Un giornale in difesa del Regno “assediato”

Generalmente si ritiene che il governo del Regno di Napoli perse lo scontro ideologico con i suoi oppositori, poiché dopo il fallimento dell’esperimento costituzionale del 1848, i migliori intellettuali napoletani conobbero la galera o l’esilio, mentre Ferdinando II si chiuse in se stesso pretendendo di gestire la res publica da solo, favorendo l’ascesa al potere di funzionari mediocri che in quanto tali non avevano alcuna ambizione politica. Quindi la “Battaglia delle idee” non sarebbe stata nemmeno affrontata e in tal modo il Piemonte, con l’aiuto determinante di Inghilterra e Francia, ebbe gioco facile a preparare l’opinione pubblica europea all’allargamento dei suoi confini in tutta la Penisola.

Indubbiamente dopo il 15 maggio e soprattutto dopo il Congresso di Parigi, la situazione interna prima e internazionale poi del governo napoletano si fece sempre più difficile, né su può negare che gli esuli del 1848 furono determinanti per la caduta del regno. Ma ciononostante, sbaglia chi immagina l’ultimo decennio del regno di Ferdinando II, come un periodo di profonda decadenza.

Intanto Ruggero Moscati in “La fine del regno di Napoli documenti borbonici del 1859-60”, sottolinea la vivacità economia del Regno delle Due Sicilie durante gli anni ’50.

Non è nemmeno vero che tutti gli intellettuali scelsero la rivoluzione: Michele Tenore, Bernardo Quaranta, Ludovico Bianchini, Stefano delle Chiaie continuarono a collaborare con il governo o a insegnare all’Università di Napoli.

Ma è sbagliato anche ritenere il governo napoletano inerme al cospetto degli assalti della stampa “settaria” di mezza Europa. Sfogliando un qualsiasi catalogo di antiquariato ci si rende conto che diversi autori, napoletani e stranieri, maggiormente francesi, confutarono le famigerate lettere di lord Gladstone, che guarda caso, erano state tradotte in italiano da Giuseppe Massari, esule per i fatti del 1848. Se oggi conosciamo le lettere del lord e non le sue confutazioni, lo dobbiamo alla piega che hanno preso gli eventi dopo il 1860, oltre probabilmente alla cattiva fede di chi si occupa di storia patria.

Ma Ferdinando II, per quanto deluso dagli eventi, non era così sprovveduto da non capire che era necessario combattere “la setta” anche e soprattutto attraverso la “buona stampa”, per questo motivo favorì l’uscita de “L’Ordine”. Tale foglio, il cui primo numero risale al 10 aprile del 1850, si pubblicò fino al 1854. Vi riporto l’”editoriale” del 12 giugno 1850, un autentico manifesto controrivoluzionario, che merita di essere conosciuto.

NAPOLI 12 GIUGNO.

E qualche tempo che molti voglion credere o dare ad intendere che in Europa sono in lotta il dispotismo puro e semplice con la pretta democrazia. Posto ciò, è per loro agevole il conchiudere che le sorti politiche di questa parte di mondo deggiono in poco d’ora rimanere nelle mani dell’uno o dell’altra. Allucinati da sì erronea alternativa, o piuttosto prendendo da essa novella lena, i radicali cercano rinfiammare gli animi ora sfiduciati e sospettosi de’ già sì ardenti satelliti con dir loro: “Accingetevi alla prova estrema: la barbarie è in lizza con la civiltà; se tarderete a prender le armi, se mancherete nell’ora assegnata sul campo in cui stanno per decidersi le sorti europee, sarete per sempre iloti.”

Questi sono gli oratori medesimi che tre anni fa parlavano di sole riforme amministrative, e che poscia, senza curarsi delle stesse costituzioni, passarono alle idee de’ demagoghi francesi. Ma sono già antiquati i vocaboli di riforme e di statuti,antiquato è pur esso il nome di repubblica e quello di socialismo e dunque una risorta estrema il fantasticare una lizza imminente fra due principi che non istanno a fronte , e sognare un finimondo.

Se non che, facondi ed immaginosi allorché parlarono a nome delle libertà , delle nazionalità, delle indipendenze, delle unità od unificazioni, caduti di botto in astruserie metafisiche ed in concetti assai più di quelli lontani dal vero, i loro vocaboli han perduto enfasi e sonorità.

