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Trentini ad Aspromonte

Alle 4 del pomeriggio del 25 agosto del 1862, due piroscafi, l’Abbatucci ed il Dispaccio, approdarono sulla costa calabrese, a Pietro Falcone, tra Melito e Capo d’Armi, avviando lo sbarco di circa 2000 volontari al seguito di Garibaldi. Puntarono su Reggio Calabria, poi, confidando di aggirare il nemico, raggiunsero i monti. I volontari trentini che seguirono Garibaldi ad Aspromonte furono Ergisto Bezzi, Filippo Manci, Filippo Tranquillini, presenti sin dallo sbarco di Marsala, e poi Francesco Martini, che aveva combattuto a Milazzo, e Pietro Candelpergher.

Ergisto Bezzi, nato a Cusiano in Val di Sole, il 16 gennaio del 1835, era già stato tra i Cacciatori delle Alpi nel 1859. Ardente mazziniano, capitano di stato maggiore, fu poi gravemente ferito a Bezzeca nel 1866 ed a Mentana nel 1867.

Filippo Manci di Trento, che aveva fatto la campagna del 1859 nei Cacciatori delle Alpi e che, per conto di Garibaldi, era stato anche a Londra, fu forse tra le figure più tragiche del Risorgimento, morì infatti in un manicomio, l’8 luglio del 1869, dopo essere stato anche nella campagna del 1866 in Trentino, alla Battaglia di Bezzecca. Ad Aspromonte ci giunse da solo, su una piccola barchetta, senza sapere del cambiamento di programmi. Continuò a veleggiare verso Reggio Calabria quando delle voci dai monti comunicarono la loro posizione. Si unì ai suoi e fu tra i primi, quel giorno, a soccorrere generale Garibaldi ed a trasportarlo, in spalla, con altri otto ufficiali, sino a Scilla su di una rozza barella come nel quadro di Gerolamo Induno.

Filippo Tranquillini di Mori, nel 1859, combatté nel 10° Reggimento della Brigata Regina. Fu mazziniano convinto Francesco Martini, nato a Riva del Garda nel 1839, era stato anch’egli tra i Cacciatori delle Alpi, ufficiale del 23° Battaglione Bersaglieri nell’Emilia e poi con Garibaldi nel 1860. Pietro Candelpergher, nato a Rovereto l’8 ottobre del 1839, anche lui convinto repubblicano, seguì le camicie rosse in Trentino come ufficiale delle Guide di Garibaldi nel 1866.

Il gruppo, nel 1860, frequentava il Caffè Lavezzari di Milano. Qui Bezzi portò il telegramma che l’invitava a prendere parte all’impresa. Riuscirono ad ottenere i passaporti grazie ad un nobile trentino, tra i più apprezzati ingegneri della città, Carlo Depretis di Cangò, e grazie a Guido Marconi, altro trentino che poi si unì a Garibaldi nel 1866. La sera dell’11 agosto partirono per Genova, ma il percorso non fu facile.

Il Candelpergher ed il Martini riuscirono ad imbarcarsi, il giorno 13, sul Duca di Palestro, raggiunsero Napoli il 15 e seppero che Garibaldi era poco distante da Catania così, appena fu loro possibile, s’imbarcarono su un piroscafo francese per Messina. Arrivarono in Sicilia il 19 dirigendosi poi verso Catania. Qui incontrarono il Manci e furono arruolati nelle guide. Il 24, saputa della cattura dei piroscafi Generale Abbatucci, della compagnia francese Valery, e del Dispaccio, della compagnia Florio, si imbarcarono per la Calabria.

Dopo lo sbarco, come dicevamo, marciarono tra i monti, dormendo a terra, patendo la pioggia e la fame. Il Candelpergher non toccava cibo da quaranta ore quando si giunse agli altipiani d’Aspromonte. Gli uomini prepararono delle patate raccolte nei campi, arrostirono delle pecore, ma un improvviso acquazzone spense i fuochi e li costrinse a mangiare carne semicruda.

Il 29 si videro venire contro una colonna di truppe regie allora Garibaldi diede ordini di battaglia. Alla destra finì la Brigata Corrao, formata quasi interamente da siciliani, alla sinistra i quattro Battaglioni Bersaglieri di Menotti Garibaldi, al centro, su di una piccola altura, era Garibaldi con un pugno di uomini, tra i quali Candelpergher e Martini. Furono loro quelli a cui il generale diede il celebre ordine di “non far fuoco”. I due volontari raggiunsero rapidamente gli altri per comunicare le disposizioni ma intanto i fucili mietevano in dieci minuti 5 morti e 20 feriti tra i garibaldini, 7 morti e 24 feriti tra i regi. Gli assalitori, non trovando resistenza, ebbero la meglio, anzi Garibaldi, allo scoperto fra le linee, fu ferito da due colpi di carabina, uno all’anca sinistra e l’altra al malleolo destro. Le schiere si ritirarono disordinatamente nel bosco mentre Garibaldi, scovato, fu fatto prigioniero. Il giorno dopo erano imbarcati per Napoli, poi proseguirono per Livorno, Genova e Milano.

A Livorno incontrarono con grande sorpresa Bezzi e Tranquillini che non erano stati in Sicilia ma a Roma, spediti lì dal Comitato di Genova in vista dello scoppio di un moto insurrezionale. Giunti a destinazione si resero conto che nulla era in preparazione ed allora si diressero a Napoli. Presero un vapore per Salerno, poi per Paola così giunsero a Cosenza, il 30 agosto, apprendendo che Garibaldi era stato ferito e fatto prigioniero ad Aspromonte. I due restarono nascosti per tre giorni a casa di un amico, Luigi Miceli, poi fecero ritorno a Livorno.

 

Autore articolo: Angelo D’Ambra

In copertina c’è il quadro di Gerolamo Induno, Garibaldi ferito in Aspromonte. Fonte foto: dalla rete

Bibliografia: O. Brentari, I Trentini ad Aspromonte

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