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Una guerra dichiarata, il 7 settembre 1848

Malgrado siano passati secoli da quei giorni, ancora ci si appassiona a raccontare, fatti di una guerra dichiarata, quelli del 7 settembre 1848 che portano con se, memorie di una gioventù che lottava per l’indipendenza della Sicilia. La ricorrenza dei giovanotti della Maddalena, da sempre ha scatenato nei cuori della gente, una sorta di intima partecipazione, di struggente ricordo di fatti che la storia stenta a ricordare.  Però, accade ogni tanto, che dal coro della pretora, si alzino voci discordanti travolte, da una intransigente critica,  che ripassa un ricordo che non fu mai tale.

Aver  voluto associare, il sacrificio di intrepidi fanciulli con il risorgimento messinese, ha di fatto, esercitato sull’immaginario delle generazioni di giovani siciliani e messinesi, la convinzione, che accadimenti  storicamente fasulli, fossero stati il risultato, di un sacrificio oltraggioso per chi l’aveva commesso.

I loro nomi avanzano pretese di verità e sussidio di testimonianza; sette furono ricordati nel caos di quel pomeriggio settembrino nominandoli eroi. Si che Antonino Bagnato, Giovanni Bombara, Giuseppe Piamonte, Giovanni Sollima, Diego Maugeli, Pasquale Danisi e Nicolò Ruggeri, vengono identificati camiciotti di Messina. Eppure, dagli scaffali della memoria, ogni tanto saltano fuori, documenti che rimangono inascoltati malgrado, la genuina militanza di testimoni sicuramente di parte, quella filounitaria. Seguendo la cronaca, riportata in un diario di guerra, di un insospettabile patriota italiano, Luigi Anelli che sarà pubblicata in più volumi l’anno 1864 a Milano, presso la pagina 252 del II volume, intitolato: La Storia d’Italia dal 1814 al 1863, descrive gli accadimenti, successivamente ricondotti dalla propaganda anti napoletana, associati ai camiciotti messinesi:

“…laonde nel mattino succedente, comparendo da ogni banda il nemico, corsero ad affrontarlo. Ma anche nei Napoletani era animo invitto ed il contrasto divenne terribile. Al convento della Maddalena per gli androni e le celle, monaci e cittadini mescolati nella zuffa pugnano e muoiono da prodi; un gruppo di combattenti serrati in mezzo ai nemici, anziché arrendersi, si travolge in un pozzo del convento”.

In realtà, i cosiddetti camiciotti siciliani, tutto erano che ignari ed ardimentosi giovanotti. Erano gente fuoriuscita dalle patrie  galere pronti a tutto, che a costo della vita, ammazzavano per poco pur di evitare le carceri regie. Inquadrati in una sorta di guardia municipale, erano posti a disposizione del municipio. Di loro la storia ricorda poco o niente se non che, come testimoniarono i subalterni del comandante napoletano Filangeri, essi fecero feroce resistenza, negli androni del Convento della Maddalena; rintanati come topi furono travolti dagli schioppi dei fucilieri svizzeri. Dove lasciarono questo mondo, furono ritrovati denari e vestiario, probabilmente proveniente da qualche bottino, tratto nottetempo dalle case del Faro. E fra tante cianfrusaglie conservate in due casse, comparvero le insegne di quella lotta: armi, munizioni e delle bandiere sicule, che inneggiavano all’indipendenza.

 

Autore: Alessandro Fumia

In foto dipinto di Abraham Casembrot intitolato Veduta di Messina e conservato al Museo regionale di Messina

 

 

Alessandro Fumia, studioso di storia messinese, è autore di numerose pubblicazioni tra cui “Quaderno di ricerca sulle Pietre egizie del Museo di Messina” e “Antonello da Messina a Giostra”.

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