Tra le strade di Monselice

Il viaggiatore proveniente da Este che a Monselice percorre via San Giacomo in direzione di Padova noterà sicuramente, poco dopo l’intersezione con via Vò de Buffi, la chiesa, con annesso monastero, che da il nome alla zona.

Entrambe le fabbriche risalgono almeno al 1162, anno in cui furono fondati come Ospedale per il ricovero dei poveri e dei pellegrini gestito dalle Benedettine.
Nel XIII secolo il monastero, grazie alle protezioni nobiliari ed alle entrate derivanti dai mulini di Bagnarolo, ottenuti a livello perpetuo dal comune di Monselice, godeva di una solida posizione economica.
La prosperità si interruppe bruscamente nel XIV secolo. Il saccheggio di Monselice da parte delle milizie di Cangrande della Scala nel 1320 distrusse i mulini di Bagnarolo, privando così le monache della loro più importante entrata. Col tempo emersero pure altri probelmi: la posizione del convento “extra moenias” non preservava le monache da contatti col mondo esterno, mettendo a dura prova la loro morale, fino a precipitarla nella corruzione più totale. Toccò al Vescovo Pietro Marcello, nel 1420, il doveroso compito di espellere le monache, rinviate “in patrias domos”, affidando il convento ai Canonici di San Pietro in Alga che si dedicarono con energia al restauro della chiesa che fu “ab imminenti ruina vendicata”.
Nel 1668 Papa Clemente IX soppresse l’Ordine dei Canonici, stabilendo che i beni di questi venissero incamerati dalla Repubblica che, attraverso la vendita, avrebbe ricavato risorse da destinare alla guerra contro il Turco.
Chiesa e convento vennero prima acquistati dall’Ospedale della Pietà di Venezia e da questo poi ceduti ai Frati Minori che ne presero possesso nel 1676, possesso che detengono ancora oggi.

Proseguendo in direzione Padova su via Garibaldi il viaggiatore giungerà alla rotonda di intersezione con via Cadorna, dove alla sua destra potrà osservare la deformante mole del Duomo Nuovo. Superato anche questo, ed immessosi in via Roma, inizialmente lascerà alla sua destra Piazzale Vittoria, con i giardini pubblici e la sede comunale, per arrivare infine alla Chiesa di San Paolo. Proseguendo ulteriormente lungo via XXVIII Aprile il viaggiatore sicuramente non presterà attenzione all’edificio ancora alla sua destra, immediatamente prima dell’incrocio con via XI Febbraio. Deve però sapere che…

Nel settecento il palazzetto ospitava l’albergo “Alla Posta” che il 27 giugno 1785 potè vantarsi di avere tra i propri ospiti l’Imperatore Giuseppe II ed il di lui fratello Arciduca Pietro Leopoldo. Particolare curioso, nonostante gli oltre duecento anni trascorsi l’edificio non ha perso la sua destinazione turistica, ospitando i locali dell’Affittacamere Cà Marcello.

Proseguendo su via XXVIII Aprile in direzione di Padova il viaggiatore, immediatamente dopo aver superato la porta omonima, troverà alla sua destra un terreno apparentemente privo di storia. In realtà esso ospitava fino al 1778, anno in cui i membri della Nazione Ebraica dovettero lasciare Monselice, il piccolo cimitero della loro comunità. Era fornito di abitazione per il custode ed era stato acquistato dalla famiglia Sacerdoti, probabilmente la più importante della piccola comunità dato che i suoi membri, come Pellegrin Sacerdoti nel 1698, agivano come Rappresentanti.

Giunto alla rotonda d’intersezione con via Castello si piega a destra per immettersi in questa. Così si avrà modo di inserirsi successivamente prima in via Gallilei, poi nella SS16. Poco dopo l’intersezione tra le due arterie il viaggiatore presti attenzione alla sua destra. Qui avrà modo di vedere, a mezza costa sul colle, una piccola chiesetta, dedicata a San Tommaso.