E innanzi tratto, chi fuor degl’iloti della demagogia, potrebbe aver apprensione per lo spauracchio dell’ilotismo con cui essi pretendono turbare i sonni delle popolazioni? V’ ha da per tutto leggi ed amministrazioni più o men buone , cioè più o men perfettibili , da per tutto governi intenti alla cosa pubblica, da per tutto studio di antivenir le rivoluzioni generatrici della barbarie e del regresso.

Qual monarca or regna senza governo, qual governo amministra senza leggi ? quali leggi antiche non vincono tutte quelle che passano pel capo a’ novatori anche di buona fede ? Or chi potrebbe mai rapire alla civiltà , agli stati europei i loro codici , questo frutto della sapienza di tanti secoli ? Qual nuovo diritto pubblico potrebbe sancirsi in Europa , il quale alle norme del viver civile nate insensibilmente dalle abitudini, dalle tradizioni, dalla storia, venisse a sostituire il cieco dispotismo orientale? (dispotismo che i popoli giungerebbero anche a preferire , se fossero posti nella dura alternativa di scegliere fra’ esso e quello che fu per poco imposto dalle fazioni a genti inermi). I popoli vogliono i principati civili , come questi vogliono le leggi su cui son fondati. Ai nemici degli uni e degli altri appartiene il concetto di disotterrare le idee più odiose della barbarie, vestirle di un nome immaginario, e farne un fantasma.

A contestare siffatto sofisma si valgono di due fatti, mettendo quinci i tentativi abortiti delle rivolte e la smania ch’essi dipingono come, universale, di rinnovarli, e quindi la repressione ed i mezzi accresciuti per esercitarla, ovunque bisogni, anche di accordo comune. Ma ci faremmo più aggirare da coloro che ci han sempre dato il milionesimo pel milione ? Chiameremmo popoli le sette anche dopo che queste sono state smascherate e disperse ? Chiameremmo popoli i compilatori e i compratori dei giornali democratici ?

Quanto allo straordinario armarsi delle potenze che i radicali traducono fremendo per un premeditato perpetuo disegno contro la civiltà (se intendono quella ch’essi promettono, non sono in errore), chi non vede che gli eserciti messi in piede di guerra antivengono appunto l’invasione denti barbarie, facendosi antemurali de’ popoli , per un tempo già ponderato dalla prudenza, contro qualche fiotto improvviso di socialismo ?

Ecco quindi da una parte tutt’i principati civili intenti a non farsi più cogliere alla sprovvista, e dall’altra le sette che, comunque sperperate , non dissimulano più , come dianzi, i loro stolti divisamenti di raggranellarsi e ghermire, dovunque non sono ancor domate a bastanza, il pubblico potere, e farne peggior governo che non ne fecero ne’ trepidi giorni che l’ebbero fra gli artigli.

Non istanno dunque a fronte l’una dell’altra la civiltà e la barbarie, se non nel senso che quella ha per suoi difensori la religione, i governi, gli eserciti, lo spirito delle popolazioni; laddove per questa pugnano col coraggio della disperazione le sette atee od eretiche ed i loro giornali.

 

 

 

 

Autore articolo e foto: Vincenzo D’Amico

 

Vincenzo d’Amico, editore, bibliofilo, studioso di giornali napoletani di fine Ottocento

 

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2 pensieri riguardo “Un giornale in difesa del Regno “assediato”

  • 7 Febbraio 2016 in 19:04
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    Liquidare con poche battute gli errori del 1848 non aiuta la ricostruzione reale dei fatti. Quanto all’editoriale….visto chi ispirò l’edizione, vi riesce così difficile considerarlo un classico esempio di ” cicero pro domo sua”?

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  • 11 Febbraio 2016 in 19:20
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    E’ evidente che qualsiasi cosa si faccia e chiunque la metta in opera, lo faccia per tutelare i propri interessi e l’articolo voleva sottolineare come contrariamente a quanto comunemente si ritiene, Ferdinando II tentò di difendere il proprio operato anche attraverso la stampa. Riguardo agli errori del ’48, mi pare evidente che le maggiori responsabilità siano da attribuire ai signori che prima fecero i sofisti per la formula del giuramento, la pretesa che l’esercito dovesse abbandonare la Capitale per far spazio alla guardia nazionale e poi costruirono le barricate fin sotto la reggia.

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