore era considerato estinto consegnando 17 Zecchini fior di conio.

Invece per pagare 374 Lire Venete di tasse era necessario consegnarne 22.

Identico importo ma differente numero di monete da consegnare, con evidente vantaggio per il Veneto Serenissimo Erario.

Personalmente sono convinto che questo bizzarro meccanismo di calcolo, che penalizzava pesantemente il contribuente, fosse causa di risentimento nei confronti del Governo Marciano, soprattutto nelle classi sociali medio-alte che erano anche, ricordiamolo, escluse dalla partecipazione al governo e potrebbe spiegare l’incredibile successo delle idee “giacobine” tra le “élites delle città di Terraferma”.

Non si tratta dell’unica stranezza relativa al valore delle monete venete.

Come in altri stati dell’Ancien Regime il valore nominale degli spiccioli, Bezzi, Soldi, Gazzette, Trairi, era superiore a quello reale basato sull’intrinseco.

Infatti il rapporto tra il fino della “Lira” calcolato prendendo come riferimento il Ducatello da 8 con il fino della “Lira” calcolata prendendo come riferimento la ” Lirazza da Trenta ” è pari a circa 10:12 .

Il Governo Marciano era consapevole della cosa ed infatti con Proclama del Serenissimo Principe in data 27 maggio 1739 relativamente agli spiccioli aveva stabilito che: “resta perciò risolutamente vietato il valersi di esse in altro modo, che numerate, e non mai ammassate in Sacchetti, e Scartozzi ad uso di grossi contratti per summa maggiore dell’assentito dieci per Cento”.

Purtroppo il Proclama non specifica fino a quale importo si tratta di “basso Commercio” ne quando si deve iniziare a parlare di “grossi contratti”.

Ho tuttavia pensato che possiamo averne un’idea analizzando i prezzi per cui potevano essere spese le monete a “contenuto pieno” della Repubblica, Zecchini, Scudi, Ducatoni, Ducati ed Oselle, nella seconda metà del XVIII secolo.

Tutte queste monete, tranne l’Osella erano disponibili nei tagli da 1/2 ed 1/4.

Risulta quindi evidente che l’importo minimo che era possibile estinguere presentando moneta a contenuto pieno era Lire 2, 1/4 di Ducato, mentre l’importo minimo in cui si iniziava ad applicare la “regola del 10” era 11 Lire, un Ducatone o 1/2 Zecchino.

Lo schema che ne risulta è questo:

1 – Importi inferiori a 2 Lire Venete di Piccoli potevano essere pagati solo col Biglione

2 – Importi superiori a 2 Lire Venete di Piccoli ma inferiori a 11 andavano pagati presentando moneta a contenuto pieno e Biglione a completamento in deroga alla “regola del 10”

3 – Importi da 11 Lire Venete di Piccoli in su, si applica la “regola del 10″.

 

 

 

 

 

 

 

Autore articolo: Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: Giovanni Cavalà Pasini, ” La scuola in pratica del Banco Giro “, 1741; Girolamo Pietro Cortinovis, ” Abbaco ovvero Pratica Generale dell’Aritmetica “, 1749; Nicolò Papadopoli, ” Le monete di Venezia vol. 3″, 1919

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