Il tempio, che risale almeno al XII secolo, era in origine la cappella della “curtis” di “Petriolo”, popoloso centro abitato ormai scomparso, e poteva contare su di un beneficio di sedici campi padovani che le fruttavano circa 54 staia di frumento.
Il progressivo sviluppo del “borgo di San Paolo”, che finì praticamente per coincidere con Monselice stessa, causò il progressivo spopolamento degli altri borghi posti alle falde del colle tra cui anche Petriolo. Completamente abbandonata dai primi anni del XX secolo ad inizio anni ’80 la chiesetta era a rischio crollo. Salvata con un attento restauro è stata da dieci anni affidata ai ragazzi della “Compagnia del lupo passante” che la usano come palestra di scherma storica e museo.

Qualche tempo fa mi sono recato in quel di Monselice onde raccogliere documentazione fotografica relativa ad alcuni monumenti. Giunto proprio alla Chiesetta di San Tommaso, mentre raccoglievo il materiale richiestomi, la mia attenzione è stata catturata da una lapide murata su una delle pareti esterne del tempio, lapide su cui potevo leggere:

HIC
ECIVIBVS MONTISILICIS
VNVS
IN NOTARIORV COLLEGIO
CAROLVS FINCATO
IVXTA
NOLARV TVRRIM
EXTREMVM TVBÆ SONV
NON NOLIT
EXPECTARE
SEXTO KAL APRILIS
1726

Purtroppo la mia scarsa conoscenza del latino mi consentiva solo di apprendere che la lapide era stata murata in un giorno di aprile del 1726, lasciando oscuro il significato delle parti rimanenti… Col soccorso di Davide Alessandra ho ottenuto questa traduzione: “Qui uno dei cittadini di Monselice nel collegio dei notai il notabile Carlo Fincato presso la torre campanaria non volle aspettare l’ultimo suono delle trombe. 6 giorni alle kalende di Aprile 1726 (27 marzo 1726)”. Il testo era stato tradotto, però il suo significato finale restava oscuro…
Una ricerca sui miei libri non dava risposte, costringendomi ad interrogare il Sommo Google e da qui passavo a consultare la Storia di Monselice di Celso Carturan. Vi trovavo pag. 653, di Carlo Fincato, notaio in quel di Monselice dal 1681 al 1725. Incrociando questi scarsi dati con l’inquietante testo della lapide mi sono fatto l’idea che, forse, quasi trecento anni fa, in quel punto, un ormai anziano Carlo abbia “scelto il buio”.

Una volta sceso fino alla SS16 il viaggiatore prosegua in direzione di Este. Giunto alla rotonda di intersezione con via Orti deve piegare a sinistra in direzione del casello autostradale. Arrivato all’altezza di via Vetta presti attenzione all’azienda agricola che trova alla sua destrra, posta poco prima della rotonda del cimitero. Deve infatti sapere che… L’azienda agricola di cui sopra utilizza gli spazi di quello che fu l’antico convento benedettino di San Salvaro, filiazione del monastero di Santa Giustina a Padova, costruito nel XIII secolo per amministrare i circa duecentocinquanta campi padovani posseduti in zona. Il convento, che garantiva alla casa madre un reddito di centcinquanta ducati, ospitava regolarmente quattro monaci a cui si aggiungevano per brevi periodi dei confratelli di Santa Giustina, inviati dall’abate a mezzo barca, per “riposo e villeggiatura”.

 

 

 

Autore articolo e foto: Enrico Pizzo

Bibliografia: A. Businaro, Monselice la Rocca, il Castello; A. Rigon, Monselice nei secoli; Celso Carturan, ” Storia di Monselice “, dattiloscritto ( 3400 pagine ) conservato presso la Biblioteca; F. Selmin, Atlante storico della Bassa Padovana – L’Ottocento; F. Selmin, Atlante storico della Bassa Padovana – Il primo Novecento; F. Selmin, I Colli Euganei; M. Carazzolo, Più forte della paura; R. Valandro, Monselice e la Bassapadovana tra ‘400 e ‘500; R. Valandro, I secoli di Monselice

 

Enrico Pizzo, classe ’74, residente sui Colli Euganei. Appassionato di storia veneta e storia dei sistemi monetari preunitari.

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